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INTERVISTA A ISABEL RUSSINOVA

03 leonora - isabel russinova

Isabel Russinova è stata protagonista allo Spazio Bixio di Vicenza, questo weekend, con il monologo “Leonora” su Eleonora d’Arborea. Personaggio storico fondamentale per la Sardegna occidentale e non solo, Eleonora d’Arborea visse alla fine del Medioevo e fu una sovrana moderna, idealista  e combattiva, le sue azioni hanno lasciato un segno profondo. Presentata per la stagione di prosa “Teatro Elemento” del Bixio organizzata da Theama Teatro, la breve pièce si propone come un viaggio nell’animo di Eleonora che viene immaginata e resa viva attraverso il racconto di ricordi anche mai vissuti, come la dominazione catalana, avvenuta in epoca successiva. Un monologo molto appassionato ma al tempo stesso estremamente introspettivo e spirituale, reso più intenso e coinvolgente dall’assoluta mancanza di scenografia, da luci estremamente sature e scure, che sottolineano le stoffe del costume e si riflettono sul viso e i capelli chiari della Russinova. La regia di Manuel Giliberti rende tangibile al pubblico la sensazione che questa donna sia ancora viva e con noi.

 

Lei ha cominciato a interessarsi alla figura di Eleonora d’Arborea negli anni ’80, durante un viaggio di lavoro in Sardegna.  Come ci si è imbattuta?

“All’epoca facevo un programma che si chiama “Linea Verde” e tutte le settimane facevamo dei servizi in giro per l’Italia. In quell’occasione ero andata in Sardegna nella parte occidentale, a Oristano, e mi incuriosii riguardo a questo personaggio: era il periodo in cui si preparava la Sartiglia, un appuntamento molto sentito in Sardegna, una “giostra” coi cavalli molto pericolosa che nasce proprio in seguito al mito di Eleonora. Non c’erano molte notizie su di lei e io cercavo e compravo tutto quello che trovavo. Nilde Iotti, che era una studiosa del personaggio, mi diede delle dispense. Per anni ho cullato il desiderio di far diventare questo personaggio un progetto che potesse divulgarne il mito. Lo proposi a molti produttori ma senza successo. Quando alla fine degli anni ’90 ho deciso di fondare una società di produzione, tra i primi progetti sui quali ho cercato di concentrare le mie  energie, è stato proprio quello di Eleonora. Questo monologo è diventato un momento di teatro nel 2005 e da allora continuo a proporlo ovunque. Trovo sempre un grande entusiasmo, sia per me per farlo, ma anche per le altre persone che sono interessate e che la conoscono. È un bellissimo monumento di figura femminile, penso proprio che sia utile perché ti fa capire che la donna non si deve arrendere mai e trovare sempre la forza che tutte noi abbiamo, per portare avanti la propria vita a piene mani.”

 

È vissuta alla fine del Medioevo e nel monologo che lei presenta, si riconosce il contesto storico esclusivamente dal costume: potrebbe essere un personaggio più recente o addirittura contemporaneo, se ascoltiamo ciò che lei dice riguardo ai suoi ideali.

“Partendo dal fatto che la Storia è una grande trottola e le cose che avvengono sono sempre mosse più o meno dagli stessi perché: cambiano i costumi e i contesti storici ma è sempre l’uomo al centro di tutto, con le sue debolezze, le meschinità, bene e male che si rincorrono.  Volutamente questo personaggio si muove, parla e pensa come potremmo farlo noi. È visivamente proiettata nella dimensione in cui lei è vissuta veramente, proprio per sottolineare questo aspetto, cioè che le cose del mondo continuano a ripetersi.”

 

Eleonora è una donna granitica, sorretta costantemente dai suoi ideali. Quali possono essere le fragilità di un personaggio così determinato?

“Sicuramente i sentimenti.  Lei delle volte si interroga e dice che l’amore può spingere all’odio: i sentimenti ti rendono più fragile ma allo stesso tempo ti danno la forza di affrontare ogni cosa. C’è questo grande controsenso, figlio dell’equilibrio, perché da un lato ti senti debole e vulnerabile, ti possono ferire e lasci scoperto il fianco per l’amore di un figlio o di un uomo, dall’altra parte c’è la ragione per cui sei disposta a fare qualsiasi cosa per cui anche a porgere il fianco.

 

Quando racconta del figlio, in scena lei piange davvero. Eppure mantiene il controllo della performance.  Come si riesce a mantenere un certo distacco pur immedesimandosi così tanto dentro una vicenda?

“Perché forse io sono davvero in simbiosi con questo personaggio, è una cosa curiosa degli attori, la parte schizofrenica: entri ed esci ma puoi farlo solo se ce l’hai dentro, un po’ come quando entri ed esci da te stesso.”

 

Nel monologo Eleonora dice di voler dare dignità al popolo sardo, dominato da popoli lontani che non conoscono la gente che dominano. La dominazione catalana è però effettivamente cominciata dopo la morte di Eleonora. Sembra quasi che lei abbia voluto estenderne la vita tramite i suoi ideali. Pare un po’ sospesa nel tempo, questa Eleonora che lei descrive.

“Ed è così: lei diventa lo spunto per raccontare l’ideale inteso come concetto sospeso. Credo che tutti noi, in ogni momento, non dobbiamo mai abbandonare i nostri ideali, in tutte le epoche, perché l’ideale ti purifica e ti rende nobile.”

 

Nella pièce lei fa anche riferimento alla Carta de Logu, questa legislazione civile e penale che Eleonora promulgò e che regola la legalità, i diritti delle donne, lo stato di diritto, che è rimasta in vigore fino all’800, tra l’altro documento molto importante tutt’oggi per i linguisti perché è scritto in lingua sarda. Eleonora delineò una prospettiva di pensiero e d’azione preclusa alle donne dell’epoca, come ci riuscì?

“Il percorso  di Eleonora è stato tracciato, anche se non portato a termine, dal padre. Nel Medioevo ci sono molte figure di donne luminose: la donna era un punto di riferimento molto preciso, il Medioevo poi è sicuramente pieno di grandi contraddizioni ma anche di grande fermento. Eleonora conosceva il mondo, aveva viaggiato, era stata in Spagna e a Genova, aveva visto e conosciuto, aveva una visione illuminata e come tutte le persone che sanno e conoscono, possono aiutare quelli che sono vittime dell’ottusità degli altri a liberarsi. Anche questo è molto importante perché la cultura, intesa come conoscenza, è molto importante per progredire. Quando non c’è cultura si torna indietro, questo è sempre stato e sempre sarà.”

 

Lei ha fatto anche una ricerca iconografica?

“Sì, ho trovato diverse cose che naturalmente nel testo non ci sono, ma è molto interessante perché ci sono diverse scuole di pensiero: una parte di opinione minimizza la sua figura, un continuo contrastare. Io penso che dal momento in cui, ancora adesso, ne parliamo e subiamo il suo fascino è perché è stata appunto una figura molto luminosa. Poi ha dovuto sopportare tutti quegli avvenimenti che sicuramente con gli anni e coi secoli hanno impolverato e infangato la figura femminile e volutamente l’hanno impoverita. All’inizio del’900 invece l’hanno rivalutata ed è cresciuto il mito. Io penso che per l’essere umano sia molto importante avere i propri miti, soprattutto se sono come questo, che credo sia un bene che continui a vivere come tale, per essere un esempio di persona con tutte queste cose dentro. Lei dice: “in ogni donna c’è un uomo e in ogni uomo c’è una donna”, un individuo, donna soltanto perchè offesa e messa in una posizione di debolezza. Ecco perché deve essere aiutata ad avere il suo posto tra le persone ma dal momento in cui è persona, è persona e basta.”

 

Lei ha detto che nelle sue ricerche ha notato come la figura di Eleonora sia ancora molto presente nella cultura sarda, che cosa ha scoperto  e come mai è così poco conosciuta al di fuori dei luoghi d’origine?

“Me lo sto chiedendo anche io, perché Eleonora d’Arborea è un grande personaggio universale per tutte le ragioni che abbiamo detto. In Sardegna è molto sentita e mitizzata.”

 

Ma come viene vissuta? Ci sono delle ricorrenze?

“Si sì, ci sono, a parte a Oristano, non da molto tempo però. Ci sono diverse associazioni, rassegne e cose che la ricordano, però credo che sia uno di quei personaggi che deve prendere il suo posto d’onore nel mondo.”

 

Lei è direttore artistico della società di produzione Ars Millennia, dove vi occupate molto di teatro contemporaneo anche in lingua originale, musica, produzioni cinematografiche. 

“Da poco sono anche direttore artistico della stagione di prosa del Teatro Rendano di Cosenza, uno dei 22 teatri di tradizione. Costruendo il cartellone, proprio per quest’anno, ho cercato di fare questo percorso tutto al femminile.”

 

Les Femmes d’Or?

“No, quella è un’altra rassegna che ho, ma sempre con lo stesso intendimento, cioè raccontare la donna come persona, proprio per sottolineare questo aspetto. Poi  la lingua originale: a me piace molto perché la lingua è secondo me alla base dell’evoluzione dell’uomo.”

 

Quindi anche se non vengono capiti?

“Si sì: le lingue del mondo, come i dialetti, che sono delle lingue, sono una comunicazione importante, la memoria di ogni cosa. È interessante proporre queste cose e ho visto che proponendo anche dei pezzi recitati molto bene, in lingua originale, si riesce ad andare oltre e a percepire il senso delle cose anche se non si conoscono queste lingue.”

