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		<title>PROSA: INTERVISTA A TATO RUSSO</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 10:17:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena De Dominicis</dc:creator>
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<p>Lo scorso week end, al Comunale di Vicenza, è andato in scena un classico rivisitato: “il fu Mattia Pascal” di Pirandello, nella versione di Tato Russo. Uno spettacolo pieno di raffinatezze e di sensibilità nei confronti sia del testo che dei personaggi:  maschere o fantasmi si alternano sul palco e forse, più che in altre occasioni, qui si riesce a rappresentare la dimensione di una sorta di aldilà strettamente legato all’inconscio, ai ricordi, a tutto ciò che è volatile e aleatorio, come un raggio di luce che perfora il buio intorno. Proprio questo contrasto importante tra luce e buio, per un disguido tecnico, non è riuscito  a essere messo in scena come previsto, lasciando alcune zone del palco non completamente oscurate, in una sorta di penombra che ha permesso di scorgere i movimenti degli attori che, in realtà, non si sarebbero dovuti vedere, creando però, all’occhio del pubblico, un effetto  ancora più misterioso e simbolico di confluenza  tra i personaggi. Le maschere, le luci e le ombre, gli oggetti che compaiono e scompaiono: è tutto un gioco di sdoppiamento e di antitesi, di simboli e di specchi che non solo riflettono quando vengono utilizzati, ma che lasciano lo spettatore in attesa di capire cosa ci accomuna non solo con la vicenda narrata ma soprattutto con i simboli, i segni, l’utilizzo stesso della voce messi in scena da Tato Russo. Una pièce affascinante, non solo per via del celebre testo, ma soprattutto  per lo spirito che impregna tutto lo spettacolo, dal punto di vista non solo visivo. Ho incontrato Tato Russo, che  firma la regia, la riduzione dal romanzo, le luci e che interpreta il doppio ruolo di Mattia Pascal- Adriano Meis.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>L’inizio della pièce si focalizza sul fatto che i personaggi della storia siano come dei fantasmi che lei esprime con le maschere. Il significato legato alla maschera, inteso anche simbolicamente, è molto importante in Pirandello. Come succede che l’intreccio della vicenda riesce a essere così intricato e saldo, sebbene i personaggi siano così mutevoli da sembrare sfuggenti?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“C’è un passaggio continuo dal realismo al surrealismo, lo spettacolo cammina proprio in questo modo: la surrealtà è un dato deforme della realtà, ma non è che il surreale è tutto surreale, è una realtà che si deforma con un suo aggettivo primario e quindi è quello che dà il senso della surrealtà. Questo continuo passaggio in questo viaggio della memoria di questo personaggio, fatto di presenze e di fantasmi che si concretizzano, che vengono alla luce riportati da lui, dal racconto, vengono rimossi dalla sua coscienza. È  un percorso anche all’interno del teatro e della poetica di Pirandello. Il romanzo è giovanile, pieno di contraddizioni, non ha un percorso compiuto proprio, non aveva portato a compimento le sue fantasie e dottrine ideologiche e vedendolo dal dopo, le ho potute travasare tutte dentro. Quindi c’è il teatro metafisico, il teatro del mito, delle maschere, il teatro siciliano, quello naturalistico, il teatro del triangolo borghese; c i sono tutte le problematiche che nel romanzo sono in fieri e che dopo lui ha sviluppato in tutte le direzioni.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sulla scena lei crea una sorta di staffetta di personaggi in modo da non rimanere mai veramente da solo…</strong></p>
<p>“Loro non escono e ed entrano: compaiono e scompaiono. Alcune volte sono usciti perché non siamo mai riusciti ad avere il buio completo. Anche gli oggetti compaiono e scompaiono.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La cosa che mi ha colpita è che c’è una staffetta, anche quando rimane solo, lei non lo è mai veramente perché c’è la voce narrante, per cui un po’ è come se il personaggio fosse con l’altro personaggio. È una scelta estetica  che però coinvolge anche il linguaggio inteso come segno teatrale. Che valore narrativo dà a questa scelta?</strong></p>
