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INTERVISTA A NINO D’ANGELO

 

 

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Grande successo di pubblico al Teatro Bellini di Napoli per il nuovo spettacolo di Nino D’angelo, in prima nazionale, “C’era una volta un jeans e una maglietta”, recital antologico diretto e interpretato dall’artista internazionale che propone un excursus lungo il proprio percorso musicale, dagli esordi alle colonne sonore, al repertorio degli ultimi anni improntato sui temi sociali e la ricerca del suono nell’ambito della musica etnica. D’angelo si è anche esibito con la nuova canzone “Italia bella”, singolo che anticipa il prossimo album “Tra terra e stelle”. Si replica al Bellini fino al 15 gennaio, poi tournèe.

 

 

Il nuovo spettacolo di Nino D’angelo è molto elegante, divertente e autoironico. L’artista non rinnega il suo passato ma lo racconta in modo coinvolgente e mai autocelebrativo.  Oltre a esibirsi con una band e con altri ottimi artisti, D’angelo si avvale di varie tecniche di proiezione per rendere il suo racconto più coinvolgente: non solo proietta due immagini di se stesso a confronto che discutono tra di loro ma addirittura interagisce con i due aspetti del suo stesso personaggio, mettendo pace tra i due in maniera scherzosa e delicata. Il pubblico ha accolto con grandissimo calore l’artista, cantando molte canzoni senza nemmeno l’ausilio della musica. Uno spettacolo che porta in scena l’anima popolare con grande rispetto e molto gusto grazie anche agli effetti  realizzati dallo scenografo Ettore Guerrieri che si avvale della tripolina, fondale a fili proiettabile, utilizzandola per creare un set virtuale. Bellissime le luci del light designer Massimo Tomasino, esperto di musical e opera lirica: accostamenti cromatici intensi e decisamente pittorici nelle scene corali, più minimal in altri momenti di maggior valorizzazione dei diversi protagonisti in un determinato momento scenico.  Lo spettacolo ha visto la partecipazione di un celebre attore e presentatore, Alan De Luca, che per l’occasione ha riproposto il suo storico personaggio dell’impresario cialtrone, Aniello Guardascione.

 

Ho analizzato lo spettacolo insieme a Nino D’angelo nell’intervista che segue.

 

 

Lo spettacolo inizia con il racconto sulla situazione della musica napoletana agli inizi degli anni ’70: la Rai chiude al Festival di Napoli e la canzone napoletana, da forma incentrata sulle tematiche sentimentali, diventa la canzone di malavita. Negli ultimi 20 anni c’è stata una consistente rivalutazione della musica etnica. In questo fenomeno di valorizzazione globale della musica etnica, come si colloca la musica napoletana?

“Gli anni ’70 erano proprio quelli in cui c’era stata un po’ la distruzione della canzone napoletana: si fece il Festival di Napoli e un cantante napoletano, che fu scartato, si chiuse nel camion della Rai facendo finta di avere un ordigno addosso. Da quel momento in poi, per i cantanti napoletani, diventò di  moda cantare canzoni di malavita, si vestivano da boss. Io penso che la canzone napoletana abbia sempre fatto parte di un’etnia, tra i primi contaminatori c’è stato Carosone. Siamo un popolo contaminato da spagnoli e francesi, abbiamo questo tipo di cultura, proprio essendo stati governati e dominati nella nostra storia, siamo nati nella contaminazione.”

 

Il racconto va avanti mostrando il periodo in cui la Galleria Umberto era vera e propria sede di casting: giravano cantanti di tutti i tipi ma anche artisti come Mario Merola e cantautori come Sergio Bruni. Avete chiamato Alan De Luca per interpretare uno dei suoi storici personaggi di “Telegaribaldi”, l’ inaffidabile impresario Aniello Guardascione. Ricordo una battuta in cui diceva: “Mina e Celentano hanno fatto “Acqua e sale”? E nuje facimm “Zuccher e cafè” “. C’era davvero questa situazione di sfruttamento selvaggio oppure era una gavetta simile a quella che può fare qualsiasi musicista anche in altre parti  d’Italia?