 

Che tipo di riscontro avete da parte del vostro pubblico? Secondo lei la gente negli ultimi anni ha cambiato aspettative nei confronti delle proposte teatrali e culturali?

“ Credo che il pubblico sia molto più attento perché la televisione sta diventando sempre più un elettrodomestico e quindi allontana l’interesse ma riempie in eccedenza di contenuti vari senza stimolare la curiosità, la conoscenza e la voglia di assaporare le cose. Credo che nonostante la crisi noi vivremo un momento di  grande luminosità, proprio perché i giovani hanno bisogno di conoscere, di costruire: nasceranno altri linguaggi, altre cose e credo che potrebbe essere l’inizio di un momento molto fertile.”

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VIDEODANZA: INTERVISTA A GITTA WIGRO

Ieri, 8 novembre, alle Bolle Nardini di Bassano del Grappa si è tenuta la presentazione del progetto di videodanza “Corpi Virtuali in Movimento”. Curata da Gitta Wigro, la proiezione è stata composta da 10 corti realizzati da autori internazionali, di durata variabile. Alcuni sono stati prodotti dopo una scrittura e un montaggio accurati, altri sono stati girati senza un progetto, trovandosi in una situazione estemporanea che ha portato all’elaborazione di un’idea scaturita dalla semplice osservazione di oggetti od eventi. Il filo conduttore di questa VI edizione del progetto è quello del movimento, espresso tramite un’indagine che non necessariamente deve passare attraverso la coreografia comunemente intesa, ma più semplicemente tramite il rapporto tra spazio, suono, immagine e oggetto fisico o virtuale. Il pubblico ha apprezzato moltissimo i video, quasi tutti caratterizzati da un’ironia elegante e leggera, una poeticità moderna ed estremamente piacevole. Uno studio sul movimento davvero interessante che sicuramente ci permette di percepire ciò che vediamo e viviamo con un punto di vista non scontato.

Alla fine della proiezione, ho incontrato la curatrice Gitta Wigro per approfondire l’argomento.

 

<strong>La danza generalmente è vista come un tipo di arte che necessita di un teatro per esprimersi. In che modo i video possono valorizzare l’espressione artistica di movimento?</strong>

Valorizzare non saprei perché è molto differente, non necessariamente  migliore ma comunque diverso, perché il primo cambiamento è che a teatro c’è un unico punto di vista: la gente è sotto e gli artisti stanno sul palco. La videoarte è come una lente a occhio di pesce, è a 360° perché la telecamera può andare ovunque e può guidare lo sguardo. È un lavoro molto diverso, vai in molte aree con il montaggio, contrapponendo due immagini o locations si può creare uno spazio che non esiste: se ho due stanze, filmo qualcosa dentro una stanza e un’altra cosa dentro l’altra, montandole insieme posso cambiare il modo in cui questa stanza esiste nel mondo fisico, creando spazi diversi.”

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<strong>Quando pensiamo alla videoarte immaginiamo dei corti che a volte hanno degli effetti speciali, come abbiamo visto nel video “Sliced”, questi effetti possono quindi essere concepiti con parametri coreografici?</strong>

“La cosa che mi piace dei video è che con l’animazione si perde il senso della gravità. Per la danza è importante sapere che c’è il peso e che viene percepito anche visivamente. In “Sliced” è un’esagerazione della sensazione di peso e il modo in cui è utilizzata l’animazione mostra dove va la gravità.”

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<strong>L’idea della danza al cinema non è una novità, se pensiamo ai grandi musical americani. In questi giorni, in Italia, è nelle sale il nuovo film di Wim Wenders dedicato a Pina Bausch. Quanto questo film può aiutare la gente a entrare maggiormente in contatto con la danza contemporanea e a capirla meglio?</strong>

“Penso che tutti i film che siano fatti con molta cura e studio permettano alla gente di vedere ciò di cui prima non avevano esperienza. È molto diverso dal vedere un film di narrazione, credo che sia un’ottima opportunità per vedere un bel film, nonostante io non sia una fan del 3D, però Wenders è stato molto chiaro sul fatto che volesse che fosse fatto proprio in quel modo.”

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<strong>Ma non pensa che il 3D permetta un’esperienza più completa?</strong>

“Ho parlato con gente a cui è piaciuto il 3D. I film normali hanno un “rate” di 24 fotogrammi al secondo, per vedere bene in 3D ce ne vorrebbero almeno 40 o 48 altrimenti il movimento sfoca l’immagine e si crea “l’immagine fantasma”. Per me non è molto bello ancora, forse se aumentassero il rate dei fotogrammi sì, poi penso che gli occhialini siano scomodi, ti fanno essere consapevole che li stai indossando invece di dimenticarti di tutto e semplicemente guardare il film. O la tecnologia si evolve o è meglio lasciare perdere, nella storia del cinema ci sono stati già tre o quattro tentativi di ricerca nel 3D, il primo già negli anni ‘20, ma semplicemente non penso che ne abbiamo bisogno: i cineasti sono capacissimi di creare mondi meravigliosi, ti siedi e pensi solo al film, è molto coinvolgente. Se sai fare qualcosa di straordinario rimane ugualmente straordinario anche in 2D.”

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<strong>Oggi vediamo come la maggior parte della video art possa essere condivisa in rete. Pensa che i social network come Facebook o Youtube possano incentivare la distribuzione, creando una nuova attenzione, o rimane sempre qualcosa per appassionati, per addetti ai lavori o comunque gente che cerca specificamente questo tipo di prodotti?</strong>

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“Penso che sia una domanda difficile perché da una parte se tu conosci qualcosa sai cosa cercare e lo trovi, ma  c’è anche la questione di cosa guida chi. Ci sono due modi di guidare in rete: c’è troppo da cercare per una sola persona quindi se io seguo un blog che consiglia qualcosa, poi me lo vado  a guardare. L’altro è che sono gli algoritmi che decidono cosa metterti davanti.”

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<strong>Certo, in base alle ricerche che fa un utente.</strong>

“Esatto. C’è questa preselezione che viene fatta regolarmente, il ché significa che in realtà  diventiamo sempre più limitati perché anche se io cerco altro che esce da ciò che è “related”, in ogni caso tutto rimane ugualmente compatibile.”

<strong> </strong>

<strong>Certo, perché i motori di ricerca e i servizi ad essi correlati “imparano” da ciò che cerchi.</strong>

“Esatto. Questo un po’ mi preoccupa perché abbiamo bisogno di essere esposti anche a cose con le quali siamo in disaccordo. Che ne sarebbe se si guardassero solo cose che ci piacciono? Le nostre vite diventerebbero noiosissime e molto riduttive.”

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<strong>Il problema è che se si prova a condividere qualcosa con gli altri non è detto che queste persone, pur essendo interessate, abbiano gli strumenti culturali per capirle, per cui magari apprezzano ma poi non approfondiscono la ricerca, rimane come una goccia nel mare.</strong>

“Questo è il motivo per cui facciamo anche dei festival online dove la gente lavora, fa quello che vuole fare, ha un’esperienza comune con gli altri, si discute insieme eccetera.”

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<strong>Secondo la sua esperienza, qui al festival, e soprattutto alle Bolle, che tipo di pubblico avete? Gente appassionata di danza contemporanea o anche persone di Bassano che sono semplicemente curiose e vogliono vedere qualcosa di nuovo?
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“Mi piace molto il pubblico qui, penso che sia magnifico e molto impegnativo perché sono spettatori molto diversi tra loro: abbiamo gli habitué di Bmotion che quindi vedono le cose di danza che organizza Operaestate e hanno familiarità con la danza contemporanea, altri sono esperti di videoarte o di belle arti, altri sono qui perché hanno fatto i nostri workshop, altri ancora sono interessati alle Bolle e vogliono  venire a vederle ma ci sono anche persone che per esempio lavorano in negozio o che sono artigiani, è molto vario.”

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<strong>Ma succede ovunque o specialmente qui alle Bolle?
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“Succede a tutte le proiezioni ma alle Bolle la cosa, secondo me, è più estrema e mi piace perché per me diventa più difficile scegliere i film!”

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<strong>Abbiamo visto lavori di artisti provenienti da molte parti del mondo tranne che dall’Italia. La videodanza è un tipo di arte che suscita più interesse all’estero?
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“No, ogni anno abbiamo una serie di workshop  dove un gruppo di 10-12 persone, italiani, vengono  per imparare la video danza, sono videomakers e coreografi.  Credo che ci sia lo stello livello di interesse.”

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<strong>In questo periodo molte fondazioni e organizzazioni hanno pochi soldi per supportare le arti e soprattutto gli artisti emergenti. Pensa che un periodo di crisi profonda come questo riesca a stimolare la fantasia degli artisti o può invece scoraggiare la ricerca?</strong>

“Io trovo gli italiani molto determinati: riescono a non precipitare, riescono a fare i conti coi problemi e sanno collaborare bene. Se io ho i miei soldi e decido di non dartene, rimane che io ho i miei e tu i tuoi. Se invece ci uniamo, abbiamo i nostri soldi. Vedo che l’organizzazione italiana e gli artisti lavorano molto bene insieme, sono generosi nel lavorare insieme ed è bellissimo da vedere. È  stupendo quando hai qualcuno come i Nardini che sponsorizzano le arti, aiuta molto e fa la differenza, è un modo per continuare nonostante la crisi perché se la crisi peggiora, le cose possono andare avanti ugualmente. Penso che la cosa principale, ora, sia di non perdere queste cose, essere determinati e continuare a lavorare in sinergia, per seminare qualcosa che quando ci saranno i soldi sarà grande di nuovo. L’immaginazione è indipendente dai soldi, la realizzazione spesso ne è invece dipendente. Per quanto, poi, l’immaginazione sia libera, comunque c’è sempre qualcosa che ti pone dei limiti e la mancanza di soldi è uno dei problemi che qualsiasi artista deve affrontare:  non si può volare o costruire 10 case, per dire, bisogna tornare a una misura più umana, allora si può pensare di saltare o di costruire metà casa. Io mi sento molto forte a lavorare con Roberto Casarotto e Operaestate, anche loro sentono la crisi economica ma il modo in cui lavorano e la loro perseveranza è quasi una missione che non li ferma e che permette loro di trovare altri modi per fare le cose.”

