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EMERGENTI E TEATRO CONTEMPORANEO: INTERVISTA A MATTEO LATINO

Infactory-di-Matteo-Latino

 

Recentemente al teatro Astra di Vicenza si è esibito Matteo Latino, esordiente pugliese che ha vinto il Premio Scenario 2011 con la pièce che abbiamo visto “Infactory” che porta in scena due realtà che per lui sono analoghe: la quotidianità dei giovani e quella degli animali da macello. Lo spettacolo è duro, usa dei segni visivi e sonori abbastanza invasivi: musica ad alto volume, luci forti contrapposte al buio, frasi ripetute più volte con una cadenza abbastanza segnata addirittura è coinvolto anche l’olfatto, per via dell’utilizzo di bombolette di vernice.

lo spettacolo è ricco di dettagli che possono suggerire più riflessioni ma pur essendo esteticamente  chiaro, il lavoro – come spesso accade nell’arte contemporanea- può essere non sempre di facile lettura, almeno per quanto riguarda  le intenzioni dell’artista.

Matteo Latino è un ragazzo entusiasta del suo lavoro e nell’intervista che potete leggere sotto mi ha spiegato volentieri tutte le cose che mi erano poco chiare.

 

Questo è uno spettacolo incentrato sulla soggettiva dell’animale da macello. Mi pare di capire che nasce da una tua esperienza diretta. Il pensiero espresso da questo soggetto- vitello protagonista è estremamente articolato sia dal punto di vista affettivo che emotivo ma anche cognitivo se vogliamo perché ragiona parecchio. Perché hai voluto attribuire all’animale dei pensieri così complessi, come se fossero proprio degli esseri umani?

Io ho un agriturismo, andavo a prendere le mozzarelle e passavo davanti ai vitelli (noi li abbiamo a stabulazione libera, ma li conosco gli allevamenti intensivi) e di fronte c’era il macello. Inizialmente ho pensato a cosa pensano i vitelli: loro mangiano e ingrassano per venire poi un giorno macellati, questo animale così grande che con una cornata potrebbe mandare tutti a quel paese, invece rimane. Inizialmente non attribuivo niente, quindi abbiamo iniziato ad andare nelle stalle a lavorare a metterci al posto dei vitelli. Mano a mano che  andavo avanti col lavoro e che i pensieri del vitello iniziavano a prendere forma, mi  rendevo conto che esisteva una similitudine tra il vitello e la mia condizione o almeno  la condizione di noi giovani: questa condizione di imparare, studiare e riempirci come dei contenitori di tutta una serie di nozioni. Loro hanno il loro macello, qual è il nostro macello? Uno fa la maturità, poi la laurea, poi il master, il macello è la condizione finale, cioè ti trovi di fronte al un macello economico, lavorativo, sentimentale, perché poi c’è molto della educazione emersa, della formazione che i genitori danno a noi figli o comunque  che noi  in un futuro daremo ai nostri figli; anche l’educazione e i figli come contenitori, c’era questa similitudine e lì è iniziato il gioco. Ho iniziato a marcare questa cosa, andavo con la storia parallela del vitello: quando le mucche tornavano, richiamavano il proprio figlio e lo allattavano, questo  perché  i figli non vengono lasciati sempre sotto le mamme altrimenti si bevono tutto il latte, vengono messi  sotto  le madri dopo che vengono munte  e loro si bevono il resto e poi piano piano si svezzano e mangiano. C’era una mucca che faceva sempre questo verso e che richiamava e io andai da mio padre dicendogli che una mucca era rimasta fuori e lui mi disse che non era rimasta fuori ma che stava richiamando il figlio che noi avevamo macellato . Questa cosa è successa mentre noi stavamo  all’agriturismo e io stavo già scrivendo lo spettacolo e queste cose ho cercato di metterle dentro perché comunque ho rivisto mia madre che mi chiama per telefono,  quando non rispondo si preoccupa e questa similitudine, man mano che andava avanti, è emersa la nostra necessità di ribellarci in qualche modo.  Però è un lavoro in cui ho sempre cercato di togliere il giudizio, io non giudico la condizione di staticità umana che no viviamo.”

