Leave a comment

FASSBINDER NEOMELODICO disambientato al SUD ITALIA

treno fermo a - katzlemacher 1

al teatro Astra di Vicenza ho assistito a una pièce molto interessante che però per chi è digiuno di cultura pop del Meridione, specialmente partenopea, è abbastanza difficile da capire nella sua estetica.

lo spettacolo realizzato dalla compagnia nO (dance first. think later) si intitola “treno fermo a katzelmacher” ed è preso da un testo di Reiner Fassbinder che nel ’69 ne fece un film dal titolo Katzelmacher e che in italiano fu tradotto “Il fabbricante di gattini”, espressione dispregiativa che veniva usata in quegli anni in Germania per identificare i lavoratori immigrati dal Sud Europa, italiani e greci in particolare.

la storia è quella di un gruppo di ragazzi indolenti e apatici la cui routine avvitata nell’alienazione di una sconcertante desertificazione dell’anima è interrotta dall’arrivo di uno straniero che viene palesemente deriso, vilipeso e calunniato senza che lui si renda conto poiché non parla tedesco.

in questa versione del collettivo nO (dance first. think later) la situazione viene ribaltata, il katzelmacher è un tedesco che arriva al Sud e che diventa capro espiatorio di un gruppo di ragazzi che più che indolenti si potrebbero definire scocciati, perchè comunque una certa vivacità a corrente alternata ce l’hanno.

Ho incontrato i due ideatori del lavoro, che si è guadagnato una segnalazione al Premio Scenario 2013, Dario Aita ed Elena Gigliotti.

 

In tutta la filmografia di Fassbinder, come mai avete scelto proprio questo film?

Dario Aita:  “in realtà, non abbiamo scelto il film, quando avevo 20 anni mi è arrivato tra le mani questo testo”

 

Ricordiamo che il film nasce da un testo teatrale dello stesso Fassbinder.

D.A.: “Esattamente, il film è arrivato in un secondo momento,  la principale fonte di ispirazione è il testo, da lì siamo partiti e lo abbiamo stravolto e disambientato in questo ipotetico Sud. Mi interessava tantissimo approfondire la tematica della violenza di gruppo.”

 

È un gruppo molto compatto, vivace e sanguigno e la loro violenza sembra un’altra faccia della loro vivacità. La violenza che si vede nel film è forse ancora un po’ figlia del nazismo. L’indifferenza portata fino al disprezzo freddo. È un film gelido quello di Fassbinder.

D.A.: “Nel nostro caso credo che sia la violenza data dal niente, è una generazione molto più ampia, figlia veramente del niente e di nessun periodo storico reale.”

Elena Gigliotti: “La nostra violenza forse è meno fredda perché è collocata la Sud e al Sud è un po’diverso, è più “folkloristico”.”

 

L’immigrato parla tedesco, ha i capelli rossi ecc. Non è troppo paradossale collocare un nordico che va a cercare lavoro in una provincia del Sud martoriata dalla crisi?

E.G.: “Sì lo è, per noi questo testo è molto surreale.”

 

Non si rischia di compromettere la forma di denuncia del disprezzo del diverso?

D.A.: “In realtà, da parte nostra, non c’è un’intenzione di denuncia, non è partito in questo modo ma da un’analisi sulla crudeltà dei gruppi rispetto alla diversità in generale, non contestualizzata in un periodo storico e sociopolitico definito, anzi, ci interessava decontestualizzare.”

 

Però essendo ambientata al Sud è già contestualizza moltissimo.

E.G.: “Però è un Sud ipotetico, parliamo tutti lingue diverse: siciliano, calabrese, napoletano.”

 

La discriminazione del meridionale nei confronti del settentrionale, arriva secondo voi?

E.G.: “Sì. È vero che c’è una denuncia ma non è la nostra motivazione di partenza. Denunciamo noi stessi per primi perché siamo stati quelle persone lì, in qualche modo ci rappresentiamo.”

 

La parte della notte, che nel film non c’è, in cui viene dato più spazio ai sogni: alcuni personaggi rivivono dei ricordi, poi c’è anche una specie di comunicazione, si ammorbidisce un po’ la situazione, zia Lisa che balla ecc. Poi, quando si svegliano per davvero, o c’è una qualche forma di ripresa di coscienza, ritornano alla loro aggressività. Come mai avete voluto mettere questa parte notturna? Cosa rivela per  voi?