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FRENCH ARMENIAN STAR SIMON ABKARIAN at TEATRO OLIMPICO with his piece about MENELAUS

abkarian

italian version of this interview can be found at the following link ( on 2 pages)

la versione in italiano può essere letta al link sotto (su due pagine)

http://ladomenicadivicenza.gruppovideomedia.it/a_ITA_5643_1.html

 

The following interview is with a French-armenian actor-director, singer, playwriter, Simon Abkarian. He staged a piece in Teatro Olimpico dedicated to Menelaus, a character of the greek epic and mythology that is usually forgotten since more often his wife Helen is connected to her most famous lover, Paris. In this pièce Menelaus is the man that talk about his greatest love for the woman that has chosen him and that then is gone away. The piece is really beautiful and since my name is Elena I got really involved in the show that deeply moved me. With Mr. Abkarian I didn’t talk only about the show but also about the Armenian Genocide, which is a subject I’m interested in.

It’s a text of 2012, did you do some changes, thinking about the Teatro Olimpico?

Simon Abkarian: “No, the edition text is longer, the text for the play is shorter, they are 23 pages. It’s always the same but on the book is different. It’s a book published by Actes Sud, all my plays are published by Actes Sud”

In the greek tragedies the events are usually fated and people accept the unavoidable, even though they suffer. Paris kidnaps Helen and because of the Oath of Tyndareus the war is declared. In this piece Menelaus doesn’t accept the will of the goddess Aphrodite to promote Paris, having Helen fallen in love with him. The text says he’s the sacrificial bull, as all the hate that he feels for Helen and the grudge for Paris were a punishment to serve. Is Menelaus the scapegoat?

“Menelaus is usually badly depicted: he’s a bit the figure of the man that allows his woman to leave, this is what I’m interested in, the matter of love and separation. I don’t know whether Helen has been kidnapped, she accepts to leave, I guess that if she wouldn’t leave she didn’t do it and I also think that the War of Troy was because of a woman: in that period, until not so long ago in some places like in Armenia, Albania and Lebanon, the most precious entity was the woman and if you took a man’s woman you took him everything away. Since it ‘s a man-centered community, Menelaus is really unpopular because he hesitates to leave. What I wanted to do mostly was to talk about Menelaus’ heartfelt sadness and love because the more we talk about the heartfelt sadness the more we talk about his love, and if we talk about his love, we talk about Helen and if we talk about Helen we talk about the woman and what I’m interested in, today, at my age, 52 years, is to talk about the women in my plays. I have to understand what’s this reason that prevents women to live under a point of view of equality with men.”

Are there any problems or a debate about the equality between men and women? In France!?

“Yes there’s a problem”

Why?

“Because France is not the modern and advanced Country that presumes to be. Since there is a debate about equality it means that there is a problem, the day when there will be no more debate then we will have advanced. The day when a woman engineer will be paid the same as a man engineer we will have advanced, the day when we will say to kids that they can play mechanics if they’are called “Giuliano” and that is they’re called Silvia they can do mechanics too: women are able to drive an airplane, a Country , a theatre too and also to talk about their concept. For instance, when u see the roman catholic Church or the orthodox there are no woman that say “I’m going to say the mass for you”, why that? Haven’t woman enough spirituality? Anglicans do it but seeing a priestess has become folklore, So I don’t want to end my life telling myself that I’ve not tried to remedy this injustice.”

But in this piece you don’t talk about Helen’s personality, it seems that Menelaus is just a crush for her, she hasn’t the upheavals he feels

“I talk about love. When we love someone we love them even when they leave and I think that the strength of that love, the unconditional love, keeps to the myths. It’s a totally high-tone way to talk about love. It’s also a way to unfold and spread out the words because in the latest 20 years ( I see and hear what happens in your place but I better know what happens in France) the vulgarity of politicians, the vulgarity of certain intellectuals, the vulgarity of certain artists, the shortening of the language have allowed that the thought is no more able to spread out. A country is not a company, you cannot drive a country as if it was a company, a country has a verticalness, a history, and I felt the need to deploy the word, say again some terms because it’s through the words that the thought come out, if there are no words, there are no thoughts, if there are no thoughts there is no possible outlook and no possible salvation.”

In the piece is a continuous wave between love and hate, sometimes expressed by very strong words but also very delicate. One of the most important is certainly the pun between the name “Helen” and word “hate” ( in French Hélène- haine EDDn) that equally keeps up the interpretation and the playwriting. In Italian this coincidence is completely lost. Do you think that the translation could damage the show?

“No, it was the first time that the Italian audience saw the piece; from the moment you have to stage a piece that has to be translated, it anyway carries the seed of its decline: shouldn’t we stage the piece or should we do it losing some shades? I prefer doing the piece scarifying some shades.”

You equally use these two words, when you turn back to the perspective e say them out loud, like a tribute, to honour and gather together the history, the myths, and the civilizations that have followed one after the other during the centuries through art and literature: Helen, Oedipus, wars, exiles, but also the greek art and literature that deeply influenced us Italians and our visual culture too.

“I think that the tribute is if we remember all the women and the men that has worked before us, that there is a line of descendants, that we cannot forget where we come from and who we are: if nowadays we think and write and built ourselves as creative and cultural nations is also thanks to Greeks, we began writing an think like they did, followed by Romans and so on. Today, when you go to a museum, if you don’t know Genesis, greek myths or Ovid you don’t understand anything of the panting hanging on the walls nor the sculpture or literature. I’ve studied latin and greek at the jesuits’ in Lebanon, there was a time when there was the religion but I think that artists are more honest than religious people, then there is the time when we say that we don’t need all of this and that it’s important to have money, women and cars but like this we only go against a big wall and only thing that can save us is the artistic creation that will give us , the population children of those civilizations, the verticalness to be able to pass by that wall.”

You are Armenian, and you played in the movie “Ararat” by Atom Egoyan and in other occasions in other dramas on stage you had the chance to talk about this subject . You have also been living in California where there is the largest armenian community of United States, Another armenian-lebanese artist like you, based in California is Serj Tankian from band System of a Down, who many times, in his song, has talked about the Armenian Genocide and war. There’s the movie “The Lark Farm” by Taviani brothers from Antonia Arslan who often talks about two French movies of the early 90’s, “588 Rue Paradis” and “Mayrig” with Claudia Cardinale and Omar Sharif. In 2015it will be the 100th anniversary of the Armenian Genocide and despite the work of so many artists, there is not yet a worldwide awareness as it happened with the Holocaust after Spielberg’s movie “Schindler’s list”: why there are no Armenian “Schindler’s list” or “Anna Frank Museum”?

“Jewish Holocaust took place in Europe, Armenian Genocide took place in a desert in Middle East, in the desert, between Syria and Anatolia. As the Holocaust took place, in France there is a long history of persecution against the Jews, from the Dreyfus Affair we can date back to Middle Ages. I think that a difference that there is between the Holocaust and the Armenian Genocide is first of all in the industrialization of death, they did a very well organized industry of death. Second thing, or one of the most important things is that Germans have had a man, Willy Brandt (prime minister in 1970,criticized in Germany because of Warsaw Genuflection, Nobel Prize of Peace in 1971-EDDnote) who knelt begging forgiveness to the Jewish people in behalf of the Germans. In Turkey the government spend millions of dollars every year to deny the Armenian Genocide, there are some lobbies that are sent by the government to Washington, Paris, Bruxelles. So this is also another difference: before us we have we have some people that works to go on saying: “we did nothing” and on the other side there is a common european awareness where many heads of state gathered together and declared: this fault has happened, we have to admit it and we have to work to never repeat it again. In Turkey they go on with this idea of hate against us, I’m talking about the government, not Turkish people.”

I know that in the turkish universities there is a debate.

“Yes they are beginning. Also, the genocide: the first generation has tried to survive, the second tried to establish, the third, as we have seen, has doctors and lawyers and so on, the fourth generation is the one of the artist that are coming. We need time to establish and also we have to say that there’s a great tradition of jewish filmmakers from Germany, France and Italy that went to United States and gave a new breath to American cinema, the authors, producers, and there is a great traditions because at that time in US people said that cinema was crap and now they have done an industry of that but at that times making cinema was nothing. Turkey plays a game that is never clear, with Kurds they did a peace agreement and now we realize that they help islamists to harm Kurds of Syria; so it’s complicated, the Turkish expansionist and panturkist politics have never died and they have never been able to swallow the loss of the Ottoman Empire, that to talk about why there are few Armenian movies about this subject: because turskish lobbies do put pressure on that.”

 

In the movie “007 Casino Royale” you are one of the villains. In a French tv series you played the role of a gangster. The villain is almost always the most interesting. Is it easier to create and to dig up from violence or from positive feelings?