 

Perché la chiami staticità umana? Tu dici che il vitello viene riempito ed è statico, noi veniamo riempiti di nozioni, però se ci pensiamo le nozioni servono a crearci un’idea e a fare delle scelte: noi abbiamo la possibilità di scegliere, di farci delle idee e di un’elaborazione originale nostra, gli animali no.

“Certo ma perché mi sono ritrovato a questo? Oggi sappiamo che il livello di disoccupazione è altissimo e gente che ha studiato per fare un certo lavoro si ritrova a farne un altro, molte volte umile cosa che demoralizza, perché non c’è neanche una preparazione a questo. Tutti i contenitori sono dei contenitori  di alimenti che io usavo nel bar per fare gli aperitivi. Io vedo una staticità di noi giovani rispetto alle istituzioni, a un potere vecchio, alla nostra rappresentanza, persone “grandi” che continuano a fare i loro interessi e noi non ci ribelliamo e qualora dovesse emergere una forma di ribellione, non è coesa tra tutti i giovani o tutti quanti, di conseguenza non ci fa vincere. Quindi io dico staticità da questo punto di vista: come se noi subissimo una condizione:  la condizione politica che abbiamo è impressionante e ti fa capire come noi, ancora giovani e nel pieno delle forze ( è questa la similitudine col vitello: un animale così forte e potente che si può ribellare e non lo fa) ci potremmo ribellare, se volessimo, a questi sistema e molte volte mi ci ritrovo io in prima persona, senza giudicare gli altri, incapace, non so cosa fare.”

 

È più facile andare fuori.

“È più facile andare fuori, quello però significa non affrontare i problemi e non risolverli, perché se noi viviamo qui in questa nazione li dobbiamo risolvere  qui, noi siamo il motore della rivoluzione: andare fuori significa beneficiare della rivoluzione che ha fatto qualcun altro e anche lì noi siamo statici e non facciamo la nostra azione.”

 

C’è questa parte in cui parlate: il corpo, la testa, e subito ti fai un’idea, il corpo, la mappa dei corpi ecc ecc. Questa parte mi sembra costruita come se fosse una canzone in cui ci sono le strofe, il ritornello, poi la parte della madre che è come se fosse un po’ il bridge. L’effetto è un po’ alienante perché è teatro ma è strutturato come se fosse  una canzone, anche la ritmica, la cadenza: il fatto che lui dica sempre “e subito ti fai un’idea”.

“Sì perché a me piace scrivere inversi,  e scrivere questi intercalare come a  dire “cioè- cioè- cioè” e questo è i punti fissi della fissa, la fissa è dove sta il vitello e  quindi la staticità. A me piace scrivere come delle canzoni, perché penso che sia un linguaggio che oggi possa comunicare a molta gente, forse anche perché   molte volte anche mi ribello contro al fatto che sento della musica italiana che parla solo di amore o disperazione di amore e non si riesce a spaziare in altre cose. Poi quel che io scrivo è come se fosse un flusso di coscienza, lo porto ad andare in posti assurdi e poi ritornare.”

 

Questa coscienza dell’animale, come prodotto, cosciente del suo stato, non potrebbe essere applicata anche ad altri oggetti, o situazioni consumistiche che non siano il cibo o l’animale o la materia prima del cibo?

“Certo, è il corpo che si consuma a prescindere da un corpo animato o inanimato. Infatti il flusso di coscienza, appunto, che dicevo prima è lo strumento che mi serve e che utilizzo per logorare questi corpi. Anche nel prossimo progetto che sto scrivendo, “Bambi says  fuck”, che parla dell’hiv, il flusso di coscienza porta proprio il flusso del sangue e come il corpo si consuma.”

 

Quindi in questo spettacolo fate proprio come avviene nei film, che la scena finale è il teaser  del film successivo.

“Inizialmente la frase cambiava ogni volta, come se fosse uno slogan perché anche il testo è scritto sottoforma di slogan : “e subito ti fai un’idea” è uno slogan. Nel nuovo monologo per esempio gli spettacoli, sono due  e sono separati ma sono complementari, uno muore  uno no: essendo formato come se fosse raccontato da una singola persona è come se io dessi la possibilità al pubblico di scegliere, vivere o morire se stare in una condizione o non stare. Quindi tutti i monologhetti vanno a completare la storia e presi  singolarmente possono essere due storie separate ma insieme raccontano momenti diversi, uno mangia io osservo i corpi. Poi siamo arrivati al pensiero di una formazione militare, quando per esempio  dice: stivali di gomma, manganello, i militari, la manifestazione: la Madonna che si spacca è legato per esempio  all’evento che era successo a Roma quando ci fu una manifestazione due anni fa che hanno spaccato questa Madonna ed è stata il simbolo negativo di questa manifestazione, di dire che questi giovani che non hanno rispetto neanche per… E qui l’ho riportata un po’come protesta: io non ne rompo una ne rompo tante, quante repliche faccio -e spero di farne tante ancora!- e poi rompere un po’ l’educazione cattolica, la morale, rompere un sistema.”

