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VIDEODANZA: INTERVISTA A GITTA WIGRO

Ieri, 8 novembre, alle Bolle Nardini di Bassano del Grappa si è tenuta la presentazione del progetto di videodanza “Corpi Virtuali in Movimento”. Curata da Gitta Wigro, la proiezione è stata composta da 10 corti realizzati da autori internazionali, di durata variabile. Alcuni sono stati prodotti dopo una scrittura e un montaggio accurati, altri sono stati girati senza un progetto, trovandosi in una situazione estemporanea che ha portato all’elaborazione di un’idea scaturita dalla semplice osservazione di oggetti od eventi. Il filo conduttore di questa VI edizione del progetto è quello del movimento, espresso tramite un’indagine che non necessariamente deve passare attraverso la coreografia comunemente intesa, ma più semplicemente tramite il rapporto tra spazio, suono, immagine e oggetto fisico o virtuale. Il pubblico ha apprezzato moltissimo i video, quasi tutti caratterizzati da un’ironia elegante e leggera, una poeticità moderna ed estremamente piacevole. Uno studio sul movimento davvero interessante che sicuramente ci permette di percepire ciò che vediamo e viviamo con un punto di vista non scontato.

Alla fine della proiezione, ho incontrato la curatrice Gitta Wigro per approfondire l’argomento.

 

<strong>La danza generalmente è vista come un tipo di arte che necessita di un teatro per esprimersi. In che modo i video possono valorizzare l’espressione artistica di movimento?</strong>

Valorizzare non saprei perché è molto differente, non necessariamente  migliore ma comunque diverso, perché il primo cambiamento è che a teatro c’è un unico punto di vista: la gente è sotto e gli artisti stanno sul palco. La videoarte è come una lente a occhio di pesce, è a 360° perché la telecamera può andare ovunque e può guidare lo sguardo. È un lavoro molto diverso, vai in molte aree con il montaggio, contrapponendo due immagini o locations si può creare uno spazio che non esiste: se ho due stanze, filmo qualcosa dentro una stanza e un’altra cosa dentro l’altra, montandole insieme posso cambiare il modo in cui questa stanza esiste nel mondo fisico, creando spazi diversi.”

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<strong>Quando pensiamo alla videoarte immaginiamo dei corti che a volte hanno degli effetti speciali, come abbiamo visto nel video “Sliced”, questi effetti possono quindi essere concepiti con parametri coreografici?</strong>

“La cosa che mi piace dei video è che con l’animazione si perde il senso della gravità. Per la danza è importante sapere che c’è il peso e che viene percepito anche visivamente. In “Sliced” è un’esagerazione della sensazione di peso e il modo in cui è utilizzata l’animazione mostra dove va la gravità.”

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<strong>L’idea della danza al cinema non è una novità, se pensiamo ai grandi musical americani. In questi giorni, in Italia, è nelle sale il nuovo film di Wim Wenders dedicato a Pina Bausch. Quanto questo film può aiutare la gente a entrare maggiormente in contatto con la danza contemporanea e a capirla meglio?</strong>

“Penso che tutti i film che siano fatti con molta cura e studio permettano alla gente di vedere ciò di cui prima non avevano esperienza. È molto diverso dal vedere un film di narrazione, credo che sia un’ottima opportunità per vedere un bel film, nonostante io non sia una fan del 3D, però Wenders è stato molto chiaro sul fatto che volesse che fosse fatto proprio in quel modo.”

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<strong>Ma non pensa che il 3D permetta un’esperienza più completa?</strong>

“Ho parlato con gente a cui è piaciuto il 3D. I film normali hanno un “rate” di 24 fotogrammi al secondo, per vedere bene in 3D ce ne vorrebbero almeno 40 o 48 altrimenti il movimento sfoca l’immagine e si crea “l’immagine fantasma”. Per me non è molto bello ancora, forse se aumentassero il rate dei fotogrammi sì, poi penso che gli occhialini siano scomodi, ti fanno essere consapevole che li stai indossando invece di dimenticarti di tutto e semplicemente guardare il film. O la tecnologia si evolve o è meglio lasciare perdere, nella storia del cinema ci sono stati già tre o quattro tentativi di ricerca nel 3D, il primo già negli anni ‘20, ma semplicemente non penso che ne abbiamo bisogno: i cineasti sono capacissimi di creare mondi meravigliosi, ti siedi e pensi solo al film, è molto coinvolgente. Se sai fare qualcosa di straordinario rimane ugualmente straordinario anche in 2D.”