“I think that we cannot split them, I think that everything works with its own contrary: if there’s no darkness then there’s no light, there’s no silence without sound, I think it’s important to let the light come out from the darkness and black or vice versa, because the human soul is never only gentle or malicious. I think that on the dramaturgy level it’s much more interesting to have some characters that are in contradiction with themselves but that fight for something right and beautiful, the complexity that a woman or a man can have before a thing or another: should I kill him or not? Should I stay or leave? This is what it’s beautiful in theatre, cinema and literature, to have characters that send back to you and you say “it’s me”. The only thing that it’s different is the language, it’s an artifice, the language of theatre for me, or the language of images: what is beautiful is that suddenly we are moved by something that is completely built, invented and artificial, in the high toned sense of the term. What I’m mostly afraid of, in the artistic creation, is realism, to me realism doesn’t effect me.”

 

some tour dates of Ménélas Rebétiko Rapsodie in France

12-3-2015 / 14-3-2015  Théâtre National de Nice

17-3-2015  Théâtre La Baleine de Onet le Château

19 et 20 -3- 2015  Théâtre de l’Union de Limoge

 

Simon Abkarian will perform in a rock ‘n’ roll concert at Balajo in Paris in november

https://www.facebook.com/events/484759844961624/?fref=ts

 

excerpt of the piece

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SIMON ABKARIAN au TEATRO OLIMPICO avec MENELAS REBETIKO RAPSODIE

abkarian

version officiel de l’article (en italien) au lien suivant ( 2  pages)

versione in italiano al link sotto ( su due pagine)

http://ladomenicadivicenza.gruppovideomedia.it/a_ITA_5643_1.html

 

Ce ci c’est mon premier post en français pour mon blog et je m’excuse tout de suite avec les lecteurs, car j’écris en français deux ou trois fois par an. J’utilise cette langue parce que c’est celle que j’ai utilisée pour faire l’interview que vous pouvez lire ci-dessous. l’artiste est Simon Abkarian, star français d’origine arménienne qui a mise en scène au Teatro Olimpico de Vicence une magnifique pièce dédiée à la figure de Ménélas. En étant Abkarian un artiste arménien je voulais en profiter pour parler du Génocide Arménien, une question qui m’intéresse beaucoup. « Ménélas Rebétiko Rhapsodie » est un très beau spectacle ou on parle de l’amour de Ménélas pour Hélène et puisque je m’appelle Elena je ne pouvais que me sentir particulièrement impliquée. Larmes, standing ovation et plusieurs minutes d’applaudissement.


Il s’agit du texte de 2012, vous avez apporté des modifications à en pensant au théâtre Olimpico?

Simon Abkarian : « No le texte de l’édition est plus long et le texte pour la pièce est plu court, il fait 23 pages, c’est toujours la mêmes chose mais sur le livre est un’ autre. Est un livre publié chez Actes Sud. Toutes mes pièces sont édites chez Acte Sud. »

Dans les tragédies grecques, souvent, les événements sont prédestinés et les hommes acceptent l’inévitable bien évidemment s’ils souffrent . Paride kidnappe Elena et à cause du serment de Tindaro la guerre est déclarée . Dans sa pièce Ménélas ne pas accepte la volonté de la déesse Aphrodite de favoriser Paride en faisant tomber amoureuse Elena avec lui. Le texte dit qu’il est le taureau par scarification, comme si toute la haine qu’il éprouve pour Elena et le mépris qu’il éprouve pour Paride étaient en peine à purger. Ménélas est un bouc émissaire?

« Il est mal représenté, souvent, Ménélas : c’est un peu la figure de l’homme qui laisse partir sa femme, ce que m’intéresse la dedans c’est la question de l’amour par la séparation, mois je ne sais pas si Hélène est kidnappe elle accepte aussi de partir. Je m’imagine que si elle ne voulait pas partir elle ne serait pas partie ma aussi mois je pense que la guerre de Troie a été à cause de un femme : à cette époque las jusqu’à il n’y a pas longtemps, dans certain parties du monde en Arménie, Albanie, Liban, l’entité la plus précieuse c’est la femme, si on prend la femme de quelqu’un à un homme on i prend tout, comme c’est un société d’homme e du mal, Ménélas c’est très mal vu parce que il hésite a partir. Ce que je voulais surtout faire c’était parler de la intime tristesse de Ménélas de l’intime amour de Ménélas parce que plus en parle de l’intime tristesse plus on parle de son amour e si on parle de son amour on parle d’Helene et si on parle d’Hélène on parle de la femme e mois ce que m’intéresse, aujourd’hui à mon âge à 52 ans c’est de parler des femmes dans mes pièce, j’ai besoin de comprendre qu’est que c’est cette raison qu’on empêche les femme de vivre dans un point d vue égale avec les homme. »

Il y a des problèmes ou un débat sur la parité entre les hommes et les femmes? En France !?

« Oui, il ya un problème »

Et pourquoi ?

 

« Parce que la France n’est pas un pays moderne et avances qu’il prétende être. A partir d’un moment ou il y a un débat pour la parité ça veut dire qu’il y a un problème, le jour ou il y aura plus de débat on aura avancé, le jour ou un femme ingénieure sera payée comme un homme ingénieur on aura avance, le jour ou on dira aux enfants : tu peut jouer à la mécanique si tu t’appelle Giuliano ma si tu t’appelle Silvia tu puoi anche fare la meccanica , les femmes sont tout aussi capable de conduire un avion, de conduire un pays , de conduire un théâtre et aussi de parler de la vision des femmes. Par exemple quand vous regardez l’Eglise apostolique catholique romaine ou orthodoxe, il n’ ya pas de femme qui est sur l’hôtel pour dire: « voilà je vais faire la messe pour vous », et pourquoi? Pourquoi une femme n’est pas capable d’avoir la spiritualité suffisante? Les anglicans le font tout ça mais avoir de prêtresse c’est devenue un folklore, donc moi je ne veux pas finir ma vie en me disant que je n’ai pas essayé à réparer à cette injustice. »

Mais dans cette pièce on parle pas de la personnalité de Elena, ça semble que Ménélas est un caprice pour elle: elle ne semble pas être dans les bouleversements que qui as Ménélas.

“On parle d’amour, on parle d’amour. Quand on aimes quelqu’un on l’aime même quand il est partie et je pense que la force de cet amour la, de l’amour absolu, s’en tient à des mythes, c’est de parler de l’amour d’un manière absolument noble. C’est aussi un manière de redonner e redéployer et ouvrir à la parole parce que ces 20 dernières années (quand je regarde et j’écoute je sais ce qui s’est passé chez vous mais moi je sais mieux ce qui se passe en France), la vulgarité des homme politique, la vulgarité de certain intellectuels, la vulgarité de certain artistes, le raccourcir du langage ont fait que le pansée ne sais plus déployer. Un pays ce n’est pas un’ entreprise, on dirige pas un pays comme un entreprise, un pays a un verticalité, un histoire et moi j’avais besoin de redéployer de las parole, de redire des mots parce que c’est par les mots qui vient le pansée, s’il n’ya pas des mots il n’ y a pas la pansée , s’il n’ y a pas la pansée il n’y a pas de vision possible et de salvation possible. »

Dans la pièce est une vague continue entre l’amour et la haine, exprimée à la fois en mots beaucoup plus forte que délicate. Un des plus importants est certainement le jeu de mots entre le nom Hélène et le mot – haine, qui prend également en charge l’interprétation et la dramaturgie de ces scènes. En italien cette coïncidence entre « Hélène » et « haine » est complètement perdu. La traduction, selon vous, endommage le spectacle?

« No, c’est la premier fois que le gens en Italie voient le spectacle; à partir du moment comment s’a faire une pièce de théâtre que soit traduit toutefois elle porte en elle-même le germe de sa décadence: est qu’il faut pas faire la pièce ou est ce qu’il faut faire la pièce en sacrifiant quelque nuance ? moi je préfère faire la pièce en sacrifiant quelque nuance. »

Vous utilise également ces deux mots, quand vous vous retourné à la perspective et les diésez très fort c’est comme un hommage, d’honorer et de rassembler l’histoire, les mythes et les civilisations qui s’ont poursuis des siècles à travers l’art et la littérature: Hélène, Œdipe, des guerres et des exilés, mais aussi l’art et littérature grecque qui ont influencé beaucoup nous italiens et notre culture visuelle aussi.

« Je pense que l’hommage si se rappelait toutes les femmes et tout les hommes qui ont travailler avant nous, c’est qu’il y a un filiation, c’est qu’on peut pas oublier d’où on vient et on peut oublier qui on est , si au jour d’hui on pense et on écrit et s’en construit autant quelle nation créatrice artistique et culturelle c’est aussi grâce aux grecque on commençait à penser à écrire comme ils le faisaient suivis par les romaine suivis par etc etc. Aujourd’hui si vous allez au musée à Paris, si vous ne savez pas ce que c’est la Genèse, les mythes grecque ou Ovide vous ne comprenez pas ce qui c’est accroché sur les mures, ni la sculpture, ni la littérature. Mois j’ai étudié le latin et le grecque en Liban chez les jésuites, il y avait un’ époque la religion mais je pense que les artiste sont plus honnêtes que le religieux ; après Il y a un époque ou on dit qu’on a pas besoin de tout ça et l’important est avoir de l’argent, avoir des femmes, des voitures mais comme ça on va dans un grand mur et la seule chose qui peut nous sauver, je pense, et c’est la création artistique qui va nous donner à nous, les peuple qui sommes les enfants de ces civilisations, la verticalité pour pouvoir passer autour du mur. »

Vous êtes arménien, vous avez participé au film « Ararat » de Atom Egoyan, et à d’autres occasions dans autres ouvres du théâtre vous avez eu la chance de parler de ce sujet. Vous également vécu en Californie, où il ya la plus grande communauté arménienne des États-Unis. Un autre artiste célèbre d’origine libanaise arménienne comme vous et naturalisé californien est Serj Tankian des System Of A Down qui souvent dans ses chansons parlaient de la guerre et du Génocide Arménien. Le film « la mas des alouettes » de frères Taviani par Antonia Arslan qui souvent parle de deux film produits en France dans les années ’90 « 588 rue Paradis » et « Mairyg » avec Claudia Cardinale et Omar Sharif. En 2015 c’est la récurrence du 100 ans de Génocide Arménien, malgré le travail de nombreux artistes, il n’y a pas encore une prise de conscience mondiale comment il se passait avec l’Holocauste après le film «Schindler’s list» de Spielberg : pourquoi il n y a pas un «Schindler’s list» ou un «musée Anna Frank» arméniens?