 

Di ipocrisia quindi, non di spiritualità.

“Nono, di spiritualità no, infatti la Madonna non è un simbolo cattolico all’interno dello spettacolo.”

 

Quindi all’interno di un consumismo.

“Sì, il consumismo, quindi io mi ribello e vado a rompere tutti gli schemi.”

 

C’è tantissimo buio in questa pièce ma ci sono anche dei momenti di luce. Si alternano con musiche diverse: al buio c’è una musica e alla luce c’è n’è una più “techno”, mi spieghi un po’questa scelta?

“Partendo sempre dal vitello, dalla stalla che è piccolissima, come nel testo brevi periodi, frasi slogan a ridurre e rimpicciolire e rendere tutto compatto, era anche per quanto riguardava la luce quindi a  illuminare dei piccoli spazi, quello che a me interessa per raccontare una cosa. Nel momento in cui c’è  un’esplosione di luce si racconta uno spazio più ampio, come può essere una discoteca o comunque una piazza, un luogo di ritrovo pubblico in cui c’è più luce. Poi c’è la chicca finale che è quella luna che era una lampada di una discoteca anni ‘80 che aveva mio padre: si è preso tutti i suoi ricordi gli ho chiesto l’oblò che erano questi quadri luminosi appesi nella discoteca.”

 

esteticamente è stupenda: cosa c’è dentro?

“È un gioco di specchi!”

 

Poi un’altra cosa, c’è questa  scena in cui rompete la madonna, fate il murales e poi disegnate questi omini stilizzati contro questo muro che improvvisate con la plastica. L’utilizzo della vernice, ha un odore molto forte, è scelta come esperienza scenica di fruizione  di teatro?

“Lui fa dei buchi in testa che sono le corna perché ai vitelli vengono bruciate le corna da piccolini per evitare che nella stalla si facciano del male o di farsi violenza perché litigano, si incornano si feriscono . il puzzo della vernice è venuto in un secondo momento quando poi mi sono reso conto, a scena fatta e già pensata che restituiva comunque l’odore acre e denso del macello quando tu macelli, che è un odore insopportabile. Infatti poi la scena, alla fine diventa un macello, che è quello che succede nei macelli: budella, cose sparse, sporco.”

 

 

Tra l’altro è una scenografia che voi strutturate, ristrutturate e distruggete ogni  volta.

“Sì a me piace lavorare così: l’attore deve essere artefice di questa favola, si costruisce in scena,  è mobile, creiamo le stanze e gli spazi che ci interessano per poter portare avanti il discorso e raccontare. È una favola micidiale: a me piace che la gente a teatro si distragga non dallo spettacolo ma dai propri pensieri e dalla propria vita perché se uno va a teatro è per mollare anche tutta la sua giornata, per trovare un respiro altro; è quella la distrazione che a me interessa e per fare questo io utilizzo questi strumenti. Io mi sono legato molto anche a Deleuze che parla del divenire animale dell’uomo e  uomo dell’animale, come Kafka o Melville in “Moby dick” e divenire animale proprio anche dell’autore mentre scrive. Ho lavorato molto in quel punto in cui, dice Deleuze, nel momento in cui l’uomo diventa animale e viceversa, diventano un terzo elemento che è portatore di poetica e vanno a costruire delle entità come queste che stanno sul palcoscenico. A un certo punto uno smarrisce e si chiede che cosa sono, se sono vitelli o uomini: è una terza entità portatrice di una poetica e in quel momento  uno molla, perché due sono le cose, o molli e segui questa  fantasia oppure rimani incastrato nel tuo ragionamento.”

 

sito ufficiale di Matteo Latino

http://matteolatino.com/



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