“Era un modo di arrangiarsi pure, perché quelli che andavano in Galleria non è che erano cantanti, erano improvvisati: la maggior parte di quelle persone erano disoccupati. Non è che ci fosse una licenza per fare il cantante, uno andava in Galleria, si faceva ascoltare e andava a cantare ai matrimoni. Certo, c’era chi aveva talento come Mario Merola, Sergio Bruni, questi sono di un’altra categoria, facevano successo ed erano già dei nomi. Io parlo proprio del sottobosco dei cantanti, non parlo dei cantanti famosi: c’era un mondo che a Fellini avrebbe affascinato sicuramente, avrebbe potuto fare uno di suoi capolavori!”

 

Nello spettacolo lei canta molte vecchie canzoni che riascoltate oggi assumono un aspetto diverso e creano un’atmosfera altrettanto diversa. Questo dipende dall’esecuzione che si avvale di arrangiamenti più ricercati e raffinati, dall’interpretazione più matura, o anche dal fatto che il pubblico si approccia alla sua musica in maniera diversa?

“Mah, guardi, io le canzoni degli anni ’80 più che altro le faccio ascoltare, a parte “Sotto ‘e stelle”, che è un po’ più rielaborata, ma “Un jeans e una maglietta” l’ho copiata quasi. Quando noi mettiamo il caschetto è una cosa molto ironica, è un modo per giocare con il personaggio perché, vede, io non ho mai rinnegato le cose che ho fatto, anzi, le amo, tant’è vero che ci faccio lo spettacolo e mi diverto. Certo, non ho più l’età per quelle canzoni là, non posso più essere il ragazzino di 15 anni che andava sulla spiaggia e si innamorava della ragazzina. Oggi sono un uomo maturo e mi piace raccontare la vita che è oggi, a 18 anni avevo voglia di raccontare quello che un ragazzo vuole raccontare a 18 anni. Questo qua è un modo per divertirmi e per festeggiare pure un po’questo personaggio, che è stato così bistrattato in quegli anni  ma che in effetti ha fatto un rivoluzione perché se Mario Merola, Pino Mauro e Mario Trevi cantavano le canzoni della malavita, lei si deve immaginare come io ero rivoluzionario a cantare “Un jeans e una maglietta”.  Quindi quel Nino D’Angelo col caschetto ha fatto una rivoluzione nella canzone napoletana: infatti è stato il primo neomelodico, solo che la rivoluzione la faceva un ragazzo di 18 anni che veniva dal popolo, che non era amato proprio da tutti perché non era considerato, per pregiudizio soprattutto. Poi poteva anche non piacere, è pur  normale che una cosa non piaccia, ma sicuramente si può dire di tutto al Nino D’Angelo col caschetto ma che non sia stato un vero rivoluzionario in quegli anni no,  perché uno che canta “O’ spiniello” in quel periodo, è una canzone che sembra di oggi.”

 

In questo recital lei accenna anche allo spettacolo che dedicò a Sergio Bruni qualche anno fa, e canta “Carmela”, una canzone che è stata interpretata anche da Mina. I grandi autori napoletani, e la musica napoletana in genere, all’estero hanno grandi riconoscimenti: penso alla cantante israeliana Noa che ha fatto degli studi approfonditi a livello linguistico e filologico musicale. In Italia invece, non solo tra il pubblico ma spesso anche tra i musicisti più colti, questo interesse per la musica napoletana rimane appannaggio di pochissimi appassionati. Come si spiega questo fenomeno?

 “Nemo propheta in patria! Quando andiamo all’estero noi siamo amatissimi, io sono stato primo in classifica in Romania con “Senza giacca e cravatta”, che è una delle canzoni più belle e più amata, e nel film “Passione” non gli è stato dato nemmeno spazio. La canzone napoletana più conosciuta e attuale, in questo momento, è “Senza giacca e cravatta” e non viene mai citata, quindi come vogliamo che la canzone vada avanti? Non andrà più avanti perché cerchiamo sempre di sorreggerci con le canzoni classiche napoletane, per cui è molto difficile per un autore contemporaneo fare questo mestiere e riuscire ad emergere con una sua canzone. Ci sono anche delle canzoni belle come “Carmela”, come “A’ storia e’ nisciuno” o “Jammo jà”, che ho fatto io: ci sono canzoni che possono andare oltre, soltanto dipende da chi le fa.”