<p>“È molto tortuosa questa cosa! Non è tortuoso, è tutto così semplice! Siete voi che vedete le cose difficili, per me è tutto molto lineare. È il segno del mio modo di fare teatro.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>A me è piaciuta molto questa cosa dei personaggi che defluiscono un po’ l’uno nell’altro…</strong></p>
<p>“È venuta così!  Sai che c’è, è che nel momento della creazione, in chi crea, c’è uno spirito che lo comanda, ha un suo bagaglio, filtra tutto dalla sua poetica, dal suo modo di intendere le cose quando vengono in un mondo anziché in un altro, per cui vengono naturaliter. L’idea è centrale. L’idea iniziale era quella di fare un viaggio nella memoria per cui fantasmi, apparizioni, disapparizioni, evocazioni; poi questo modo di fluire l’uno nell’altro è venuto di conseguenza, perché è una vita che si racconta. È anche la mia vita, all’interno di quella  di Pascal: se dico “mammina” invece che “mamma”, in quel momento, è  per mia madre. C’è un po’ di me ma deve esserci, è questo, l’atto creativo che ti deve appartenere. Io ho preso il romanzo, il primo Pirandello che faccio e faccio il romanzo, perché nel romanzo posso entrarci io, con la mia poetica. A me del teatro delle corna borghesi di Pirandello non me ne frega niente, a me piace il teatro del mito, dei giganti, de “La nuova colonia”. Il blocco che l’ha reso famoso è quello piccolo borghese che a me non interessa. Io amo il teatro epico, allora solo in quanto questo romanzo poteva diventare epico, come teatro, allora mi ha interessato.”</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Vediamo una dinamica famigliare, una società piccolo borghese. Pirandello era amico di Eduardo….</strong></p>
<p>“Eduardo fece una riduzione da Pirandello, “L’abito nuovo” si chiama, non riuscita. È difficile fare le riduzioni dai romanzi, io ci sono abituato da quando ero ragazzo, quindi mi viene facile. Io ho ridotto il musical “I promessi sposi”, “Il ritratto di Dorian Gray”,  Dostoevskij, ne ho ridotti tanti. C’è un problema di fondo, io prima scrivevo, avevo fatto una compagnia che si chiamava Nuova Commedia ma non veniva nessuno quindi a quel punto ho dovuto rifare gli altri, i classici, Shakespeare,  e riscriverli, ma solo nella riscrittura del testo è venuta fuori la regia. La cosa fondamentale è l’attore e lo scrittore, il regista è un tramite. Se è un poeta anche lui… ma non credo al regista che è solo un regista, quello è un organizzatore. “</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ma le musiche di questa pièce le ha scritte lei?</strong></p>
<p>“No no, Vlad. Le luci sono di Roger La Fontaine, che sarei io!”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Pirandello, dicevamo, era amico di Eduardo, che pure trattava di dinamiche familiari e di gente soprattutto del popolo. Quali sono le principali differenze e analogie tra il teatro di Eduardo e quello di Pirandello?</strong></p>
<p>“Diciamo che Eduardo, ad un certo punto, rincorre il successo di Pirandello e modifica anche la sua drammaturgia sull’onda del teatro grottesco di Pirandello,  e che era anche quello di Chiarelli in quel periodo ma di cui Pirandello è un caposaldo. Era un periodo in cui anche in Francia si scriveva il grottesco. Eduardo lo assume perché è di moda in quel momento, ma la sua grandezza è l’Eduardo realistico, non riesce a scrivere il grottesco, ha un’altra carne alle spalle. Anche Pirandello: la sua lingua è un siciliano tradotto. Io ho ridotto Giordano Bruno dall’italiano in napoletano del ‘600, l’ho riscritto perché lui aveva tradotto il napoletano in italiano e se leggi l’italiano, non capisci che cosa vuol dire. Se tu lo riporti al ‘600 napoletano capisci cos’è “Il candelaio”. Quando si parla delle radici, le radici si trasfigurano ad un certo punto ma te le porti sempre dentro, ma la vera carne sta là e la vera carne di Pirandello sta nella Sicilia.