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<strong>Oggi vediamo come la maggior parte della video art possa essere condivisa in rete. Pensa che i social network come Facebook o Youtube possano incentivare la distribuzione, creando una nuova attenzione, o rimane sempre qualcosa per appassionati, per addetti ai lavori o comunque gente che cerca specificamente questo tipo di prodotti?</strong>

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“Penso che sia una domanda difficile perché da una parte se tu conosci qualcosa sai cosa cercare e lo trovi, ma  c’è anche la questione di cosa guida chi. Ci sono due modi di guidare in rete: c’è troppo da cercare per una sola persona quindi se io seguo un blog che consiglia qualcosa, poi me lo vado  a guardare. L’altro è che sono gli algoritmi che decidono cosa metterti davanti.”

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<strong>Certo, in base alle ricerche che fa un utente.</strong>

“Esatto. C’è questa preselezione che viene fatta regolarmente, il ché significa che in realtà  diventiamo sempre più limitati perché anche se io cerco altro che esce da ciò che è “related”, in ogni caso tutto rimane ugualmente compatibile.”

<strong> </strong>

<strong>Certo, perché i motori di ricerca e i servizi ad essi correlati “imparano” da ciò che cerchi.</strong>

“Esatto. Questo un po’ mi preoccupa perché abbiamo bisogno di essere esposti anche a cose con le quali siamo in disaccordo. Che ne sarebbe se si guardassero solo cose che ci piacciono? Le nostre vite diventerebbero noiosissime e molto riduttive.”

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<strong>Il problema è che se si prova a condividere qualcosa con gli altri non è detto che queste persone, pur essendo interessate, abbiano gli strumenti culturali per capirle, per cui magari apprezzano ma poi non approfondiscono la ricerca, rimane come una goccia nel mare.</strong>

“Questo è il motivo per cui facciamo anche dei festival online dove la gente lavora, fa quello che vuole fare, ha un’esperienza comune con gli altri, si discute insieme eccetera.”

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<strong>Secondo la sua esperienza, qui al festival, e soprattutto alle Bolle, che tipo di pubblico avete? Gente appassionata di danza contemporanea o anche persone di Bassano che sono semplicemente curiose e vogliono vedere qualcosa di nuovo?
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“Mi piace molto il pubblico qui, penso che sia magnifico e molto impegnativo perché sono spettatori molto diversi tra loro: abbiamo gli habitué di Bmotion che quindi vedono le cose di danza che organizza Operaestate e hanno familiarità con la danza contemporanea, altri sono esperti di videoarte o di belle arti, altri sono qui perché hanno fatto i nostri workshop, altri ancora sono interessati alle Bolle e vogliono  venire a vederle ma ci sono anche persone che per esempio lavorano in negozio o che sono artigiani, è molto vario.”

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<strong>Ma succede ovunque o specialmente qui alle Bolle?
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“Succede a tutte le proiezioni ma alle Bolle la cosa, secondo me, è più estrema e mi piace perché per me diventa più difficile scegliere i film!”

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<strong>Abbiamo visto lavori di artisti provenienti da molte parti del mondo tranne che dall’Italia. La videodanza è un tipo di arte che suscita più interesse all’estero?
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“No, ogni anno abbiamo una serie di workshop  dove un gruppo di 10-12 persone, italiani, vengono  per imparare la video danza, sono videomakers e coreografi.  Credo che ci sia lo stello livello di interesse.”

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<strong>In questo periodo molte fondazioni e organizzazioni hanno pochi soldi per supportare le arti e soprattutto gli artisti emergenti. Pensa che un periodo di crisi profonda come questo riesca a stimolare la fantasia degli artisti o può invece scoraggiare la ricerca?</strong>

“Io trovo gli italiani molto determinati: riescono a non precipitare, riescono a fare i conti coi problemi e sanno collaborare bene. Se io ho i miei soldi e decido di non dartene, rimane che io ho i miei e tu i tuoi. Se invece ci uniamo, abbiamo i nostri soldi. Vedo che l’organizzazione italiana e gli artisti lavorano molto bene insieme, sono generosi nel lavorare insieme ed è bellissimo da vedere. È  stupendo quando hai qualcuno come i Nardini che sponsorizzano le arti, aiuta molto e fa la differenza, è un modo per continuare nonostante la crisi perché se la crisi peggiora, le cose possono andare avanti ugualmente. Penso che la cosa principale, ora, sia di non perdere queste cose, essere determinati e continuare a lavorare in sinergia, per seminare qualcosa che quando ci saranno i soldi sarà grande di nuovo. L’immaginazione è indipendente dai soldi, la realizzazione spesso ne è invece dipendente. Per quanto, poi, l’immaginazione sia libera, comunque c’è sempre qualcosa che ti pone dei limiti e la mancanza di soldi è uno dei problemi che qualsiasi artista deve affrontare:  non si può volare o costruire 10 case, per dire, bisogna tornare a una misura più umana, allora si può pensare di saltare o di costruire metà casa. Io mi sento molto forte a lavorare con Roberto Casarotto e Operaestate, anche loro sentono la crisi economica ma il modo in cui lavorano e la loro perseveranza è quasi una missione che non li ferma e che permette loro di trovare altri modi per fare le cose.”

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