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DANZA DI RICERCA: INTERVISTA A MARINELLA GUATTERINI

Al via la seconda edizione di “Luoghi del contemporaneo Danza”, rassegna collaterale di danza di ricerca del cartellone della XVI edizione di “VicenzaDanza”, in corso al Teatro comunale di Vicenza. Si è cominciato il 25 febbraio con “Duetto- 1989/2011- l’importanza della trasmigrazione degli ultimi sciamani” di Virgilio Sieni e Alessandro Certini, nell’ambito del progetto RIC.CI.- Ricostruzione della Coreografia Italiana.

 

Il bellissimo spettacolo che abbiamo visto sabato 25 febbraio al ridotto del TCVI è la ricostruzione di quello del 1989 portato in scena dai due coreografi  Virgilio Sieni e Alessandro Certini. A proporlo oggi sono Mattia Agatiello e Riccardo Olivier della compagnia Fattoria Vittadini. Lo spettacolo rientra nel progetto di Ricostruzione della Coreografia Italiana degli anni ’80 e ’90, ideato da Marinella Guatterini, docente di estetica della danza e critico de “Il sole 24ore”, con l’assistenza della giornalista Myriam Dolce. Ho incontrato la dottoressa Guatterini, con la quale abbiamo approfondito i vari aspetti del suo progetto e il rapporto tra danza, pubblico, istituzioni e  multimedialità.

 

 

Questo spettacolo fa parte del progetto “Ricostruzione della Coreografia Italiana”. Come è nato il progetto e come selezionate i lavori?

“Il progetto l’ho concepito nel 2010: raccoglie 7 organizzatori di regioni diverse, dal Piemonte fino alla Puglia; è nato dall’idea di mettere in moto la memoria storica della nostra danza contemporanea, a livello internazionale. Mi sono accorta che buona parte dei grandi corografi, quelli che hanno raggiunto i 50 anni, di nome sia in America che in Europa, dove si produce molta danza, cominciavano a riprendere i loro pezzi iniziali: Trisha Brown, Lucinda Childs, Anne Teresa De Keersmaeker, Sasha Waltz. Questo ritorno al passato e alla memoria mi ha colpita, perché anche noi vantiamo una danza contemporanea nata tra la fine dei ‘70 e gli inizi degli ’80. La mia intenzione era quella di mettere insieme almeno 7 produzioni importanti che hanno dato l’avvio a questa nostra danza contemporanea alla quale crediamo che molti odierni spettatori non abbiano avuto accesso. La funzione del progetto è duplice: ricostruire queste pièce, che sono ancora attualissime, consentire che ci sia un passaggio di consegne tra i corografi oggi famosi (Virgilio Sieni,  Cosimi, Sosta Palmizi, Abbondanza- Bertoni), che hanno fatto gli inizi del contemporaneo in Italia, alle giovani generazioni. I giovani che vediamo qui si sono diplomati nella scuola dove io dirigo il dipartimento di teatro danza e hanno fondato una loro compagnia, la famosa Fattoria Vittadini, e sono stati scelti da Virgilio Sieni e Alessandro Certini. Formulando queste 7 proposte in un pacchetto che auspicabilmente andrà all’Expo di Milano del ‘15 e che viaggerà all’estero, si farà capire all’estero che esiste una storia della nostra contemporaneità che va valorizzata. La progettualità di questo spettacolo è legata all’Arte Povera: lei vedrà in scena degli oggetti tutti ispirati ad artisti come Kounellis o Penone, e quest’anno si celebra in tutta Italia, e non solo, l’Arte Povera.”

 

La danza contemporanea subisce l’influenza dello scenario sociale e a volte anche politico del periodo in cui viene progettata.  Come si affronta una coreografia recente ma che comunque viene proposta in un ambito storico abbastanza diverso?

