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ANAGOOR e ARTEMISIA GENTILESCHI con la musica dell’ACCADEMIA D’ARCADIA

still bath 1La settimana scorsa al Castello degli Ezzelini di Bassano del Grappa ho assistito al nuovo spettacolo degli Anagoor dal titolo “Et manchi pietà”, realizzato in collaborazione con l’Accademia D’arcadia di Milano diretta dal M° Alessandra Rossi Lürig. Lo spettacolo è totalmente incentrato sulla figura di Artemisia Gentileschi e sul periodo storico da lei vissuto, espresso attraverso la musica di quel tempo grazie all’esecuzione di  brani di vari autori del periodo pre-Barocco. Ad arricchire ulteriormente l’esperienza, gli Anagoor proiettano dei video in cui interpretano la forza iconografica di Artemisia attraverso un’estetica semplice, diretta, merito anche di una fotografia molto bella e luminosissima. Per approfondire meglio il concept che ha portato alla realizzazione di questo lavoro, dopo l’incontro col pubblico e lo spettacolo ho intervistato il regista della video performance “Et manchi pietà”, Simone Derai.

  

Domanda di rito: quando nasce il progetto? Siete stati chiamati dall’orchestra? 

Simone Derai: “L’orchestra è la Fondazione Arcadia di Milano, si occupano sia di edizioni filologiche e di recupero, in particolar modo del repertorio 600esco e 700esco, e in seno alla fondazione c’è un ensemble che si chiama Accademia d’Arcadia e la direttrice è  Alessandra Rossi Lürig, che dopo aver visto la mostra retrospettiva su Artemisia a Milano aveva intenzione di fare un lavoro sul primo ‘600 Barocco musicale legato a questa figura. Aveva visto il nostro lavoro precedente, “Tempesta”,  su Giorgione, e aveva semplicemente il desiderio di parlarci e capire che strade si potevano prendere. Noi eravamo anche un po’ restii a prendere parte a questo progetto perché noi siamo un gruppo teatrale, il lavoro su Giorgione, che ci aveva fatto avere una segnalazione al Premio Scenario, non desideravamo che diventasse una sorta di gabbia e che tutti i lavori dovessero poi essere in qualche modo tutti sul Rinascimento o le figure della storia dell’arte, ma lei è stata così calorosa nel spiegare le sue priorità e ci ha accompagnato per mano nel mondo musicale barocco del primo ‘600: tutto quel laboratorio che prepara alla genesi dell’opera, i primi 20 anni del ‘600 con un passaggio musicale epocale che in qualche modo scopre le possibilità dell’esplorazione e del  portato emotivo e della sfera dell’emotivo e in questo senso diventa progressivamente sempre più teatrale, e porterà al teatro.” 

 

L’avete suddiviso in 13 quadri: perché proprio 13, non di più e non di meno?

“Perché semplicemente il lavoro drammaturgico è stato questo: Alessandra ci ha consegnato una rosa di brani su cui avrebbe voluto lavorare, dandoci carta bianca per scrivere una drammaturgia. Ovviamente il tema era Artemisia, l’opera e la vita e su questi brani noi avremmo dovuto lavorare liberamente potendoli anche muovere. Progressivamente abbiamo abbinato a dei quadri che ci parevano significativi, che come hai visto slittano continuamente da uno sguardo sulla biografia ai temi mescolando le carte perché poi il succo della questione è questo: Artemisia ha un portato biografico pesantissimo nella sua opera, da sempre storicamente obliterata in quanto donna, dimenticata, negata o anche comprata come figura scandalosa come in un mercato delle meraviglie.” 

 

Guardando i quadri e sapendo la biografia, sappiamo che lei esprime la sua storia e le sue vicende nei sui quadri, anche perché di “Giuditta e Oloferne” ce ne sono due versioni e voi citate anche  questa cosa nel video, perché uno è col vestito giallo e uno è quello di Napoli col vestito  blu. Secondo te dall’opera che avete mostrato, si capisce la dirompenza, tutto il dramma, il tipo di vita che faceva, il fatto che era una di rottura, una donna che saliva sui ponteggi, oppure rimaniamo affascinati da queste immagini bellissime dove, tra l’altro, c’è una luce molto piena? 

“La mostra di Milano tentava di affrancarla da tutta questa cosa e dire: è un’artista enorme, validissima, indipendentemente dalla leggenda, dal dramma e dalla tragedia personale. Contemporaneamente, per il catalogo e il poster, come immagine, cosa scelgono? Giuditta e Oloferne. C’è qualcosa di imprescindibile e forse possiamo davvero strappare il gesto artistico, quello che una persona sceglie di fare nella vita, in questo caso nel momento in cui dipinge su una tela o crea, da quello che è? Questa cosa rimane un punto di domanda ed è un problema critico in ogni caso, su questo aspetto abbiamo voluto lavorare mescolando ulteriormente le carte, cercando di evitare di non insistere tanto sull’idea del film di qualche anno fa o i romanzi che si sono scritti, davvero insistono  tantissimo sullo stupro e sul processo per stupro, che sono fasi dolorosissime della sua vita che non si possono slegare. Detto questo, le Giuditte e tutte le altre eroine che afferrano spade e martelli e che stanno per colpire il maschio, la domanda da farsi forse sarebbe questa: è un gesto terribilmente moderno nel senso che lei è consapevole e ci gioca? Forse sì: si sta raccontando e mascherando dietro a delle eroine? In questo senso il suo gesto artistico diventa teatrale perché è come se si rivelasse e nascondesse dietro a immagini ipercolorate e iperviolente, interpreta buttando dentro se stessa ma anche caricando forse oltremodo.”

