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intervista a salemme

 

Prosegue la tournée di Vincenzo Salemme con il suo spettacolo “L’astice al veleno”, commedia brillante e intelligente che lancia un messaggio importante riguardo all’amore e alla capacità di rapportarsi agli altri. Si replica al Diana di Napoli fino al 15 gennaio, poi la tournée procede in tutta Italia.

 

 

Sembra una commedia semplice e leggera questa che Vincenzo Salemme sta portando in tour da qualche tempo ma, in realtà, pur riuscendo a far molto ridere, il testo offre numerosi spunti di riflessione.

Ogni attore ha un ruolo determinante e fondamentale, perché la scrittura prevede una coralità estremamente musicale. Ogni elemento è imprescindibile per un’armonizzazione non solo scenica ma anche dello spessore emozionale e poetico dei contenuti. Il richiamo alla città di Napoli non è autocelebrativo ma descrittivo di una grande cultura, che ha radici così profonde che gli elementi che la rappresentano e la tengono in vita sono talmente riconoscibili da essere segni concreti. I protagonisti sono solo apparentemente quelli previsti ma, in realtà, è tutto ciò che circonda che predomina: le statue non sono altro che un’allegoria dei vari aspetti della città di Napoli, vanno oltre al folklore, ma sono a tutti gli effetti dei caratteri veri e propri, che si incarnano e si manifestano in atteggiamenti e gesti poetici, ironici, beffardi,  simboli di una città  dal carattere delicatissimo e infame, leggero e strutturatissimo. I personaggi che vediamo si confondono tra di loro, quelli che viviamo come reali si intrecciano con quelli di finzione. Questi fantasmi li accettiamo come appartenenti al passato ma in realtà sono vivi dentro la città e sembrano continuare a vivere autonomamente, prepotentemente, come dotati di una volontà propria che impedisce loro di estinguersi, così come può succedere alle memorie di qualsiasi popolo. Vediamo che, nella storia, il regista ha una relazione clandestina, pur rimanendo attaccatissimo alla famiglia: tiene la sua amante relegata in teatro, facendola appassire perché non la fa mai debuttare e la umilia con bugie e scuse ridicole. Questa aridità così leggera porta la ragazza a desiderare la morte sia per lei che per il suo amante, ma l’annullamento totale viene contrastato dalla vivacità assoluta del pony express, Gustavo, interpretato da Salemme, che nell’apparente nevrosi tipica di chi deve correre su e giù da una parte all’altra della città per tutto il giorno, in realtà manifesta la curiosità, la voglia di farsi domande e di amare.

 

Una commedia bellissima, che racconta le varie anime di Napoli in un modo forse un po’ difficile da capire per chi non si è mai approcciato a questa cultura, ma che sicuramente, grazie all’accattivante scrittura divertente e multistratificata, riesce a suscitare interesse, curiosità e desiderio di condivisone su tematiche importanti come amore, affetto, rapporto con se stessi, con gli altri e con i nostri propri sentimenti. Il tutto attraverso una lente culturale unica, preziosa e originale.

 

Quella che segue è l’intervista che ho realizzato con Vincenzo Salemme,  in occasione della rappresentazione de “L’astice al veleno”,  avvenuta ieri al Diana di Napoli.

 

 

La prima cosa che si nota è che la protagonista parla con il pubblico, che non ci sarebbe ma che lei vede e che effettivamente è presente in sala. Lei come si rapporta con la quarta parete e come la utilizza?

“In questo spettacolo non c’è la quarta parete in realtà perché è un sogno che si svolge in una piazza. La quarta parete non c’è, il pubblico fa il pubblico. Però anche il fatto che la si scavalchi significa che tengo conto della quarta parete.”