“Questo è un lavoro concettuale che non ha una presa sul sociale, ma sull’ arte che parla di sé: è uno spettacolo che ha questo tipo di danza e da questo punto di vista poetico ed estetico è molto leggero e molto danzato. Questo è molto utile, oggi, perché si capisca come la composizione coreografica abbia bisogno, molto spesso, ancora di una pratica di composizione che guardi alle arti visive: tutto questo guardare al sociale diventa di una banalità sconvolgete. Dal sociale spesso escono cose che tutti sappiamo perché guardiamo la tv, sentiamo i media, Facebook, eccetera; abbiamo 1000 informazioni sul sociale, è ora che i coreografi e i giovani pensino che bisogna guardare alla cultura in senso più ampio rispetto al pur importantissimo ambito sociale. O qualcuno ha qualcosa davvero da dire sull’ambito sociale o altrimenti  piangersi addosso è francamente sterile. Virgilio Sieni, Premio Ubu e strapremiato all’estero, ha cominciato con una formazione di architetto e una grossa formazione nell’arte visiva, con Piero Della Francesca e ha sempre continuato guardando i grandi pittori del ‘300, ‘400 e ‘500. Poi nell ‘89 si è anche innamorato delle tendenze del momento: Arte Povera, Penone, Kounellis, Alighiero Boetti, Joseph Beuys, la cui voce compare dentro al pezzo. Erano entusiasmanti e lui ha saputo filtrare tutta questa sua passione  per l’arte visiva dentro questo lavoro, che poi è la sua “Sagra della primavera”, perché questo lavoro è tutto stravinskiano, con degli inserti di Billie Holiday e la voce di Beuys; i due sono due guerrieri dell’epopea indiana del “Bahgavadgita” ma sono anche due guerrieri di cartapesta, perché ironizzano sul fatto di essere guerrieri o no. Questo è il trend estetico del lavoro.”

 

La danza classica e la danza contemporanea sono estremamente differenti. Nell’ambito del contemporaneo, l’evoluzione e la ricerca sono in continua mutazione e fermento, più riconoscibili a chi ha un approccio continuativo.  È possibile che in futuro la danza contemporanea sarà fruibile sempre più da un pubblico che necessita di una preparazione adeguata oppure sarà un linguaggio talmente massificato che sarà facilmente comprensibile anche a chi non ha confidenza con questa disciplina?

“Questo tipo di approccio, secondo me, è fuorviante: per quanto riguarda lo spettacolo in genere, quando uno spettatore va a teatro non si deve porre un problema di comprensione, perché non c’è niente di razionale da comprendere. Lo spettacolo, la performance, la messa in scena, sono qualcosa che nasce lì in quel momento, in uno spazio particolare e devono soprattutto muovere la sensibilità di chi guarda. Lo spettatore ideale è il bambino, che non sa nulla, che entra scevro da ogni problematica. Non c’è niente da capire: c’è da guardare e provare eventualmente emozione. Lo spettacolo funziona quando lo spettatore ci entra dentro emotivamente, soprattutto nella danza, perché fintanto che c’è il testo parlato, uno si rifà anche alle varie interpretazioni, all’uso della voce. La danza è un’altra cosa: è metaforica, non è descrittiva di alcunché, ogni spettatore interpreta lo stesso gesto in modo diverso. Questa è la forza della danza: il suo non essere significato. Quindi lasciamo che lo spettatore viva questo spettacolo senza pensare che sia un trattato scientifico o di tecnologia, perché altrimenti non abbiamo compreso cos’è la messa in scena, che prevede una scrittura scenica che nasce anche per improvvisazioni, incontri di corpi, che non ha un perché. Certe volte lo stesso coreografo non ti sa dire perché ha fatto quel movimento lì. Questo è lo specifico della coreografia. Quindi perché ingabbiare la percezione dello spettacolo di danza dentro dei criteri razionali e di comprensione o di comunicazione? L’arte non è comunicazione, è espressione e lo spettacolo di danza, meno di qualsiasi altro spettacolo, richiede la parola “comprensione”. Bisogna sentire la motivazione di chi sta danzando e si deve provare eventualmente un sentimento di adesione, entrando dentro la magia dello spettacolo.”