« Le génocide des juives a eu lieu en Europe le génocide des arméniens a eu lieu en Moyen Orient dans le désert entre la Syrie et l’Anatolie. Après que le génocide de juives a eu lieu il y a déjà dans l’histoires de France, en tous cas, un long persécution des juives depuis l’Affaire Dreyfus et même en avant on peut remonter ou Moyen Age, on voit déjà la persécution des juives. Je pense que la différence qu’il y a entre le génocide des juives et le génocide des arméniens il est d’abord dans l’industrialisation de la mort, d’en avoir fait un’ industrie très bien organisé. La deuxième chose, ou un des chose encor plus importantes, est que est que les allemands on eu un homme qui s’appelait Willy Brandt (chancelier en 1970, critique en Allemagne pour la « Génuflexion de Varsovie », Prix Nobel de la Paix en 1971, EDDnote) qui s’est mise en genou et il a demandé pardon au peuple juif pour le peuple allemand. En Türkiye le gouvernement chaque année il dépense des millions des dollars pour nier le Génocide Arménien, il y a des lobby que les gouvernements envoi à Washington, à Paris, à Bruxelles. Donc c’est ça la différence aussi : devant de nous nous avons des gens qui continuent à œuvrer pour continuer de dire le fait de « Non nous n’avons rien fait » et de l’autre côté il y a eu une conscience commune européen ou beaucoup chefs d’états se sont réunit pour dire: « c’est passé cet erreur là on doit essayer d’abord de la reconnaitre, on l’a fait et aussi faire que ça ne recommence plus. En Türkiye ça continue dans l’idée de cet haine vis-à-vis de nous, je parle de gouvernement turque je ne parle pas du peuple turque. »

Je sais que en Türkiye dans les universités il y a un débat.

« Oui ça commence. Et aussi le génocide: la première génération a essayé de survivre, la deuxième a essayé de se constituer la troisième comment on se voit il y a eu des médecin, des avocats etc etc, la quatrième génération c’est elle des artistes qui viennent , donc se prend du temps de constituer et il faut dire aussi qu’il y a eu un grand tradition de cinéastes juives allemands ou de France o de l’Italie qui sont partis et sont allés aux Etats Unis, qui ont donné un nouveaux souffle au cinéma américaine, les auteurs, les producteur donc il y a un grand tradition parce que dans les Etats Unit le gent disait le cinéma c’est de la merde, maintenant ils en ont fait un’ industrie, voilà à l’époque c’était rein de faire le cinéma. la Türkiye joue en jeu que est diplomatiquement jamais claire, avec les Kurdes ils avait fait un paix et au jour d’hui on se rend conte que ils aident des islamiste pour faire du mal au kurdes de la Syrie; donc c’est complique, la politique des turques expansionniste et panturquiste est jamais mort, ils ont jamais digéré la perte du l’Imper Ottoman donc voilà ce que je veut dire pour parle de pourquoi il n y a plus de film arméniens sur la question: est parce que il y a un gros gros gros pression de lobby turques. »

Dans le film Casino Royal, vous êtes l’un des méchant. Même pour une tv série française, vous avez joué le rôle d’un gangster. Le méchant est presque toujours le plus intéressant. Il est plus facile de créer et creuser dans la violence ou dans les sentiments positifs?

« Je crois que on peut pas les séparer, je crois que tout marche avec son contraire, s’il n y a pas des ténèbres, il n y a pas de lumière, s y il n’y a pas de silence il n y a pas du son, je crois qu’il est important de faire sortir la lumière de quelque chose de ténébreux ou de noir, ou inversement parce que l’âme humaine n’est jamais que gentil ou que méchant. Moi je trouve que dans un plan dramaturgique c’est beaucoup plus intéressant d’avoir des personnages qui sont en contradiction avec eux même mais qui se battent pour quelque chose de beau et de juste, la complexité que un homme ou qu’une femme peuvent avoir devant tel ou tel chose: est que je le toue ou est ce que je ne le toue pas? Est que je reste ou reste ou est que je part? Tout ça c’est qui est beau pour moi en théâtre et ça qui est beau en le cinéma et la littérature, c’est d’avoir des personnages qui vous renvoient à vous e que vous dite: « est mois ». La seule chose qui est différent c’est la langue, c’est un artifice, la langue du théâtre pour moi ou la langue des images: c’est qui est beau est que tout d’un coup on est ému par quelque chose qui est complètement construit inventé et artificiel, artificiel dans le sens noble du terme. Moi ce qui me fait le plus peur et le plus triste dans la création artistique c’est le réalisme, moi le réalisme mi fa niente ! »

tournèe en France de Ménélas Rebétiko Rapsodie

12-3-2015 / 14-3-2015  Théâtre National de Nice

17-3-2015  Théâtre La Baleine de Onet le Château

19 et 20 -3- 2015  Théâtre de l’Union de Limoge

 

Simon Abkarain va jouer un concert de musique rock ‘n’ roll au Balajò à Paris à novembre

https://www.facebook.com/events/484759844961624/?fref=ts

extrait du spectacle Ménélas Rebétiko Rapsodie

 

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POLIFEMO e ULISSE erano NAPOLETANI, la tesi sposata da EMMA DANTE

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“Io, Nessuno e Polifemo”  è lo spettacolo di Emma Dante che ha aperto il 67° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico, di cui è neo-direttrice artistica dopo il biennio  condotto da Eimuntas Nekrosius.

in questa splendida pièce Emma dante appoggia la teoria per cui Polifemo non fosse siciliano ma napoletano, per la precisione dei campi flegrei. In soli 70 minuti la Dante ripercorre la storia e la letteratura sfruttando giochi di parole, coincidenze, leggende, pregiudizi, luoghi comuni usi e costumi del Mediterraneo.

spettacolo imperdibile  recitato in tre  lingue: italiano, napoletano  e siciliano, queste ultime recentemente riconosciute dall’UNESCO come lingue madri.

L’intervista con Emma Dante  la potete leggere al link sotto

http://ladomenicadivicenza.gruppovideomedia.it/a_ITA_5624_1.html

 

date tournèe:

dal 25 al 30 settembre al TEATRO FRANCO PARENTI di MILANO

dal 24 ottobre al 2  novembre al TEATRO BIONDO  di PALERMO

dal 3 all’8 febbraio 2015 al TEATRO BELLINI di NAPOLI

al ROMAEUROPA FESTIVAL 2015

 

tutte le info sui prossimi spettacoli della rassegna del teatro Olimpico diretta da Emma Dante

www.tcvi.it/it/classici2014

 

sito ufficiale Emma Dante

http://www.emmadante.it/

 

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la ZOMBITUDINE della società omologata raccontata da DANIELE TIMPANO ed ELVIRA FROSINI

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Daniele Timpano è famoso per i suoi spettacoli  incentrati sulla storia d’Italia riletti in chiave pop, oltre che per aver dedicato una pièce ai robot dei cartoni giapponesi degli anni’80.

autore dedito ad un’accurata ricerca storica, lo spettacolo che ha più fatto parlare di lui  in rete è sicuramente “Aldo Morto” a cui era stato correlato un progetto di diretta streaming 24/24 che faceva riferimento  alla prigionia di Aldo Moro.

La nuova pièce scritta con Elvira Frosini si chiama Zombitudine e si focalizza su due personaggi, un uomo e una donna, che si rinchiudono in un teatro per sfuggire all’attacco degli zombie, che sono fuori e sono ovunque e che ironicamente vengono classificati con tutte le categorie sociali possibili e immaginabili.

questa di “Zombitudine” è una provocazione sottile e ironicamente così diretta da  non  far capire allo spettatore che la situazione è talmente esplicita che potrebbe pure sfuggire al nostro sguardo: ci si salva se  si prende posizione, se si rientra chiaramente in una categoria, ma ovviamente ed evidentemente,  più si è aderenti alla categoria di appartenenza più ci si svuota di originalità e quindi si diventa degli zombi.