E.G.: “Noi amiamo il non senso, partiamo spesso da situazioni paradossali che non hanno nessuna motivazione, a volte non è necessario che ci siano però danno un colore di un certo tipo, una magia. Ci piace che sia gli spettatori che noi stessi possiamo rimanere con una sorta di dubbio: è successo veramente? Magari è un sogno? Magari si sperava che fosse così, magari zia Lisa era sua madre oppure no. Anche il fatto che loro non stiano tutti insieme, vivono situazioni completamente diverse però interagiscono.”

D.A.: “Quello che ci interessava era proprio la dinamica di gruppo, sia in senso positivo, sia in senso negativo, nei confronti del diverso.”

E.G.: “Nei confronti delle dinamiche singole che poi si svilupperanno con lui, perché poi quando sono tutti insieme sono molto più cattivi.”

 

Però questa cattiveria non è che si veda, è una cattiveria quasi fanciullesca.

E.G.: “ È una forma diversa, più ottusa, più ignorante. Abbiamo fatto lavorare i ragazzi della scuola sulla situazione uguale, loro non avevano visto lo spettacolo e abbiamo fatto entrare un napoletano in mezzo a loro, hanno fatto le stesse identiche cose, stessa dinamica, è stato sorprendente perché sono cose infantili, noi è come se avessimo meno anni di quelli che abbiamo. Però anche questo è un punto interrogativo.”

 

Infatti: questa crudeltà sembra più dettata dall’ignoranza, da una forma non educata, non istruita, di energia male incanalata che è tipica magari del ragazzo piccolino non formato. Nel film invece sono adulti. Sembra il frutto di un retaggio che non è ancora stato estinto.

D.A.: “Certo. Noi volevamo indagare l’inconsapevolezza, era quello che ci interessava di più, cioè questi personaggi sono talmente inconsapevoli della loro possibilità di fare bene o male per cui tutto ciò che gli succede e causano agli altri, li attraversa come se fosse vento.”

 

È molto da reality show  questo.

D.A.: “Sì, lo è! Questo spettacolo ha un gusto pop-kitsch.”

 

I cartelli con cui li introducete sono gli stessi delle cartomanti…

E.G.: “ I cartelli di Facebook.”

 

Poi anche tutti i neomelodici che passano su Tele Akery…

E.G.: “Assolutamente: il background è tutto quello, di questi personaggi e anche il nostro, perché proveniamo dal Sud, dalla provincia, abbiamo vissuto quelle dinamiche lì e le abbiamo volute raccontare.”

 

La loro vivacità, come abbiamo detto, si contrappone all’apatia cinica e crudele del film: no future, dopo queste cose qua viene fuori il punk. Questi invece vivono una situazione degradata però hanno una vivacità, del sangue, forse qualcosa di buono può venire fuori ma la vivacità può avere un lato della medaglia negativo, come la violenza.

E.G.: “Sicuramente può passare anche attraverso altre cose, a noi piaceva questo modo perché la loro vivacità in realtà è tristissima. Loro vogliono andare via da quel posto, le uniche idee che hanno sono: acquapark, giostre, discoteca, non hanno una meta, un obiettivo o uno scopo.”

D.A.: “È una vivacità totalmente frustrata e incanalata su se stessa, come se fosse inserita in un circolo di energia che si morde la coda da sola.”

E.G.: “È quello che succede alla fine: loro tengono, tengono, tengono e alla fine è violenza.”

 

Mi ha molto interessata la parte delle canzoni: per contestualizzare i ragazzi e la realtà che vivono usate le canzoni neomelodiche, forma popolare localizzata; per dare un commento sonoro ai momenti di maggiore tensione e scontro usate canzoni internazionali come “Alors on dance” di Stromae, che è uno che ha scelto la dance per fare denuncia con un linguaggio molto articolato, e l’hip hop che è la musica di denuncia per eccellenza. Come mai avete fatto questa distinzione? È voluta o è un caso?