 

Nella prosa spesso si prendono i grandi testi classici e si rivisitano o si stravolgono perché i contenuti vengono considerati eterni e sempre attuali. Nella danza è più importante riprendere un libretto classico e interpretarlo con un gesto nuovo oppure è il gesto che può essere esso stesso contenuto?

“La ripresa dei grandi classici alimenta l’invenzione contemporanea. Abbiamo visto molti coreografi che ancora ritornano a questi testi dell’ ‘800 e li rianimano con problematiche attuali, questo è un ambito molto istituzionalizzato. La “Coppelia” di Monteverde che avete visto non è quella tradizionale ma è anche più viva!  E “Coppelia” è uno dei balletti classici che meno resiste al tempo perché o c’è una ripresa di coreografie che ancora tengono, ma ci sono delle “Coppelia” che non sono più neanche avvicinabili dal pubblico di oggi perché, punte o non punte, poi lo spettacolo deve tenere. Non è “Giselle” e nemmeno “Il lago di cigni”, anche se ha una musica splendida. di Coppelie classiche, buone, ce ne saranno 2 o 3:  una è quella di Enrique Martinez, l’altra è sicuramente quella di Roland Petit, che però ha già un taglio ballettistico più moderno. Purtroppo il testo originale, per “Coppelia”, sta un po’stretto anche ai corografi che sono tradizionalmente di balletto, ma questo non tocca la vera contemporaneità, che ha tante facce, non ce n’è una sola: c’è quella di ricerca a cui appartengono  i 7 lavori che presentiamo e c’è una contemporaneità che batte su terreni sicuri.”

 

In questo caso, vediamo anche dei momenti in cui si utilizza la voce o addirittura, in altri, parti recitate. Che rapporto c’è tra emissione vocale e movimento, dal punto di vista del linguaggio scenico?

“Secondo me non ci dovrebbe essere nessuna differenza, nel senso che un buon attore sa che la sua voce si muove quando si muove tutto il corpo e un buon danzatore sa che tra il suo corpo e la sua voce non c’è una cortina di ferro, come insegna Pina Bausch. Ormai l’inserimento della voce, del fonema, all’interno della danza contemporanea è una prassi molto comune, l’importante è che si capisca che il corpo è tutt’uno. La voce deve essere parte integrante, e può esserlo, del movimento, quando si capisce che la respirazione, che è quella che governa, il movimento può esser emissione vocale.”

 

Il rapporto tra danza  e nuove tecnologie: sempre più spesso si sente parlare di intelligenza artificiale applicata alla danza, come avvengono questi processi?

“Avvengono in modo ancora piuttosto limitato. Abbiamo visto l’ultimo grande spettacolo compiutamente virtuale con danzatori dal vivo che è stato “Biped” di Merce Cunningham, del ’99, ma stiamo parlando di un genio della coreografia, scomparso nel 2009, che ha passato la sua vita a inserire la sua ricerca all’interno della tecnologia, andando a trovare metodi e possibilità per ampliare i mezzi della composizione e della coreografia, si è avvalso del computer e di queste nuove tecniche di interazione della realtà virtuale con tecnici specializzati. L’altra esperienza assolutamente contemporanea è Wayne McGgregor, per cui “Entity” ma anche “Far”, lavoro meraviglioso, dove c’è una grande interazione con la tecnologia. Lui ha dei collaboratori  che sono  specialisti dell’ambito tecnologico avanzato. Il coreografo che fa un lavoro complesso, e si deve occupare dei danzatori, dello spazio, del rapporto con la musica della costruzione della messa in scena, figuriamoci anche di quello. Credo che le esperienze in questo  campo siano continue e molto avanzate, ma richiedono delle collaborazioni.”