L’intervista con i due autori è al link  sotto

http://ladomenicadivicenza.gruppovideomedia.it/a_ITA_5618_1.html

 

sito di Daniele Timpano

http://danieletimpano.blogspot.it/

sito di Elvira Frosini

http://elvirafrosini.blogspot.it/

canale YOUTUBE ufficiale di ZOMBITUDINE

https://www.youtube.com/channel/UCAfi_-kEZjaEt3pNDkt7wnw

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a CHOREOGRAPHY tells the incredible events of an american GAY TEEN AGER in a christian SEMINARY

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pics  by Michele Memola

Connor Schumacher is a young american choreographer  based in Holland who performed  last night of Bmotion Festival of contemporary dance in Bassano del Grappa. His pièce is called “Boy oh Boy” and  talks about his experienced as a gay person. The first part of the piece is a lecture of a priest that talks about homosexuality. The second part is about a personal event of his life occurred when he was a teen ager: he’s watching a gay porn and his mother comes back home without any notice. Since he’s scared of his mother to find out he’s gay, he tries to push back his erection, he feels a bump and he faints hitting his head. His mother understand  what’s happening, he tries to get up and minimize but he feels bad and asks her to help him. She takes him to the hospital where he has to undergo surgery operation since 2 blood vessels got broken. He can choose to let them recover by themselves but he risks to remain impotent so he prefers the surgery, hoping that it will work.  After that his parents took him to a seminary hoping that he can change but he perfectly recovers from the surgery thanks to a friend that we wouldn’t imagine. Schumacher tells this story in a dance performance wich is soundtracked with some recorded speeches. In the following interview he also explains that Europe is a better place than US to work with culture.

 

You wrote this piece after this experience you had:  what you tell in the piece is all true?

Connor Schumacher: “Yes the first section, the man speaking, is a text  from a seminar like a “don’t be gay” seminar  that my parents took me to. They were very passive-aggressive, they  were “don’t want you to be gay” but they didn’t hate you.  It’s something like my parents took me to when I was 16 and I found a recording .”

The first part of the piece is about a preach that explains that being gay is something bad but they don’t hate gays and so on, the second part of the play it’s about your personal episode that happened to you . So you pass from something  very serious and then it happens your accident that should be something concerning but you tell it in a funny way. Why did you choose these different registers?

“One because how I experienced I wasn’t kicked out of the house or beaten or anything like this. I was in a situation where I knew  they still loved me and care for me but they thought I become something different then who I was: they thought that because I was gay I was going to do drugs, get HIV and that’s just what they thought  homosexuality was. That part wasn’t actually very violent but it portrayed me in a violent way  or something like that. Also in this text of the seminary it tries to create some kind of new ones some kind of showing  that it is very complex and people are very different, there’s all kind of homosexual people, but they are like they shouldn’t and all you have to do is to choose to not act on their feelings. As a 16 years old going into this seminar it was very strange to hear somebody talk of your feeling the same as they talk about to be an alcoholic or somebody used violent or somebody  used drugs, like it’s they love you but they think you’re a monster and it’s not that it is just as violent but something to way you think about yourself.

They don’t accept  you.

“They don’t accept all of you, they only accept a part of you and then they think that one part of you is going  to become a demon.”

Also because, maybe, they feel your way of being as a kind of a guilt, like they made something wrong.

“Exactly, and it’s just something they don’t understand. I just fear what they don’t understand and the second part I think it’s a bit  funny because I had this accident because I was scared they were going to find out, I had the surgery and the only way that I knew that I was better and that I could have sex was because of a pastor’s son, this boys that I was in love with who was very religious. I went his father’s church and he came and he got in bed with me. Only because of a very Christian boy who really believed in God …”

It’s an incredible story, it’s like a cartoon: you had your accident, they sent you to the seminary because they wanted you to change, and then you recover thanks to a very christian person. It’s a paradox!

“I do find that a cartoon, very funny, I don’t have any hard feelings about it because it’s just people, like people that don’t understand, people that do understand, like people that do help me but they didn’t know they were helping me.”

Didn’t you think that this was more suitable for drama instead of dance? Since it’s really suitable to be told and played as an actor.

“Yes it definitely could be. Before studying dancing I actually went to school for movie-writing and play-writing  and of course, growing up, when I was in that programs I looked back in my life and these are great stories, really great things that happened to me. I was a gymnast, then I became a dancer, that’s how I know how to tell stories. This is only the 3rd performance I’ve made and slowly also the screen-playwriting and more theatrical things are coming.  But right now I know how to make things with my body and I know how to communicate; for me the only thing it’s important right now is that the message is clear and maybe when I think it’s necessary, that it will be more clear by doing it in a play or in a movie or a painting  or a photograph or a dancer. It doesn’t matter what the form is but right now this is how I was able to. I’m opened to whatever form it’s necessary to be clear, not opened to whatever medium or form just for it to be beautiful but I’m opened to help me say more clearly what I want to say.”

When did you move from United States to Europe?

“When I was 22 right after I graduated  from university, Purchase College and conservatory of dance, right outside of New York City.”

America of course has a huge tradition of tv-shows: do you think that tv shows can influences nowadays  dance or performances, tv shows also like cartoons as “American dad!” or “Family Guy” or “The Simpsons” and so on?

“I like more shows like “Girls” on HBO, is very accurate and very clear to what reality is like right now for people of my age. Yes I think tv-shows also do influence the generations.”

This is your 3rd show, have you already talked about homosexuality in your previous shows?

“Yes, the first 2 performances were about my experience in this  boy’s church, the church that his father  ran, where he used to be a preacher and it was a very strange experience where strange things happened. I found a connection between my experience and dance and my experience in that church: it turned out  that I was asking the question if the presence of God is a psychological thing because I saw very bizarre things happening in this church, they were shaking and falling down on the ground, speaking  in tongues and things like that and I connected it to my experience of dance and my ability to let go yourself in the present moment,  that in a moment when you forget the past and the future and you’re engaged and  released from the society and all those things and the present moment: maybe that’s what we call God all the time.”

 

It’s God anyway, you think?

“I mean, that’s the word what we called it but I think it’s just as feeling, it’s not something about outside of yourself but to me God is the present moment then you can connect to through spirituality.”

In Italy, when we study history of theatre we begin from many centuries ago and we study that the mise en scène is the ritual, the mass, expecially the catholic one, is really performing and featuring, it’s like a show.

“I agree.”

 Does it also happens in United  States that the ritual is considered a kind of ancestor of theatre? I talk about catholic but of course our culture is pretty much older than Catholicism.

“In the US I don’t  think people are necessarily involved in Christianity as it as the modern christian, the ritual they do I don’t think that they connect  so much to ancestory, they connect  it to the fact that they’re doing  what the Bible says and what is written but I think I agree with you: there is ritual, mise en scène  and performance, there are symbols that engage people in the present moment. I think that in United States  people that  step  back and see what catholic ritual has in common and christian and African religion have in common -they are all the same- they are all things that help you engage in the present moment so  you  can release yourself  from the precious and the shame of your past and the precious and the fears  of your future and help you to be a person and to be related to another person.”

United States are a place where many protest took place, culture revolution, Woodstock, freedom and soon and now you live in Holland wich is considered  one of the most open minded  place in Europe. Why a young guy like you needs to move from US? Sorry for the prejudice but I think that americans are educated that …

“…That is the best place in the world”

Exactly: emigration outside the US is not considered

“I agree with your perspective on what you think”

You were  in new York, wich is the most open minded town and you feel the need to come to Europe with the deep crisis and all the problems we have? 

“You can just look at me: I’m 27 years old and just started making performances 2 years ago, I graduated when I was 22 and I had a professional dance career just as dancer and for choreographer for only  2 years  and now I’m sitting in Italy, after I’m getting payed  to be here and perform a solo, to see a lot of other works and have a conversation with you. In New York it wouldn’t happen until I was 45. In Europe they give more opportunity to culture to influence the society and find out the role it plays in the society; in NY I’d be waiting tables  and trying to learn how to create performances. In Europe I’m paid  to explore, to grow, mentored.”

You mean that in New York there are less possibilities than in Europe?!?

“Yes, absolutely, especially in New York where everybody goes because of this idea that everybody thinks that New York is that and everybody’s there. There is nothing to do but pay your bills and live your dream but your dream only happen 4 hours out of the entire week and I decided, when I graduated, that was the right time to move to Europe. I’ve studied abroad in Rotterdam and I liked it and I made some connections,  I got one job for one summer and I decided that if I want ever to live abroad it was the time. I came and it has worked out.”

You told me your parents are military. Did you come to Europe before moving definitely to Holland when you were kid for example?

“I was  born in Japan and I lived in the States until I was 22. I came to Ireland one time and that was my only experience outside my studying abroad, but being home- schooled I was taught at home and I learned on text books so my parents could influence my education.”

In the piece we  see that during the accident the attitude of your mother and the people you have around, it’s really open minded, because they take you to the hospital, they don’t condemn you, it’s not like the movie “American beauty” let’s say.

“No,no: I was in a military family but it doesn’t mean that is “American dad!”,they are very open minded but they have their believes and they still support me in everything but we have points where we disagree.”

 

 

 

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DANZA: ENZO COSIMI e il suo nuovo lavoro alla BIENNALE DI VENEZIA

enzo_cosimi_ottimizzata

questa settimana per la domenicadivicenza.it ho intervistato il coreografo Enzo Cosimi ospite al Teatro Comunale di Vicenza per una residenza dove ha lavorato alla costruzione del suo nuovo lavoro “Sopra di  me il diluvio” di cui è andata in scena un’anteprima di circa 15 minuti. lo spettacolo completo sarà mostrato alla Biennale Danza che avrà luogo a Venezia dal 19 al 29 giugno.