 

Tra l’altro, in “Jammo jà”, la canzome di Sanremo di due anni fa, io notai una fortissima assonanza con la Tarantella del Gargano.

“Sì ma non è che è un’assonanza, quella è proprio una citazione!”

 

Sì, ecco, una citazione, una finezza che pochissimi hanno colto.

“Ma perché ci sono pochi colti in questo tipo di musica! Oggi ti dicono subito che hai copiato. Quella è una citazione. Io canto la Tarantella del Gargano con Sparagna, più di quello che devo fare per far capire che è una citazione? Le citazioni nelle canzoni la gente deve saperle valutare.”

 

Abbiamo visto che le canzoni, nel suo spettacolo, non sono in ordine cronologico stretto: con quale criterio ha organizzato la sequenza dei brani?

“Io ho scritto un po’ il canovaccio. Quella è una festa di piazza dove mi racconto e dove festeggio questo personaggio degli anni ’80, è una specie di cura psicologica perché ci sono questi due Nino D’Angelo che stanno dentro di me e il Nino D’Angelo col caschetto non era quello di 20 anni fa, è quello di oggi che sta dentro di me e che ha la mia età, questa è la verità: non è che io ho fatto “C’era una volta un jeans e una maglietta” per avere gli anni di prima, no! Perché dentro di me ci sta questa cosa che, veramente, anche se faccio una scaletta la sera, oramai dico: “a quello col caschetto che gli faccio cantare?”, come se fosse un’altra persona.”

 

Negli ultimi anni, nelle sue canzoni, si trovano fortissimi riferimenti a sonorità africane e magrebine. Nella parte finale di “Jesce sole”, ieri sera, ha preferito orientarsi verso il rap. Oggi c’è una rinascita della scena rap e hip hop  napoletana. I 99Posse sono tornati con un video diretto da Abel Ferrara, ma ci sono gruppi e musicisti come CoSang, Lucariello, Ciccio Merolla e molti altri. Lei come vede il lavoro e le potenzialità dei giovani artisti emergenti napoletani impegnati nel sociale tramite il linguaggio dell’hip hop?

“Ciccio Merolla ha fatto una cosa nel mio prossimo disco. Io credo che sia una musica che è un buon mezzo per comunicare, certo non può risolvere i problemi della gente, mi fa piacere quest’apertura. Io non è che amo molto l’hip hop onestamente, non sono riuscito ad innamorarmi, ma sono delle belle realtà e fanno bene e sono forse tra le realtà più forti che ci sono in Italia. Ce ne sono tanti ovviamente. Mi piacerebbe che cambiassero anche un po’ argomento, è come se avessero preso da “Gomorra” un po’ tutto; mi piacerebbe che dicessero anche altre cose, non certo per nascondere niente ovviamente, di Saviano ce ne vorrebbero miliardi, però nei testi si assomigliano un po’ troppo, l’argomento è sempre lo stesso.”

 

Beh ma quello perché è anche una caratteristica di quel genere urbano che nasce nelle periferie.

“Sì, anche gli americani e sudamericani nascono proprio nei ghetti, l’hip hop nasce proprio lì.  io mi sono fermato un po’ ai primi Almamegretta: mi piace molto il reggae, il dub, in fatti li uso pure, non so se lei ci ha fatto caso.”

 

Si! Infatti volevo anche chiederle cosa accomuna il dub e il raggae con la cultura napoletana.

“Non lo so, perché onestamente a volte uno fa delle cose perché piacciono e basta. A me il reggae  piace molto, nella canzone “O’ spiniello” che avete sentito ieri sera, già usavo questo tipo di linguaggio 20 anni fa.”
 

