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INTERVISTA A MASSIMO POPOLIZIO

 

La stagione di prosa del Comunale di Thiene, promossa da ARTEVEN, procede con il dramma in un atto unico dal titolo  “Blackbird” del giovane drammaturgo scozzese David Harrower.  Di breve durata, solo un’ora e 20, la pièce racconta della storia d’amore tra un uomo adulto e la sua piccola vicina di casa, una bambina di 12 anni. In scena vediamo l’incontro tra i due, a distanza di 15 anni dai fatti. Lei va a cercarlo sul luogo di lavoro e i due tentano di raccontarsi, di chiarire i punti oscuri, ciò che era rimasto in sospeso e che ha pesantemente condizionato le loro vite. Il tutto viene mostrato tramite un gioco continuo di rimbalzi di eventi, di ricordi condizionati e reali, di domande senza risposta, di verità autentiche e manipolate. Una pièce disturbante ma bellissima, interpretata magnificamente da Massimo Popolizio e Anna Della Rosa, che riescono a coinvolgere e a commuovere il pubblico, lasciato nel dubbio fino alla fine grazie alla geniale scrittura del testo. Si replica questa sera.

 

Lo spettacolo è caratterizzato da una regia molto viva e da un ritmo serrato, incrociato tra i due protagonisti; ci sono delle dinamiche quasi musicali, eppure tutta questa vivacità non impedisce al pubblico in sala di vivere un forte senso di oppressione. Come succede questo? È solo l’argomento che suscita questo senso di angoscia?

Massimo Popolizio: “No, è come è trattato: non è sentimentalmente conciliatorio o cronachistico. Credo che le persone si sentano molto più tranquille quando vedono “Chi l’ha visto” o un fatto trattato televisivamente, perché non si va a fondo: si dice esattamente quello che è successo a uno e quello che è successo all’altro. Qui c’è una vivisezione delle emozioni dei personaggi che porta a un disagio più che a uno scandalo. Questo è un testo scritto liberamente, il carnefice diventa vittima e viceversa, non c’è un giudizio a priori. Se fosse più lento sarebbe peggio, sarebbe pensato; è un tipo di drammaturgia inglese che prevede questa velocità. Stai facendo teatro e il ritmo è più veloce in confronto a quello di una fiction.”

 

Quando avete affrontato il testo, inizialmente, cosa avete pensato quando avete visto questo rimbalzo continuo tra ricordo reale e indotto?

“Le considerazioni sono state quelle di affrontare e risolvere alcuni problemi scenici: questo è un testo che se lo leggi sembra una cosa, se lo dici a voce alta sembra un’altra, è estremamente teatrale. È il frutto di una collaborazione tra Harrower e Peter Stein, per il festival di Edimburgo,  di una prima stesura per la prima edizione, cucita sugli attori che l’hanno fatta la prima volta. Rispettando questo, abbiamo visto che questo ritmo veloce prevede delle sistole e diastole, delle pause ( per esempio il buio) e dei piccoli colpi di scena. Questi respiri esistono solo se tutto il resto è molto forte. Chi non ne sa nulla, capisce che è una storia tra un quarantenne e una dodicenne soltanto alla 14° pagina, perché all’inizio possono sembrare due amanti, marito e moglie che litigano o due che hanno avuto una storia molto tempo prima. Il testo è costruito  come se allo spettatore venissero dati degli indizi, una serie di elementi per cui il pubblico, alla fine, compone il suo spettacolo perché alla fine il giudizio è questo: è un pedofilo o no? Alcuni pensano di sì, altri no, alcuni dicono che lui l’amava, che è stato un abuso giustamente pagato e condannato: è pedofilia amare una di 12 anni o è pedofilia essere serialmente un abusatore di bambini?”

 

Questi due personaggi sembrano degli illusi, si confrontano su due piani diversi, quello dell’età, ma a tutti gli effetti a entrambi manca qualcosa nonostante abbiano 30 anni di differenza. Quali sono i tratti caratteriali che più li rendono simili tra di loro?

“L’autodistruzione. È chiara la voglia di Ray, il mio personaggio, di andare verso  l’inferno: se a 40 anni decidi di scappare con una di 12, vai verso l’autodistruzione ed è la stessa tensione autodistruttiva che ha la ragazzina nel voler vivere tutte le esperienze erotiche, passionali, possessive possibili con un uomo più grande.”

 

La pièce sembra sollevare un problema  che generalmente si cerca di non affrontare, cioè il fatto che gli adolescenti possano avere una sessualità che li orienta verso un oggetto d’amore non convenzionale o cmq non adatto alla loro età, proprio perché non avendo sovrastrutture, loro amano incondizionatamente. La pièce sembra non dare una risposta a questa domanda: è più rischioso lasciare che l’amore si esprima o che la società decida in base a valori arbitrari cosa sia giusto o sbagliato?

“La società deve decidere. La pièce dice che se fai questa cosa, paghi. Non si parla di un amore che non ha avuto conseguenze, è chiaro che è così. Il testo solleva il problema che questa cosa esiste anche se c’è il carcere, non dice se sia meglio o sbagliato, dice che succede e, soprattutto, indaga. Quando dico vivisezione intendo quello che succede a due persone che vivono questo amore maledetto: umanamente, psicologicamente, sentimentalmente, emozionalmente, concretamente.”

 

L’adulto si innamora della ragazzina o quantomeno crede di amarla, eppure è la sua debolezza che lo porta a distruggere tutto nel modo in cui è descritto.  Sembra quasi che l’adolescente, l’insicuro vero, sia lui. Perché sembra essere spaventato e al tempo stesso attratto dalla sicurezza che ha la ragazzina nell’amarlo?