Dopo lo spettacolo c’è stato l’incontro col pubblico dove si è parlato molto del suono che accompagna questa performance che ha molto colpito gli spettatori in sala.

al link sotto potete leggere l’intervista su due pagine e più sotto il primo teaser dello spettacolo

http://ladomenicadivicenza.gruppovideomedia.it/a_ITA_5484_1.html

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FASSBINDER NEOMELODICO disambientato al SUD ITALIA

treno fermo a - katzlemacher 1

al teatro Astra di Vicenza ho assistito a una pièce molto interessante che però per chi è digiuno di cultura pop del Meridione, specialmente partenopea, è abbastanza difficile da capire nella sua estetica.

lo spettacolo realizzato dalla compagnia nO (dance first. think later) si intitola “treno fermo a katzelmacher” ed è preso da un testo di Reiner Fassbinder che nel ’69 ne fece un film dal titolo Katzelmacher e che in italiano fu tradotto “Il fabbricante di gattini”, espressione dispregiativa che veniva usata in quegli anni in Germania per identificare i lavoratori immigrati dal Sud Europa, italiani e greci in particolare.

la storia è quella di un gruppo di ragazzi indolenti e apatici la cui routine avvitata nell’alienazione di una sconcertante desertificazione dell’anima è interrotta dall’arrivo di uno straniero che viene palesemente deriso, vilipeso e calunniato senza che lui si renda conto poiché non parla tedesco.

in questa versione del collettivo nO (dance first. think later) la situazione viene ribaltata, il katzelmacher è un tedesco che arriva al Sud e che diventa capro espiatorio di un gruppo di ragazzi che più che indolenti si potrebbero definire scocciati, perchè comunque una certa vivacità a corrente alternata ce l’hanno.

Ho incontrato i due ideatori del lavoro, che si è guadagnato una segnalazione al Premio Scenario 2013, Dario Aita ed Elena Gigliotti.

 

In tutta la filmografia di Fassbinder, come mai avete scelto proprio questo film?

Dario Aita:  “in realtà, non abbiamo scelto il film, quando avevo 20 anni mi è arrivato tra le mani questo testo”

 

Ricordiamo che il film nasce da un testo teatrale dello stesso Fassbinder.

D.A.: “Esattamente, il film è arrivato in un secondo momento,  la principale fonte di ispirazione è il testo, da lì siamo partiti e lo abbiamo stravolto e disambientato in questo ipotetico Sud. Mi interessava tantissimo approfondire la tematica della violenza di gruppo.”

 

È un gruppo molto compatto, vivace e sanguigno e la loro violenza sembra un’altra faccia della loro vivacità. La violenza che si vede nel film è forse ancora un po’ figlia del nazismo. L’indifferenza portata fino al disprezzo freddo. È un film gelido quello di Fassbinder.

D.A.: “Nel nostro caso credo che sia la violenza data dal niente, è una generazione molto più ampia, figlia veramente del niente e di nessun periodo storico reale.”

Elena Gigliotti: “La nostra violenza forse è meno fredda perché è collocata la Sud e al Sud è un po’diverso, è più “folkloristico”.”

 

L’immigrato parla tedesco, ha i capelli rossi ecc. Non è troppo paradossale collocare un nordico che va a cercare lavoro in una provincia del Sud martoriata dalla crisi?

E.G.: “Sì lo è, per noi questo testo è molto surreale.”

 

Non si rischia di compromettere la forma di denuncia del disprezzo del diverso?

D.A.: “In realtà, da parte nostra, non c’è un’intenzione di denuncia, non è partito in questo modo ma da un’analisi sulla crudeltà dei gruppi rispetto alla diversità in generale, non contestualizzata in un periodo storico e sociopolitico definito, anzi, ci interessava decontestualizzare.”

 

Però essendo ambientata al Sud è già contestualizza moltissimo.

E.G.: “Però è un Sud ipotetico, parliamo tutti lingue diverse: siciliano, calabrese, napoletano.”

 

La discriminazione del meridionale nei confronti del settentrionale, arriva secondo voi?

E.G.: “Sì. È vero che c’è una denuncia ma non è la nostra motivazione di partenza. Denunciamo noi stessi per primi perché siamo stati quelle persone lì, in qualche modo ci rappresentiamo.”

 

La parte della notte, che nel film non c’è, in cui viene dato più spazio ai sogni: alcuni personaggi rivivono dei ricordi, poi c’è anche una specie di comunicazione, si ammorbidisce un po’ la situazione, zia Lisa che balla ecc. Poi, quando si svegliano per davvero, o c’è una qualche forma di ripresa di coscienza, ritornano alla loro aggressività. Come mai avete voluto mettere questa parte notturna? Cosa rivela per  voi?

E.G.: “Noi amiamo il non senso, partiamo spesso da situazioni paradossali che non hanno nessuna motivazione, a volte non è necessario che ci siano però danno un colore di un certo tipo, una magia. Ci piace che sia gli spettatori che noi stessi possiamo rimanere con una sorta di dubbio: è successo veramente? Magari è un sogno? Magari si sperava che fosse così, magari zia Lisa era sua madre oppure no. Anche il fatto che loro non stiano tutti insieme, vivono situazioni completamente diverse però interagiscono.”

D.A.: “Quello che ci interessava era proprio la dinamica di gruppo, sia in senso positivo, sia in senso negativo, nei confronti del diverso.”

E.G.: “Nei confronti delle dinamiche singole che poi si svilupperanno con lui, perché poi quando sono tutti insieme sono molto più cattivi.”

 

Però questa cattiveria non è che si veda, è una cattiveria quasi fanciullesca.

E.G.: “ È una forma diversa, più ottusa, più ignorante. Abbiamo fatto lavorare i ragazzi della scuola sulla situazione uguale, loro non avevano visto lo spettacolo e abbiamo fatto entrare un napoletano in mezzo a loro, hanno fatto le stesse identiche cose, stessa dinamica, è stato sorprendente perché sono cose infantili, noi è come se avessimo meno anni di quelli che abbiamo. Però anche questo è un punto interrogativo.”

 

Infatti: questa crudeltà sembra più dettata dall’ignoranza, da una forma non educata, non istruita, di energia male incanalata che è tipica magari del ragazzo piccolino non formato. Nel film invece sono adulti. Sembra il frutto di un retaggio che non è ancora stato estinto.

D.A.: “Certo. Noi volevamo indagare l’inconsapevolezza, era quello che ci interessava di più, cioè questi personaggi sono talmente inconsapevoli della loro possibilità di fare bene o male per cui tutto ciò che gli succede e causano agli altri, li attraversa come se fosse vento.”

 

È molto da reality show  questo.

D.A.: “Sì, lo è! Questo spettacolo ha un gusto pop-kitsch.”

 

I cartelli con cui li introducete sono gli stessi delle cartomanti…

E.G.: “ I cartelli di Facebook.”

 

Poi anche tutti i neomelodici che passano su Tele Akery…

E.G.: “Assolutamente: il background è tutto quello, di questi personaggi e anche il nostro, perché proveniamo dal Sud, dalla provincia, abbiamo vissuto quelle dinamiche lì e le abbiamo volute raccontare.”

 

La loro vivacità, come abbiamo detto, si contrappone all’apatia cinica e crudele del film: no future, dopo queste cose qua viene fuori il punk. Questi invece vivono una situazione degradata però hanno una vivacità, del sangue, forse qualcosa di buono può venire fuori ma la vivacità può avere un lato della medaglia negativo, come la violenza.

E.G.: “Sicuramente può passare anche attraverso altre cose, a noi piaceva questo modo perché la loro vivacità in realtà è tristissima. Loro vogliono andare via da quel posto, le uniche idee che hanno sono: acquapark, giostre, discoteca, non hanno una meta, un obiettivo o uno scopo.”

D.A.: “È una vivacità totalmente frustrata e incanalata su se stessa, come se fosse inserita in un circolo di energia che si morde la coda da sola.”

E.G.: “È quello che succede alla fine: loro tengono, tengono, tengono e alla fine è violenza.”

 

Mi ha molto interessata la parte delle canzoni: per contestualizzare i ragazzi e la realtà che vivono usate le canzoni neomelodiche, forma popolare localizzata; per dare un commento sonoro ai momenti di maggiore tensione e scontro usate canzoni internazionali come “Alors on dance” di Stromae, che è uno che ha scelto la dance per fare denuncia con un linguaggio molto articolato, e l’hip hop che è la musica di denuncia per eccellenza. Come mai avete fatto questa distinzione? È voluta o è un caso?

E.G.: “No, lavoriamo con tutta la musica, non è voluto. A me piacciono le canzoni che mi strappano il cuore  quando  ballo, in questo caso tutte le canzoni che abbiamo scelto hanno questa valenza. Però penso che sia casuale la scelta: sulle giostre mille volte abbiamo sentito quella musica. Quando sentiamo la musica, ancor prima di leggere il testo (che poi lo leggiamo sempre) quasi mai la musica che sentiamo e che immaginiamo per le situazioni ha un testo totalmente diverso da quello che noi vogliamo mettere in scena. Noi cerchiamo, nel nostro lavoro, di essere la musica non di guardare la musica come a volte accade al cinema, come se fosse una ripresa da lontano, una panoramica. Noi la viviamo in prima persona.”

D.A.: “Stromae o anche gli Almamegretta ecc. anche loro sono stati molto popolari, hanno una valenza pop.”

Però senti subito già dalla musica che il messaggio è cantautorale.

D.A.: “Cirio Rigione, Raffaello, è un popolare molto diverso, è tutta un’altra cosa.”

 

Nel film è molto evidente il disprezzo per lo straniero, qui invece il diverso si è un po’ambientato ma non integrato perché mi sembra che si ripeta un po’ un modello culturale di certe parti del Sud molto caratterizzate che pur essendo realtà molto accoglienti hanno degli usi e costumi, rapporti interpersonali, cibo ecc, talmente radicati da secoli che per una persona che viene da fuori è difficile coglierne tante sfumature. Culture aperte verso l’esterno ma chiuse in loro stesse per cui non c’è un “proselitismo” della cultura napoletana o siciliana .

