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RECENSIONE “BOXE BOXE” DELLA COMPAGNIE KÄFIG

 

Apertura trionfale della stagione di danza al Teatro Comunale di Vicenza, martedì 29 novembre con lo spettacolo “Boxe Boxe” portato in scena dalla Compagnie Käfig-Centre Choréographique Nationale de Créteil et du Val-de-Marne. Entusiamo del pubblico come nei grandi concerti rock internazionali. Al via il progetto “Supporter Danza”.

 

 

VicenzaDanza XVI si è aperta martedì 29 novembre al Teatro Comunale di Vicenza con lo spettacolo “Boxe Boxe” portato in scena dalla compagnia Käfig-Centre Choréographique Nationale de Créteil et du Val-de-Marne. La stagione di danza, sostenuta dalla Fondazione Teatro Comunale città di Vicenza, in collaborazione con Arteven, si riconferma come una delle migliori a livello nazionale, per la scelta e la qualità della proposta.  Prima dell’esibizione dello spettacolo “Boxe Boxe” abbiamo avuto il piacere di vedere il lavoro di un giovanissimo duo di danzatori, i Room n 4, che hanno proposto la loro creazione dal titolo “Fratelli”, di 4 minuti. I due giovani artisti, vestiti uno con una camicia bianca e un pantalone nero e l’altro viceversa, hanno  mostrato la loro visione di un rapporto fatto di conflitto e attrito, emulazione, complicità, rivalità, sostengo, tra evoluzione e sospensione. Il pubblico ha molto apprezzato questo numero, il primo del Progetto Supporter Danza, volto alla promozione di giovani danzatori emergenti segnalati da critici ed esperti.

 

I  Käfig ci avevano già incantati l’anno scorso con il loro spettacolo dedicato all’acqua, alle sue simbologie e al rapporto con lo spazio e l’uomo, tra poeticità ed utilizzo concreto e decontestualizzato. Quest’anno, il genio creativo del coreografo Mourad Merzouki si è espresso in maniera ancora più raffinata, avvalendosi della collaborazione del Quartetto Debussy, che ha eseguito dal vivo, partecipando attivamente nella coreografia, brani di Schubert, Verdi, Ravel, Mendelssohn, Glen Miller, Philip Glass, Henryck Gorecki.

Lo spettacolo si apre con i musicisti seduti su delle sedie con degli schienali altissimi in simil-ferro battuto. Al centro della scena, una scatola o, se vogliamo seguire il suggerimento poetico e giocoso del danzautore, potremmo dire proprio un box. Da questo box spuntano delle mani avvolte in guantoni da pugile, che dialogano tra loro seguendo non solo il ritmo  ma anche la dinamica della musica. Questi guantoni si aggregano, si scompongono e ricompongono con un’ironia delicata come quella dei teatri di pupazzi per bambini. La grazia del movimento è simbolicamente estranea a quello che questi guantoni possono rappresentare nell’immaginario collettivo. Il box viene poi illuminato da un elegantissimo gioco di luci che lo rende trasparente per farlo diventare visivamente un ring, dentro al quale l’intero corpo di ballo è racchiuso fisicamente, svelando così il trucco. I danzatori entrano ed escono da questo ring, lo utilizzano ed ogni movimento è perfettamente studiato.

 

In questo spettacolo, la boxe non è un pretesto ma uno spunto concreto d’ispirazione reale che non cede al citazionismo. Tutto è delicato e poetico, pur non raccontando una storia vera e propria, ma una serie di episodi che si avvicendano in un’atmosfera quasi onirica creata da un pavimento a scacchi, da un cancello decorato come le sedie, da un fondale damascato e da una musica che non è mai descrittiva ma parte integrante della coreografia al punto di essere, a tutti gli effetti, elemento del corpo di ballo, creando l’impressione di essere stata quasi scritta apposta per quei movimenti, quella interpretazione attoriale, quel registro poetico e così elegante.

Merzouki costruisce un vero  proprio quadro pittorico con elementi scenici in movimento, uso dinamico delle luci in funzione della scena rappresentata e del messaggio che vuole mandare, utilizzando il palco non solo come spazio utile per gestire i movimenti ma come una tela, facendo pendere l’immagine a sinistra o a destra, dove lo spettatore usufruisce di giochi tra equilibri teatrali, prospettici, cromatici.

Geniale l’idea di mettere i violinisti nel box-ring, far allenare il danzatore al sacco davanti a un simbolico cancello aperto sul fondale, in realtà semitrasparente e che, illuminato a dovere, ci mostra un altro danzatore che si allena.

 

L’utilizzo delle luci e dell’oscurità in porzioni precise di palcoscenico orienta lo sguardo dello spettatore su un dettaglio, poi un altro fino a una scena completa, spostandolo fisicamente, grazie a un simbolismo di raffinata e profondissima ricerca non solo culturale, ma anche psicologica.

 

L’autore travalica le similitudini tra sport e danza e fa coesistere le due discipline, fondendole in un unico linguaggio espressivo. Cura ogni più piccolo movimento come se fosse il dettaglio di una miniatura, tenendo ben presente che il colpo d’occhio deve essere lo stesso di un grande gruppo marmoreo.

 

C’è anche il movimento degli oggetti di scena, indotto dai danzatori, che diventano oggetti coreografici vivi e utili come interlocutori tra movimento stesso e chi è sul palco. Il movimento, come entità a sé, diventa co-narratore del coreografo e dei danzatori nella costruzione di una sorta di motion-picture.

 

La genialità non sta solo nell’unire la boxe all’hip hop e alla musica classica o a quella di Philip Glass o al tango: non c’è la violenza della boxe, c’è rigore portato dal crescendo della musica. La fatica, la sconfitta, il sudore, sono tradotti in malinconia.

 

 

L’accoglienza dei vicentini non poteva che essere più calorosa, applaudendo  la compagnia per lunghissimi minuti e lasciandosi coinvolgere dall’entusiasmo di questi straordinari artisti che hanno dialogato con il pubblico, dando il ritmo dell’applauso ed esibendosi in numeri fuori programma.

 

Una pièce emozionante, divertente, commovente, intensa e raffinatissima. Speriamo che i Käfig diventino di casa al TCVI.

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