 

 

In tv vediamo molti canali culturali  con programmi dedicati alla danza, non succedeva da molti anni. Secondo lei questo è utile ad aumentare la consapevolezza dello spettatore oppure internet risulta più efficace?  Qual è, o quale sarebbe secondo lei, il metodo migliore per diffondere la danza in tv senza tradire la sua caratteristica di irripetibilità di momento scenico teatrale?

“Secondo me la danza in tv è la danza in tv. Non si può pensare che abbia a che fare con l’irripetibilità del momento unico teatrale. La tv è bidimensionale e schiaccia il corpo, non ne rimane che un’ immagine. Sono spazi diversi. Poi con la tv in 3D c’è questa possibilità, come abbiamo visto nel film di Wim Wenders, “Pina”:  il ballerino ti arriva addosso e finalmente abbiamo la tridimensionalità. Ma se parliamo della nostra televisione normale, lì bisogna veramente fare un lavoro di ripensamento. Ci sono tanti ambiti, uno di informazione culturale, per la quale in televisione è assolutamente importante che ci siano trasmissioni che fanno divulgazione sulla danza; poi possiamo discutere sulla qualità con cui sono fatti, ma servono, ecco. Per quanto riguarda invece la danza televisiva in sé, l’unico esperimento interessante è stato fatto con “Vieni via con me” quando, finalmente, la parte coreografica è stata data a un coreografo contemporaneo, Roberto Castello, il quale si è avvalso di una persona che ha ripreso la danza come va ripresa, cioè mostrando i particolari. Non si può pensare di tornare a “Studio uno”, dove Don Lurio faceva muovere ottimamente le Kessler: ormai è strapassato. “Vieni via con me” ha mostrato come va usata la macchina da presa per riprendere la danza in tv e questo è fantastico. I picchi di ascolto erano con Saviano e con la danza: finalmente si è vista una danza straordinaria, ma è stato un unicum.”

 

La danza è qualcosa che riguarda tutti perché muoversi è naturale, è strettamente legata alla musica e il suono è altrettanto naturale. Come mai invece sembra che la danza sia qualcosa che riguarda un pubblico di appassionati? È solo un problema culturale di organizzazione dei segni e di diffusione?

 

“È solo un problema di luoghi comuni come se fossero delle grandi verità. L’Italia è il paese dei santi, degli esploratori… in realtà è un paese di corrotti filibustieri a cui farebbe molto bene danzare perché il denaro non dà la felicità ma la danza sì, perché come dice Nietzsche: “chi danza sa davvero quel che accade”. In secondo luogo, non continuiamo a macinare questa cosa che la danza è elitaria: non è vero. I 40 minuti di applausi a Bolle vorranno dire qualche cosa. I teatri sono pieni,  la gente vuole vedere la danza. La cultura scientifica è una bellissima cosa, ma anche la cultura umanistica, in un Paese che detiene l’80 % delle opere d’arte del mondo. Come si fa a dire che non si mangia di cultura? E tutti quelli che vanno al Colosseo  e che vengono a Venezia? La cultura è sviluppo, turismo, ricerca. Siamo stati governati da persone che sembrava che vivessero su un’ astronave e che sotto ci fosse l’Italia, con Pompei, la Torre di Pisa, Uffizi, Colosseo, Posillipo, le isole… la danza nel suo ambito ci rientra, perché alla fine anche questo settore resta, nella mente di alcuni, qualcosa di decorativo. La danza è espressione, sangue, lacrime. Uno spettacolo completo.”

 

 

Prossimi appuntamenti “luoghi del contemporaneo –danza” al TCVI

sabato 31 marzo “Le fumatrici di pecore” Compagnia Abbondanza-Bertoni,

sabato 21 aprile “Invisible Piece” (Contemplation Piece, Involving Piece, Dead Piece) concept, coreografia e performance di Cristina Rizzo.

 

 

 

 

 

 

 

 



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