D.A.: “il mito dell’accoglienza non ci interessava. Ci interessavano molto di più questi paesi che implodono in loro stessi, il fatto che sia il Sud è totalmente incidentale, l’abbiamo ambientata al Sud perché lo conosciamo e sapevamo come raccontare l’intolleranza in un certo modo.”

 

È estremamente spettacolare e molto difficile mettere un tedesco, coinvolgere su una problematica come il razzismo, del diverso, anche il fatto che voi diate la parte di Anna Schygulla a un ragazzo non è che sappia tanto di diverso.

E.G.: “Succedono tante cose in questo spettacolo: noi vorremmo andarcene via ma da quando arriva lui per noi è un pretesto, tutto è cambiato, non prendiamo più i nostri treni, il nostro amico si allontana per cui noi viviamo queste cose come una colpa sua, del Katzelmacher. In qualche modo noi abbiamo dei problemi da quando arriva lui ma siamo noi che vogliamo crearceli, soprattutto perché non ne abbiamo altri: in questa vita di provincia totalmente noiosa abbiamo bisogno del problema, lo straniero ci dà l’occasione di sviluppare un grosso problema, lui può essere la vittima delle nostre attenzioni.”

D.A.: “Noi scriviamo esplicitamente che sono dei sogni per noi, è come se loro non potessero permettersi neanche quegli sfoghi. “

 

Quando avete visto il film cosa ne avete pensato?

D.A.: “Non mi  ha interessato particolarmente, l’ho trovato noioso, ci sono testi più corposi di Fassbinder, a noi interessava il plot. Tutti noi siamo stati degli amanti di “Dogville” o per dire un film italiano “Il vento fa il suo giro”, che è un film bellissimo dove il plot è esattamente lo stesso.”

 

Scusatemi se insisto però voi siete meno crudeli di Lars von Trier e di Fassbinder.

D.A.: “Assolutamente. Sai dove abbiamo “peccato”, penso entrambi? Nell’amore che in realtà abbiamo per il Sud e per il posto da quale veniamo, sappiamo che ha una crudeltà dentro, forte, ma abbiamo tanto amore e non possiamo non metterlo in scena.”

E.G.: “Anche al Sud la crudeltà è veramente manifestata così, io ho visto mille scene di questo tipo anche quando ero piccola, anche se abbiamo deciso di non farla vedere mai, si dà per scontato che là dietro ci sia.”

 

trailer del film di Fassbinder

due canzoni del cantante neomelodico Ciro Rigione.

questa canzone viene cantata a capella dagli attori della pièce

pagina facebook della compagnia

 

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La RADIO ARGO di PEPPINO MAZZOTTA al TCVI

peppino mazzotta

Peppino Mazzotta è conosciuto al grande pubblico come l’ispettore Fazio della serie tv “il commissario Montalbano”, il pubblico del teatro contemporaneo ( e non solo contemporaneo) lo apprezza per le sue straordinarie doti di interprete e regista.

A Vicenza lo abbiamo visto in “Radio Argo” una sintesi in circa 70 minuti della trilogia dell’Orestea di Eschilo, scritta dal poeta Igor Esposito, diretta da Mazzotta che intrepreta da solo tutti i personaggi, da Ifigenia, bambina coi tacchi vestita da cappuccetto rosso che racconta in prima persona come è stata uccisa. La crudeltà è resa dalla voce impetuosa.

Il coro, anch’esso interpretato da Mazzotta, è il dj della notte di Radio Argo che tramite una narrazione pungente, romanzesca e priva di paletti morali stila il resoconto dei fatti al presente storico, di come la testa della bambina rotoli sul marmo e di come la sua morte porti il vento che serve alle navi per andare verso una vittoria che significa denaro.

Prima di passare alla scena tra Egisto e Clitennestra, e in momenti successivi della pièce che definire monologo è riduttivo, da testo sono previste alcune canzoni dei Tuxedomoon che per le liriche si integrano allo spettacolo

Ogni personaggio è caratterizzato in maniera profonda e quasi esplosiva: Egisto e Clitennestra sono una coppia in cui lei è nevrastenica e lui grezzo e facilone (e forse proprio per questo capace di cogliere l’essenza delle cose) che ripete i concetti fino allo sfinimento, sottigliezza stilistica che invece di far perdere il significato delle parole ne permette un’esaltazione. Agamennone è un politico a mezza via  tra un duce e un personaggio da macchietta che però riesce ad esser estremamente convincente nel suo giustificarsi populistico, perché avrà anche ammazzato però ha portato alla città un sacco di soldi. Agamennone ha portato anche una bellissima schiava, Cassandra, anche lei con una voce da mostro, costretta in un burqa che sembra far rima con patibolo: tra suoni sinistri e inquietanti provenienti da tutta la sala, Cassandra e Agamennone verranno uccisi e i loro corpi esposti  nella piazza.

L’intervista di questa settimana per ladomenicadivicenza.it è appunto con Peppino Mazzotta, che mi ha spiegato lo spettacolo. Spettacolo che nel suo testo ha la finezza di una lama ben arrotata e che ha una forza penetrante sorretta da un’interpretazione versatile e mai istrionica.  Apprezzatissimo anche a Vicenza, direi da Teatro Olimpico.

L’intervista ( su due pagine)

http://ladomenicadivicenza.gruppovideomedia.it/a_ITA_5489_1.html

 

trailer spettacolo

le canzoni dei tuxedomoon

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VIDEOCOMMENTI biopic YVES SAINT LAURENT, PAPA FRANCESCO E OBAMA, BABEL TV

vIDEOCOMMENTO YSL obama papa babel

In questo videocommento vi parlo del film su Yves Saint Laurent, dell’iconicità di Papa Francesco e di Obama e del canale Babel tv sul quale seguivo il dramma storico su Solimano il Magnifico, “il secolo magnifico”

 

YSL è dal 1° minuto in poi

Il Papa e Obama ( si parla anche del centro televisivo vaticano, dei miti e della cultura pop) dal minuto 9

Babel tv , il secolo magnifico, e altre fiction siriane che vengono citate, dal minuto 15.35

 qui  un’intervista  che Pierre Bergé, il compagno e manager di YSL, ha rilasciato a Repubblica, in cui parla della loro vita, di quanto si siano amati per 40 anni e di quanto YSL, nella sua genialità, abbia sempre dato più importanza allo stile prima che alla moda, alla quale  era interessato marginalmente.

nel video parlo anche della rete babel tv ( www.babel.tv) che purtroppo ha  chiuso e che trasmetteva  la fiction “Il Secolo Magnifico” a mezza via tra la fiction, la soap, il docudrama che viene utilizzato nei documentari storici, un prodotto tradizionale  ma davvero molto interessante perchè pur essendo  fiction  tende  a non tradire gli eventi storici.

vi metto il link al sito ufficiale  

a questo link  di youtube invece trovate le puntate ordinate dalla più recente. purtroppo non sono sottotitolate. per sapere le vicende storiche è sufficiente guardare su wikipedia ma certamente la caratterizzazione dei personaggi ne perde moltissimo visto che Solimano era anche poeta e qui alcune poesie vengono citate. Sarebbe interessante inoltre  capire  come si esprimono i personaggi perché ciò che caratterizza una cultura è anche il modo in cui viene utilizzata la lingua. Certamente non sarà mai come conoscerla ma almeno dai sottotitoli si possono imparare un po’ di cose, come per esempio assonanze e prestiti linguistici.

buona visione !

 

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EDGAR ALLAN POE tra reading e danza

 

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Metto una foto di Vincent price per introdurvi l’intervista realizzata col regista Piergiorgio Piccoli e l’attore Aristide Genovese, entrambi della compagnia Theama Teatro, in occasione di una serata dedicata a “I racconti del Terrore” di Edgar Allan Poe”, in cui l’atmosfera resa  dalle opere dello scrittore statunitense è stata declinata attraverso vari linguaggi artistici come la lettura scenica, i fumetti, la performance coreutica dove il corpo è protagonista grazie anche alla tecnica del mimo.

l’intervista è stata pubblicata sulla domenicadivicenza.it ed è stata una bel dialogo in cui si è parlato di come questo scrittore, pur trattando degli argomenti già affrontati nel corso della storia della letteratura e del teatro ( greci e Shakespeare in primis) sia riuscito a rimanere nell’immaginario collettivo di qualsiasi nazione come il grande capostipite di un filone che è effettivamente percepito come  molto recente.

Indubbiamente a favore dell’alimentarsi di questa suggestione ha giocato anche lo sviluppo delle scoperte tecnologiche avvenute durante il XIX e il XX secolo, primo fra tutti il cinema, che pur essendosi sviluppato come  strumento di ricerca scientifica nell’ambito dell’ottica, della fisica e non ultima della medicina ( lo studio della persistenza  retinica),  si è presto rivelato un vero e proprio  “figlio” del teatro e della pittura in grado di esprimersi con delle modalità che hanno poi permesso speculazioni e riflessioni filosofiche di spessore non certo inferiorie a quelle elaborate nell’ambito del teatro e delle arti figurative.

l’intervista è al link  più sotto ed è su 2 pagine

http://ladomenicadivicenza.gruppovideomedia.it/a_ITA_5456_1.html

qui sotto il numero di danza ispirato ad Edgar Allan Poe realizzato dal danzatore Alessandro Bevilacqua, in questo video in fase di work in progress