  

Le immagini si sovrappongono alla musica; questi video sono montati secondo un criterio aderente alla partitura? 

“Sì, la musica ci è stata data e le immagini sono state create ed immaginate nella loro sequenza anche interna a singoli capitoli, appoggiandosi direttamente a questa musica che tenta di dare l’idea degli scarti emotivi, il largo placido e poi l’improvviso impeto. Ovviamente è un concerto live, noi muoviamo delle cose, facciamo delle pause, li aspettiamo, non è mixato dal vivo; in realtà il montaggio non si ferma sul tempo ma considera il respiro del brano.” 

 

Ho visto che Artemisia non è interpretata sempre dalla stessa ragazza. 

“No perché la fase cruciale dello stupro e del processo, lei è del 1593 e il processo è del 1612, lei è giovanissima, è in un momento in cui lei diventa donna di colpo; non parlo necessariamente della violenza sessuale ma soprattutto di quello che segue: fu anche torturata per estorcerle una confessione. Abbiamo scelto due età diverse, una sorta di prima e dopo e c’è un momento in cui addirittura si sovrappongono.” 

 

Musica prebarocca: magari ne avete discusso con la direttrice, e ne avete accennato anche nell’incontro col pubblico, come mai individuiamo come “Barocco” qualcosa di sempre estremamente molto ricco, sontuoso, pomposo? 

“È un secolo, il ‘600, che ha uno spirito fortissimo: è in atto un trasformazione radicale di quelle che sono state le riprese dell’arte antica nel ‘400 e del ‘500 ed come se il gesto artistico, ma anche la moda, acquistasse una nuova libertà. Contemporaneamente non dobbiamo dimenticare che siamo in un periodo di Controriforma,  c’è una pressione sulla società e questi due andamenti è come se creassero un attrito e questa cosa fa deflagrare forme pazzesche.”

  

tra l’altro è il periodo del teatro di Stato, lo dicevate anche nel’incontro, con scenografie da kolossal, mostruose. 

“Il mostruoso e la violenza, il sangue, il corpo, la carnalità moto forte e un senso della morte molto pesante.”

  

 C’è appunto la scena della madre morta che cromaticamente echeggia in tutto il video che abbiamo visto, perché c’è questa contrapposizione bianco/nero; anche altri video vostri utilizzate spesso questi costumi neri. E poi c’è questa stratificazione di teli e sipari. 

 “Sì è vero, è uno svelamento, è giocato su vari livelli di opera, a strati: l’opera di Artemisia, la nostra opera, la nostra finzione, la sua; perché c’è un gesto artistico e un artificio in ogni caso, è come togliere degli strati a una cipolla, togliere delle maschere.”

   

Questo video-recital diventerà un’opera, magari con scenografia con riferimenti all’epoca? 

“No, non lo diventerà. Però, in realtà, quest’anno siamo stati chiamati per fare la prima regia di un’opera e noi abbiamo accettato molto volentieri, perché il compositore di quest’opera, “Il palazzo incantato”, è Luigi Rossi, uno dei compositori di questa serata: è un’ opera lirica barocca, del 1642 e appunto questo ci permetteva di rimanere nello stesso periodo e di continuare a fare un percorso un po’ per tappe e non un salto.”

 

 Quindi per il momento siete orientati ad approfondire il ‘600? 

“Non te lo so dire, in questo momento c’è questa avventura della regia dell’opera e non so cosa ci aspetterà dopo.”

 

 Abbiamo visto che il video è molto godibile perché fate quasi una video danza con questi drappi e queste lenzuola bianche che si alternano; anche le scene di morte luminose, quasi gioiose: sovrapporre l’immagine di Artemisia a delle stampe di Artemisia, oppure dei ragazzi che si distendono e cercano di mimare i quadri che vedono come se li vivessero per cui  creando una reiterazione, il quadro nel quadro, è una forma di barocchismo voluta o involuta? 

“Sicuramente è un lavoro sul quadro, sulla tela, sulla cornice, sullo sguardo facendo deflagrare continuamente la cornice e non sai mai se sei dentro o fuori, come in un gioco di scatole cinesi. Sono i livelli di prima, questi sipari e veli…” 

 

le velature del quadro! La velatura, il chiaroscuro. 

 “Esatto perché quando fai i video non stendi il colore ma puoi giocare sulle sovrapposizioni.”

 

 Aggiungi i layers. 

“Esatto.”

 

uno dei trailers dello spettacolo

 

sito degli Anagoor

http://www.anagoor.com/

 

sito del progetto “Et manchi pietà”

http://www.etmanchipieta.com/

http://www.etmanchipieta.com/home.htm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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