 

I veri personaggi forse sono quelli delle statue, che rappresentano le anime un po’ essenziali della cultura, non solo folklorica, ma soprattutto artistica di Napoli: la lavandaia de “La Gatta Cenerentola”, lo scugnizzo di Gemito, o’ munaciello, il poeta del periodo preunitario. In scena non vediamo solo il rapporto con gli spiriti che vivono nella tradizione, ma soprattutto quello tra persona, attore e personaggio. Il tutto è molto fisico e il passaggio tra fisico e aleatorio è continuo ed è come se avvenisse in una sorta di zona franca, di limbo. Che cos’è questa zona franca, che cosa succede all’interno di essa e come si incontrano fisicità e spiriti?

“La domanda è lunghissima, però ti dico: si incontrano nel mio spazio di libertà.”

 

Gustavo è forse più meta-personaggio di tutti perchè non è una statua, non è un fantasma, è una persona reale che fa un personaggio inesistente, Babbo Natale. Ad un certo punto comincia anche lui a sentire le voci delle statue. Quanti livelli di meta-teatro ci sono in questa pièce?

Non lo so, ho usato tutti i livelli: Gustavo è in realtà è un barbone che sogna di essere un babbo natale che sta lavorando ma in realtà, probabilmente, Gustavo è Barbara, quando sogna. Noi, quando sogniamo, il personaggio del sogno molto spesso siamo noi stessi. Quindi ci sono vari livelli e poi secondo me cambiano sera per sera, possono variare a seconda della partecipazione del pubblico.”

 

Ma quindi lei rimaneggia la pièce??

“No, non la rimaneggio però credo nella più o meno ricettività del pubblico, che lo spettacolo abbia un cambiamento non nelle parole ma nello stato d’animo.”

 

Alcuni mi dicono che c’è differenza nella percezione del pubblico, tra quello delle grandi città e quello di provincia, il secondo è più caloroso, attento, motivato mentre il pubblico delle grandi città magari va a teatro perché bisogna far vedere che ci si va, che si va a vedere quella cosa lì…

“Forse parlano di abbonati, ma quando il pubblico esce di casa per comprare il biglietto, non è che si mettono d’accordo: ridiamo, non ridiamo. Ieri c’erano quasi 1000 persone. Non è vero che c’è questa differenza, esiste una differenza culturale, nel senso che spesso il pubblico di città è più abituato e in qualche modo un po’ più cinico di fronte a una pièce, più disincantato. A me piace il pubblico di città.”

 

Ci sono delle scene che vengono sostenute da un ritmo serrato, incalzante e in crescendo. Ogni passaggio è concatenato e non viene portato avanti da una logica narrativa formale ma sembra più strutturato sul suono, quasi fosse una scrittura per libretto d’opera. Anche quando c’è la scena in cui personaggi si muovono tutti insieme, sembra un intermezzo musicale. Erano previste delle canzoni, però ieri sera lei le ha tolte, come mai?

“Non le ho tolte ieri sera, le avevo l’anno scorso, poi lo spettacolo ha avuto un percorso di cambiamento per cui le canzoni, che sono per loro stessa natura delle forme statiche di espressione, non ci entravano più dentro perché c’erano stati dei cambiamenti; però è rimasta quella dedicata a lei, perché è una poesia che dedico a lei…”

 

Che è quella che si sente nel film…

“ …Ho visto le stelle. Poi quella dei sogni, nel finale.”

 

I giochi di parole come “int’ o’ vino / indovina”, partono da situazioni intercambiabili che possono portare a combinazioni che sfociano nell’assurdo. Il teatro popolare può avere dei punti di contatto con il teatro di ricerca?

“Ma certo che sì: il teatro popolare è un teatro di ricerca, a meno che tu non fai un lavoro di mestiere e ripeti quello che hanno fatto quelli che ti hanno preceduto, ma se tu ti devi rivolgere al popolo, le forme che devi studiare sono sicuramente nuove, quindi le due cose possono coincidere.”

 

 

Ci sono delle forme di teatro che lei ha intercettato, mai viste, mai fatte, che secondo lei vale la pena tenere d’occhio?