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> In Pirandello spesso troviamo uno stretto rapporto tra follia e verità, generalmente espresso con sottile ironia: il pazzo dice la verità, la gente lo isola per entrambi i motivi, e lui stesso si isola, come se la verità fosse pericolosa quanto un gesto di follia. Ne “Il fu Mattia Pascal” come si esprime questo paradosso filosofico?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Qua non c’è, qua siamo più nel relativismo. Oggi va di moda la “quantica”, per cui tu esisti solo in quanto io ti ascolto e se io non ti ascoltassi tu non esisteresti. Lui l’ha scoperta, in un certo senso: noi esistiamo solo in relazione agli altri, che ci vedono quando noi ci rappresentiamo agli altri. Questa relatività è il fondamento del teatro di Pirandello: noi esistiamo in relazione agli atri, come uno, nessuno o centomila nei confronti di uno, nessuno o centomila, cioè siamo uno nei confronti di un altro, un altro e di un altro ancora; c’è più questo in Pirandello più che la follia, quella più in “Enrco IV”… Quello vorrei fare …ma lo fanno sempre… C’è un problema di ripetitività, tutti fanno tutto… <em>Oggi forse c’è gran buio e gran confusione, tutti  i nostri lanternini spenti, a chi rivolgersi?</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/6OvCG2V0N04" frameborder="0" width="425" height="350"></iframe></p>
<p><strong>prossime date</strong></p>
<p>dal 23 al 26 febbraio:  Teatro Nuovo  di Verona</p>
<p>il 19 e 20 marzo, Cilea Comunale, Reggio Calabria</p>
<p>dal 29 marzo al 1 aprile, al Verdi di Salerno</p>
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		<title>DANZA: PROSEGUE LA RASSEGNA &#8220;DANZARE PER EDUCARE&#8221; AL TCVI</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 16:46:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena De Dominicis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Prosegue a Vicenza la rassegna collaterale di danza per le scuola “Danzare per educare”, giunta all’XI edizione. Il ciclo di spettacoli rientra nel cartellone della stagione di danza del Teatro Comunale di Vicenza, è realizzato dalla Fondazione Teatro Comunale di Vicenza in collaborazione con Arteven ed è promosso e sostenuto dall’Assessorato all’istruzione e ai &#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Prosegue a Vicenza la rassegna collaterale di danza per le scuola “Danzare per educare”, giunta all’XI edizione. Il ciclo di spettacoli rientra nel cartellone della stagione di danza del Teatro Comunale di Vicenza, è realizzato dalla Fondazione Teatro Comunale di Vicenza in collaborazione con Arteven ed è promosso e sostenuto dall’Assessorato all’istruzione e ai giovani del Comune di Vicenza, diretto e coordinato da Daniela Rossettini.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Martedì mattina 14 febbraio abbiamo assistito allo spettacolo per le scuole “Aladino”, portato in scena dalla compagnia Astra Roma Ballet, diretta da Diana Ferrara. Una pièce di circa un’ora che ha entusiasmato i piccoli spettatori, grazie alla commistione tra vari linguaggi della danza e forme teatrali di vario tipo che sono state mescolate tra loro in maniera sapiente e ben calibrata. Si è passati dal balletto classico, alla danza come rappresentazione della storia raccontata da una voce fuori campo, al neoclassico e al moderno, con incursioni nel teatro di figura, facendo riferimento alla tradizione dei pupi siciliani. Belli i costumi e decisamente affascinante il viaggio musicale lungo tutto il Mediterraneo: dai ritmi tradizionali all’utilizzo della lingua siciliana, alla musica di gusto Klezmer-safardita. Una storia raccontata con tecniche differenti, che ha affascinato i bambini in sala grazie anche all’intelligente costruzione dello spettacolo, che è stato scritto tenendo conto del ritmo narrativo a cui i ragazzini di oggi sono abituati, al tipo di stimoli visivi e musicali con i quali si confrontano quotidianamente. Uno spettacolo adatto ai più piccoli ma gradevolissimo anche per un pubblico di adulti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono state coinvolte scuole di Vicenza e di Santa Maria di Camisano: i bambini, alla fine dello spettacolo si sono complimentati con i danzatori, hanno fatto domande e le maestre sono entusiaste del progetto. Daniela  Rossettini  ha spiegato che: <em>“Si è tenuto conto dell’energia, della differenza dei movimenti pesanti e morbidi, è stato fatto un lavoro preparatorio a scuola, di relazione e sullo spirito critico, un percorso di danza che formi un bagaglio di ricchezza educativa</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il prossimo appuntamento, di chiusura della rassegna, sarà mercoledì 18 aprile con lo spettacolo “Fantastique” proposto dall’Asociazione Danza Venezia, per la regia di Carlo Presotto.</p>