“Hai detto bene, è proprio questo: è un uomo di una fortissima debolezza, uno non responsabile. Molto semplicemente Harrower gli fa dire: “nella testa non riuscivo più a cacciarti fuori, non capivo cosa mi stesse succedendo, volevo solo starti vicino”. È la storia di un’ossessione. Vigliaccamente il mio personaggio rinfaccia pure una certa sicurezza in lei, che sapeva quello che voleva, si tira fuori da certe responsabilità; così forse normalmente succede, molte ragazzine sono più mature della loro età e questo testo ha il coraggio di dirlo, non per giustificare l’abuso, ma per vedere la cosa da un altro punto di vista. Non c’è una ragione o un torto, ci sono a seconda del punto di vista in cui lo vedi.”

 

È  un po’ come nel film di Kubrick, tratto dal libro di Nabokov.

“ In “Lolita” è un po’ diverso perché Lolita è l’incarnazione del desiderio, della ninfetta. Nabokov dice proprio questo: “a quell’età sono ninfette”. Qui non si tratta delle bambine a quell’età, si tratta di QUELLA bambina, di cosa ha rappresentato quell’incontro unico tra questi due personaggi. La cosa in comune con “Lolita” è che anche Humbert Humbert va verso la distruzione e l’inferno. Io ho fatto “Lolita” al Piccolo di Milano, con Ronconi, Humbert Humbert lo faceva Franco Branciaroli, io facevo l’altro personaggio. Alla domanda: “cosa rappresenta, per lei, Lolita?” Franco rispose giustamente: “la morte”. È un argomento tabù, ma qui la pedofilia è presa ad alibi per raccontare una storia d’amore durata tre mesi, cos’hanno fatto questi due per vedersi. Il fatto centrale, bellissimo, è che loro vengono a sapere, dopo 15 anni che non si sono visti, perché non si sono incontrati quella notte. Ognuno credeva dell’altro una cosa sbagliata, con il colpo di scena finale dove Harrower rovescia di nuovo il campo: abbiamo detto finora che quest’uomo potrebbe non essere un pedofilo  e che questa potrebbe essere una storia d’amore e il finale va contro un condizionamento fortissimo. Se un pedofilo paga, potrà mai andare fuori da un asilo a prendere i nipoti? Qual è il condizionamento così forte che ti fa dire che non ci può andare? Giustamente la domanda rimane, la provocazione finale è messa apposta dall’autore.”

 

È una situazione paradossale perché la domanda uno se la fa.

“Certo! Ma deve farsela, perché è la stessa domanda che si fa la protagonista femminile: in quel momento il suo è un punto di vista soggettivo, non oggettivo. Questo scatena l’ultimo attacco di aggressività, la battuta finale può voler dire tantissime cose ma fondamentalmente che non si può pensare a questo ogni giorno. Sono due personaggi che stanno a due diversi livelli di ossessione. È molto a fondo, non c’è nulla di scabroso: dal fatto di cronaca si va giù a vedere cosa davvero succede alle persone.”

 

Il finale chiude un cerchio eppure nello spettatore rimane un senso di incompletezza, dato dalla vicenda, dal modo in cui i due si rapportano, dallo svolgersi degli eventi stessi, le bugie, le verità. Si rimane turbati anche quando lo spettacolo è finito perché il finale è tutt’altro che liberatorio. Questi personaggi hanno turbato anche voi che li dovete interpretare?

“Sì perché anche noi non finiamo bene: hai ragione, è un finale sospeso. Infatti il pubblico applaude piano piano di più. Evidentemente è questo che richiede il testo.”

 

È geniale.

“Sì! È molto diverso, un modo di recitare molto più vero di un certo tipo di teatro che si fa normalmente.”

 

Secondo lei, questo è teatro civile?

“Direi che è un teatro di interpretazione. Noi ci poniamo un problema: che tutto ciò che avviene sia credibile e per renderlo tale, veramente ci lasciamo la camicia perché tu devi fare davvero quella cosa lì. Ha una sua forza, una sua necessità. Uno dei problemi che ci siamo sempre posti è di non farlo in maniera “italiota”, non sentimentalista o conciliatorio, piangere sempre. È nordico, proprio inglese, è un testo cattivo: ciò che succede a questi qua, devi avere il coraggio di farlo.”

 

Il testo è pieno di domande irrisolte. Recitare i personaggi, potrebbe essere un modo per trovare delle risposte?

“Sì,certo. È anche pieno di menzogne: sono quei tipi di rapporti con cattiverie dove ci si prende a bastonate ma anche a baci. Dura un’ora e 20 e non credo che potrebbe durare di più.”

 

 

Tournèe:

dal 19 al 20 novembre 2011 al Verdi di Pordenone

dal 23 al 27 novembre al Politeama Rossetti, Sala Assicurazioni Generali,  Trieste

dal 30 novembre al 18 dicembre all’India di Roma

dal 9 al 10gennaio 2012 al Municipale di Piacenza

dal 12 al 15 gennaio allo Storchi di Modena

il 17 gennaio al Comunale di Casalmaggiore

dal 20 al 22 gennaio all’Ariosto di Reggio Emilia

il 24 gennaio al Palazzo dei Congressi di Lugano

dal 26 al 29 Gennaio al Comunale di Ferrara

dal 31 gennaio al 5 febbraio al Della Corte di Genova

dall’8 al 12 febbraio al Sociale di Brescia

dal 14 al 26 febbraio al Carignano TST di Torino

il 28 febbraio al Ponchielli di Cremona

dal 1 al 20 marzo al Piccolo-Teatro Studio di Milano

dal 22 al 25 marzo al Metastasio di Prato

dal 28 al 29 marzo al Toniolo di Mestre.

 

 

 

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