E.G.: “No, lavoriamo con tutta la musica, non è voluto. A me piacciono le canzoni che mi strappano il cuore  quando  ballo, in questo caso tutte le canzoni che abbiamo scelto hanno questa valenza. Però penso che sia casuale la scelta: sulle giostre mille volte abbiamo sentito quella musica. Quando sentiamo la musica, ancor prima di leggere il testo (che poi lo leggiamo sempre) quasi mai la musica che sentiamo e che immaginiamo per le situazioni ha un testo totalmente diverso da quello che noi vogliamo mettere in scena. Noi cerchiamo, nel nostro lavoro, di essere la musica non di guardare la musica come a volte accade al cinema, come se fosse una ripresa da lontano, una panoramica. Noi la viviamo in prima persona.”

D.A.: “Stromae o anche gli Almamegretta ecc. anche loro sono stati molto popolari, hanno una valenza pop.”

Però senti subito già dalla musica che il messaggio è cantautorale.

D.A.: “Cirio Rigione, Raffaello, è un popolare molto diverso, è tutta un’altra cosa.”

 

Nel film è molto evidente il disprezzo per lo straniero, qui invece il diverso si è un po’ambientato ma non integrato perché mi sembra che si ripeta un po’ un modello culturale di certe parti del Sud molto caratterizzate che pur essendo realtà molto accoglienti hanno degli usi e costumi, rapporti interpersonali, cibo ecc, talmente radicati da secoli che per una persona che viene da fuori è difficile coglierne tante sfumature. Culture aperte verso l’esterno ma chiuse in loro stesse per cui non c’è un “proselitismo” della cultura napoletana o siciliana .

D.A.: “il mito dell’accoglienza non ci interessava. Ci interessavano molto di più questi paesi che implodono in loro stessi, il fatto che sia il Sud è totalmente incidentale, l’abbiamo ambientata al Sud perché lo conosciamo e sapevamo come raccontare l’intolleranza in un certo modo.”

 

È estremamente spettacolare e molto difficile mettere un tedesco, coinvolgere su una problematica come il razzismo, del diverso, anche il fatto che voi diate la parte di Anna Schygulla a un ragazzo non è che sappia tanto di diverso.

E.G.: “Succedono tante cose in questo spettacolo: noi vorremmo andarcene via ma da quando arriva lui per noi è un pretesto, tutto è cambiato, non prendiamo più i nostri treni, il nostro amico si allontana per cui noi viviamo queste cose come una colpa sua, del Katzelmacher. In qualche modo noi abbiamo dei problemi da quando arriva lui ma siamo noi che vogliamo crearceli, soprattutto perché non ne abbiamo altri: in questa vita di provincia totalmente noiosa abbiamo bisogno del problema, lo straniero ci dà l’occasione di sviluppare un grosso problema, lui può essere la vittima delle nostre attenzioni.”

D.A.: “Noi scriviamo esplicitamente che sono dei sogni per noi, è come se loro non potessero permettersi neanche quegli sfoghi. “

 

Quando avete visto il film cosa ne avete pensato?

D.A.: “Non mi  ha interessato particolarmente, l’ho trovato noioso, ci sono testi più corposi di Fassbinder, a noi interessava il plot. Tutti noi siamo stati degli amanti di “Dogville” o per dire un film italiano “Il vento fa il suo giro”, che è un film bellissimo dove il plot è esattamente lo stesso.”

 

Scusatemi se insisto però voi siete meno crudeli di Lars von Trier e di Fassbinder.

D.A.: “Assolutamente. Sai dove abbiamo “peccato”, penso entrambi? Nell’amore che in realtà abbiamo per il Sud e per il posto da quale veniamo, sappiamo che ha una crudeltà dentro, forte, ma abbiamo tanto amore e non possiamo non metterlo in scena.”

E.G.: “Anche al Sud la crudeltà è veramente manifestata così, io ho visto mille scene di questo tipo anche quando ero piccola, anche se abbiamo deciso di non farla vedere mai, si dà per scontato che là dietro ci sia.”

 

trailer del film di Fassbinder

due canzoni del cantante neomelodico Ciro Rigione.

questa canzone viene cantata a capella dagli attori della pièce

pagina facebook della compagnia

 



Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *