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RECENSIONE “NYA”

 

Prosegue la stagione di danza del Teatro comunale di Vicenza con lo spettacolo in prima regionale “Nya”, coreografato da Abou Lagraa, direttore artistico della Compagnia La Baraka e qui portato in scena dalla Cellule Contemporaine du Ballet National Algérien. In apertura il numero di danza contemporanea “ne di più ne di meno” per il progetto “Supporter Danza”.

 

Lo spettacolo che abbiamo visto martedì 13 marzo al TCVI ha riscosso molto successo. L’introduzione alla pièce principale è stata presentata da tre giovani danzatori emergenti, Giovanni Gava Leonarduzzi, Elia Del Nin e Raffaello Titon con la composizione “Ne di più ne di meno”, che rientra nel progetto “Supporter danza” volto alla promozione dei danzatori emergenti segnalati dai critici del settore. Tre ragazzi con diverse personalità combinano tra di loro immagini e stati d’animo, modi diversi di essere che si intersecano. Interagiscono e si scontrano: l’energia e la rabbia sono espresse con padronanza del movimento che sembra annullare il concetto di equilibrio precario sfruttandolo in maniera spettacolare.

 

Si prosegue con lo spettacolo principale, “Nya”. Un vero e proprio dittico. La prima parte è incentrata sul “Bolero” di Ravel, che entra in scena con un espediente scenico che nel linguaggio cinematografico viene chiamato climax: si attende il personaggio principale e il regista lo fa apparire nella migliore inquadratura possibile. Succede così anche per questa interpretazione del Bolero di Ravel. La scena è assolutamente spoglia, è immaginativamente ambientata in una strada o piazza, si sentono rumori di traffico, di gente che passa, musica che fuoriesce dai finestrini delle macchine e ogni tanto passa anche un Bolero che poi se ne va, come un’onda dell’effetto doppler. I danzatori entrano ed escono  al ritmo della strada e di percussioni etniche e poi arriva lui, Il Bolero. Viene vissuto con un linguaggio urban mescolato al folk. Gli artisti sembrano scollegati tra loro e il quadro visivo è sottolineato dalle luci che occupano lo spazio scenico nel modo più essenziale possibile. Rimane “solo” la ricchezza della musica dove i danzatori interpretano i vari segmenti musicali che compongono il Bolero con movimenti che creano linee spezzate, contorte, spigolose ma al contempo sinuose. L’influenza più evidente è la break dance e in questo spettacolo possiamo vedere forse non tanto l’adattabilità di un brano di musica da balletto, quanto la penetrabilità di una determinata musica all’interno di un tessuto culturale. Questa pièce dimostra proprio come la musica sia patrimonio culturale anche popolare: questa musica fa parte della nostra quotidianità e può essere slegata a qualsiasi contesto pur caratterizzando la nostra vita, entrando a far parte del nostro immaginario perché magari l’abbiamo sentita in una pubblicità di successo o come sigla di un programma tv o colonna sonora di un film. Questa proprietà culturale condivisa permette una versatilità applicabile a linguaggi espressi in forme diverse, come abbiamo visto appunto in “Nya”.

Nella seconda parte dello spettacolo la scena viene contestualizzata visivamente con dei tappeti azzurri appesi  sul fondo del palco. Non c’è musica, si parte direttamente con il movimento: i danzatori formano una catena, partendo dal centro, che poi si slega. Con l’inizio della musica i movimenti disegnano con maggiore aderenza la dinamica musicale. La contemporaneità dei paesi arabi probabilmente si attiene solo in parte all’estetica europea se non nei tratti essenziali, adattabili a una cultura che, nonostante la globalizzazione, si fonda su concetti estetici portanti. “Nya” è vincente proprio perché la mescolanza di culture che ci viene mostrata non tradisce le origine e le radici, anzi le valorizza rinnovandole, scegliendo gli elementi migliori dalle altre culture, quella americana in primis, senza dover sembrare colonizzati ma degli osservatori consapevoli. Questo spettacolo ha un aspetto nuovo e fresco, intrigante ed espressivo proprio perché è scevro da un imperialismo imperativo ed imperante. Vediamo quindi nuove forme di break dance, di hip hop; alla musica araba e al folklore si accompagna un linguaggio moderno, nervoso e sanguigno: l’umanità espressa tramite figure astratte, il rimanere sospesi insieme, il legarsi, sono immagini che sembrano solo falsamente disordinate e poco allineate sul palco, ma la mancanza apparente di geometricità, che quando è invece più evidente viene poi smontata, contribuisce a rendere questo spettacolo concettualmente meno freddo e molto appassionante. Non crea infatti un distacco dal pubblico, pur essendo una coreografia non semplice. La morbidezza e la nervosità dei gesti si rimbalzano creando un’intermittenza continua tra  astrazione e corpo estremamente interessante, grazie anche alla musica quasi ancestrale dei canti di Houria Aichi.

 

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