Lei nello spettacolo è altamente autoironico al punto che non solo si sdoppia ma addirittura fa da paciere tra il se stesso col caschetto e il se stesso cantautore. Lei dice che per queste scene si è ispirato a “il signor G” di Giorgio Gaber, però qua si va oltre perché lei osserva i due aspetti artistici, sociali, culturali del suo personaggio attraverso addirittura un terzo se stesso che prende in giro gli altri due con la battuta sul magazzino d’abbigliamento. Questo sguardo ironico alleggerisce il confronto: sembra quasi che lei voglia spiegare qualcosa alla gente che amava il caschetto e rivalutare il Nino D’Angelo ragazzo agli occhi del pubblico attuale che ama la sua ricerca musicale. Come mai sente ancora il bisogno di spiegare, analizzare e raccontare le differenze?

“Perché c’è ancora, io penso che io non ho finito il lavoro che ho fatto, se io pensassi che non c’è più pregiudizio, che non c’è più una specie di razzismo musicale, perché quando si parla del fenomeno neomelodico: lo hanno fatto diventare il fenomeno della malavita. Non è vero! Io sono una persona per bene e sono il primo neomelodico! Per cui bisognerebbe spiegare molte cose, quel Nino D’Angelo col caschetto, aveva dei valori e dei sentimenti diversi da questo qua di oggi, non è che è cambiato questo di  oggi, nel senso che quello credeva in certi valori in cui credi quando sei ragazzo, il Nino D’Angelo di oggi potrebbe esserne il padre. Io sono pure cresciuto artisticamente e come uomo, io non potrei mai rinnegarlo quel Nino D’Angelo là, sta sempre dentro di me non è andato via mai. Forse è proprio quello che a qualcuno non piace, perché vorrebbe che lo cancellassi proprio, ma non posso cancellarlo perché fa parte di me: quello ha creato tute le basi per farmi crescere, è stato più rivoluzionario di quello di oggi perché, piaceva o no, dalla canzone di malavita è passato alla canzone d’amore. Per capire davvero che cosa ha fatto, bisogna comprare i dischi di Mario Merola e Pino Mauro di allora, le canzoni di malavita che lei ha sentito nel mio spettacolo: era proprio così, Nino D’Angelo nasceva in quel contesto. Io questo volevo spiegare ai giovani che oggi mi conoscono e che non sanno della mia storia.”

 

Infatti io ho visto un pubblico assolutamente trasversale: anziani, adulti, ragazzi e bambini.

“Quando arrivi a 54 anni la gente ti vede pure un po’ come un’icona di qualcosa che non ha visto: sentono raccontare dai papà questo fenomeno che c’è stato. Il Nino D’Angelo col caschetto è stato un grande fenomeno, uno che faceva 3 film e 4-5 dischi all’anno.”

 

Ecco, a proposito di film: come mai nello spettacolo non si parla, almeno apertamente, dei film che ha fatto, come quello con Pupi Avati?

“Perché non è che ne ho fatti 10 con Pupi Avati, ne ho fatto uno, ed è stato molto bello, però siccome volevo parlare del “C’era una volta un jeans e una maglietta”, mi sono voluto orientare di più sul percorso musicale. Ho detto dei film quando ho detto quella cosa che mi facevano sempre fare le corse perché i film costavano poco. Sarebbe diventato troppo un documentario, e non ho voluto farlo diventare un documentario ma cantare anche. Ho messo anche la cosa del David di Donatello perché nessuno lo sa e lo ha mai spiegato: quando io ho vinto il David, non l’ho vinto con gente “così”, l’ho vinto su Piovani che poi ha vinto l’Oscar ed è bellissimo perché Piovani è un grandissimo.”

 

Nello spettacolo sentiamo anche la nuovissima canzone “Italia bella”, che anticipa l’album in uscita a gennaio “Tra terra e stelle”. La gente è sempre più scoraggiata verso i temi di attualità. Lei però è uno dei pochissimi che riesce a parlare della società e delle persone con un senso altissimo della poesia. Come riesce a trovare ancora tanta delicatezza e ricercatezza nel descrivere situazioni e stati d’animo?