“Fenomeni non lo so ma di sicuro non mi importa niente del passato: uso il passato ma cerco forme nuove.”

 

 

Lei fa dire a uno dei suoi personaggi: “Siamo pensati e non pensanti, figure dell’ ‘800 che rappresentano una città che non si muove più”. Nel suo monologo lei dice che quando diciamo: “ti amo”, in realtà, diciamo: “ti prego amami” e anche che la paura non genera desiderio ma genera bisogno. Qualche settimana fa mi sono occupata di “Lo show dei tuoi sogni la nuova pièce di Tiziano Scarpa, scritta con i Marlene Kuntz, dove viene sollevata una problematica analoga. Scarpa mi ha detto chei l successo come lo intendiamo oggi è una certificazione di riconoscimento passivo: non è importante amare, fare eccetera, ma essere amati, essere ricercati, essere comprati…

“Sono d’accordo.”

 

Quindi la percezione di noi stessi attraverso il riconoscimento degli altri. La domanda è: questo aspetto della società, che si riflette anche nelle nostre vite private, non è un evento nuovo, eppure voi artisti sentite il bisogno di parlarne. Che rapporto c’è tra successo normalmente inteso, percezione del sé e gestione dei sentimenti?

“Io questo lavoro lo faccio anche per guarire, quindi probabilmente, siccome avevo bisogno di una percezione degli altri per avere la percezione del “me”, grazie al lavoro, in qualche modo, negli occhi del pubblico ho visto un “me” che altrimenti non avrei mai visto.”

 

In questa pièce, l’astice è quindi un MacGuffin hitchockiano per parlare di tutte queste cose?

“Il pretesto in realtà è il veleno, quanto noi cerchiamo il veleno e quanto invece ce lo danno, perchè è un caso che io beva quel vino…è un caso secondo te o io sono alla ricerca di un bicchiere di vino con dentro qualcosa che mi faccia innamorare? Siamo forse alla ricerca di un elisir che ci tolga il peso di dover scegliere, di dover decidere? Una pozione magica? Quindi il pretesto per raccontare la nostra inanità di fronte alla vita.”

 

 

 

 

 

 

tournée ( info: www.vincenzosalemme.it)

 

dal 25 dicembre al 15 gennaio 2012 al Teatro Diana di Napoli

 

il 17 e il 18 gennaio al Politeama di Lamezia Terme

 

dal 19 al 22 gennaio al Metropolitan di Catania

 

il 24 e il 25 gennaio al De Liguori di Pagani

 

il 26 e il 27 gennaio all’auditorium Mons. Tommasiello di Teano

 

il 28 e 29 gennaio al Carlo Gesualdo di Avellino

 

dal 31 gennaio al 5 febbraio al Manzoni di Milano

 

dal 7 al 9 febbraio al San Rocco di Seregno

 

il 10 febbraio all’Argentia di Gorgonzola

 

l’11 e 12 febbraio al Civico di La Spezia

 

dal 17 al 19 febbraio al Colosseo di Torino

 

il 20 e il 21 febbraio al Cristallo di Cesano Boscone

 

il 23 febbraio al Verdi di Gorizia

 

dal 24 al 28 febbraio all’Orazio Bobbio di Trieste

 

dall’1 al 4 marzo al Politeama di Genova

 

il 6 e il 7 marzo al Delle Arti di Gallarate

 

dal 14 al 18 marzo al Goldoni di Venezia

 

il 19 e il 20 al Comunale di Monfalcone

 

il 22 e il 23 marzo al Goldoni di Livorno

 

il 24 e il 25 marzo al Politeama Pratese di Prato

 

il 26 marzo al Politeama Borgatti di Cento

 

dal 27 marzo al 1 aprile al Verdi di Padova

 

il 2 aprile al Fanin di San Giovanni in Persiceto

 

dal 3 al 5 aprile al Del Giglio di Lucca

 

 

 

 

 

 

 

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