<p>“Danzare per educare” è un progetto che fa parte dell’offerta formativa della Fondazione Teatro Comunale di Vicenza.</p>
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		<title>PROSA E MUSICA: INTERVISTA A MILVA E WALTER MRAMOR</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 20:52:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena De Dominicis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; La settimana scorsa ho intervistato Milva e il direttore artistico della a.ArtistiAssociati, in occasione della rappresentazione della pièce &#8220;La variante di Lüneburg- fabula in musica&#8221; ispirata al libro di Paolo Maurensig, che ne ha curato anche i testi teatrali. Uno spettacolo meraviglioso, che consiglio a tutti di vedere. Il libro è trascinante, scritto con &#8230;]]></description>
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<p>La settimana scorsa ho intervistato Milva e il direttore artistico della a.ArtistiAssociati, in occasione della rappresentazione della pièce &#8220;La variante di Lüneburg- fabula in musica&#8221; ispirata al libro di Paolo Maurensig, che ne ha curato anche i testi teatrali. Uno spettacolo meraviglioso, che consiglio a tutti di vedere. Il libro è trascinante, scritto con ritmo, ti incolla alle pagine e potrebbe benissimo essere un film in cui la vita e la morte si esprimono grazie ai personaggi che forse sono essi stessi le pedine di una scacchiera ambientata nella Germania nazista . L&#8217;autore ha preferito dare i diritti per la rappresentazione teatrale, a condizione che fosse Milva a interpretarla. Le musiche sono estremamente evocative, l&#8217;interpretazione di Milva è profonda, poetica, si alterna con quella recitativa di Mramor, altrettanto intensa e partecipata. Uno spettacolo che racchiude vari generi: teatro civile, opera, musica sacra. prosa di narrazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>al link qui sotto potete leggere &#8216;intervista che ho realizzato per ladomenicadivicenza.it</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ladomenicadivicenza.it/a_ITA_4523_1.html" target="_blank"> http://www.ladomenicadivicenza.it/a_ITA_4523_1.html</a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/nRH_uSCxKuQ" frameborder="0" width="425" height="350"></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il disco si può acquistare direttamente dal sito della compagnia, al link sotto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.artistiassociatigorizia.it/chisiamo/produzioni/variante_luneburg.html" target="_blank">http://www.artistiassociatigorizia.it/chisiamo/produzioni/variante_luneburg.html</a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>DANZA: RECENSIONE &#8220;ROMEO ET JULIETTE&#8221; &#8211; MALANDAIN BALLET BIARRITZ</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 22:40:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena De Dominicis</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Questo week end, al Teatro Comunale di Vicenza, è andato in scena lo spettacolo “Romeo et Juliette”,  allestito dal celebre coreografo Thierry Malandain (che già ci aveva incantati qualche anno fa con la strepitosa <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ladomenicadivicenza.it/a_ITA_1635_1.html" target="_blank">serata Ravel–De Falla</a></span>) e interpretato dai danzatori della sua compagnia, la Malandain Ballet Biarritz. Pièce che ha riscosso un ottimo successo di pubblico, “Romeo et Juliette” si presenta come un lavoro assolutamente corale e fortemente simbolico, grazie anche alla scelta di lavorare sulla musica di Hector Berlioz, che nel suo componimento non segue gli eventi della vicenda in maniera pedissequa. Lo spettacolo di Malandain è