“Guardi, di me si può dire tutto ma io sono una persona vera e finalmente libera. Io ho conosciuto la ricchezza della povertà: sono cresciuto veramente nella povertà e la vivo ancora attraverso i miei parenti. In questo momento sto con mia zia che fa veramente un vita completamente diversa dalla mia. Io sono cresciuto con questo e da qui ho imparato tante cose: ci sono delle cose che a scuola non le puoi imparare. Io ho imparato tutto conoscendo persone come lei che mi sta intervistando, giovani che hanno studiato che fanno delle domande. Io a volte chiedo alle persone che mi fanno delle domande, chiedo a loro delle risposte e io ho imparato nella mia vita così. Io ho mio figlio che quando si è laureato per me è stata  una gioia immensa perché mio figlio è stato il primo laureato di una razza, non di una famiglia: noi non avevamo la possibilità di andare a scuola, era un optional, e io tutto quello che ho imparato l’ho imparato dalla strada, dalla gente comune, dalla gente forte. Non mi vergogno di chiedere a un amico: “che cosa significa questa cosa?”: la imparo, la faccio mia e la uso.”

 

A me colpisce moltissimo il fatto che lei abbia questo fortissimo senso della poesia, che è paragonabile quasi a De Andrè perché anche le poesie che lei scrive…

“Lei è la seconda persona che mi dice questa cosa e mi emoziona perché De Andrè è il più grande poeta italiano contemporaneo, ha scritto davvero delle cose meravigliose. Io ho avuto due grandi maestri. Uno è Peter Gabriel, che senza saperlo mi ha insegnato un sacco di cose: ascoltando la musica world di Peter Gabriel ho capito che cosa volevo fare “da grande”. L’altro è stato Raffaele Viviani, che è stato il più grande poeta della strada…”
 

Tra l’altro molto poco rappresentato.

“Perché è difficile da rappresentare: non può essere rappresentato da attori che fanno Viviani ma da persone che sono il barista che fa il barista, lo scugnizzo che è scugnizzo. Viviani è quasi impossibile rappresentarlo come attore se non c’è uno scugnizzo vero, se non hai quel linguaggio. Io ho avuto il piacere di farlo, non per dirlo, non vorrei vantarmi, ma io ho fatto “L’ultimo scugnizzo”, “Il guappo di cartone”, per me Viviani è stato una scuola di vita e di arte. Quando facevo successo col caschetto nessuno mi aveva mai detto di leggermi Viviani: quando l’ho conosciuto e ho cominciato a leggere questo grande maestro, ho capito che avevo perso 20 anni della mia vita perché se l’avessi conosciuto 20 anni prima, sarei diventato pure più bravo.”

 

 

 

 

Prime date tournèe ( info www.ninodangelo.com)

 

 

Fino al 15 gennaio al Bellini di Napoli

 

Il 20 gennaio al Delle Rose di Piano di Sorrento

 

Il 21 e il 22 gennaio al Carlo Gesualdo di Avellino

 

Il 24 gennaio al Barone di Melito

 

Il 25 gennaio all’Italia di Eboli

 

Il 26 gennaio al Gloria di Pomigliano

 

Il 27 gennaio al Sala Umberto di Nola

 

Il 28 e il 29 gennaio al Delle Arti di Salerno

 

 

 

Dal 2  al 12 febbraio all’Ambra Jovinelli di Roma

 

Il 17 febbraio all’Italia di Acerra

 

Il 18 e il 19 febbraio al Comunale di Caserta

 

Il 22 febbraio al Massimo di Benevento

 

Dal  23 al 26 febbraio al Di Costanzo Mattiello di Pompei

 

Il 6 marzo al Metropolitan di Aversa

 

Il 7 e l’8 marzo al Roma di Portici

 

Il 9 marzo al Gelsomino di Afragola

 

Il 10 marzo al Bristol di Castelvolturno

 

L’11 marzo al S.Alfonso De Liguori di Pagani

 

 

Il 17 e il 18 marzo al Colosseo di Torino

 

 

Il 19 marzo allo Smeraldo di Milano

 

 


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