improntato sulla coralità e il personaggio di maggior rilievo è Padre Lorenzo, che apre e chiude il racconto. La caratteristica estetica di questo balletto è l’assoluto rigore nell’esecuzione delle coreografie messo in evidenza anche dalla spoglia scenografia. I costumi sono ispirati agli abiti usati. Tutto è essenziale e curatissimo ed è proprio questo minimalismo scenico che permette di orientare l’attenzione dello spettatore su contenuti filosofici, sociali e, se vogliamo, forse, anche teologici. C’è anche un po’ d’Italia in questo balletto, in quanto il coreografo si è ispirato alle catacombe del celebre Convento dei Cappuccini a Palermo,  tappa obbligata a Palermo già dai tempi del Grand Tour, dove sono inumate le mummie delle famiglie più danarose della città, vissute fino agli inizi del ‘900, che venivano abbigliate con vestiti che ne distinguessero il rango.  Parte da qui, e dalla versione di Béjart del ’66, sempre con le musiche di Berlioz, il viaggio filosofico di Malandain attraverso la celebre tragedia del Bardo. L’artista dimostra di ispirarsi molto a uno dei tanti aspetti della scrittura shakespeariana: la versatilità e la reversibilità dei personaggi. Padre Lorenzo, che è colui che sposa i due  giovani veronesi, e che li vuole aiutare, ne è anche in qualche modo uno degli artefici della morte. Apre e chiude il cerchio, rappresenta l’inizio e la fine, il tramite attraverso il quale la vicenda si snoda, fa da trait d’union tra i sentimenti, non solo dei due ragazzi ma delle loro famiglie.  Le famiglie rappresentano gli stati d&#8217;animo universali, i tanti modi d’amare e di odiare, ed è proprio questa pluralità corporea che ha un ché di metafisico: tante persone quante sono le epoche che ci dividono da questo testo che racconta di una natura umana da sempre descritta nella letteratura e nei testi scenici, già dai tempi del teatro classico. Non è solo un balletto composto da tante persone che danzano e che rappresentano l’umanità espressa attraverso la sua stessa natura, ma appunto un piccolo trattato di filosofia trasposto attraverso il teatro coreutico. Malandain usa il linguaggio della danza per esprimere anche dei concetti fondamentali, per esempio che ognuno di noi può essere sia Giulietta, che Romeo, che Padre Lorenzo: tutti possiamo essere estremi, sia nell’amore che nell’odio, e questi sentimenti  sono interscambiabili come un costume di scena che fa sembrare il soggetto un personaggio o un altro. Ed è proprio questo gioco teatrale che permette di  far relazionare gli artisti sul palco non solo con i loro personaggi ma con gli elementi scenici stessi, come i costumi e i bauli, che pur rimanendo sempre nello stesso contesto visivo  cambiano la loro funzione narrativa: da specchi che riflettono la luce verso il pubblico, a tombe, a scrigni con dentro il costume-personaggio, a sipario dietro al quale i danzatori scompaiono e ricompaiono. C’è molta poesia nella durezza di questo spettacolo, una delicatezza che si equilibra magnificamente con quella che può essere la freddezza di un concetto, ma che una volta portato in scena, per quanto possa essere puro pensiero filosofico, non può che diventare vita e quindi colpire, meravigliare e commuovere.</p>
<p>Info: <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://malandainballet.com/" target="_blank">www.maladainballet.com</a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/y1KMUNcDk3Q" frameborder="0" width="425" height="350"></iframe></p>
]]></content:encoded>
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		<title>TEATRO POPOLARE: INTERVISTA A KETTI GRUNCHI</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 21:52:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena De Dominicis</dc:creator>
				<category><![CDATA[teatro popolare]]></category>
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		<description><![CDATA[sabato scorso ho visto la pièce di teatro popolare &#8220;L&#8217;avaro in blues&#8221;, messo in scena dalla compagnia La piccionaia-i tradimenti. Per l&#8217;occasione ho intervistato la regista Ketti Grunchi per la domenicadivicenza.it. &#160; questo è l&#8217;articolo http://www.ladomenicadivicenza.it/a_ITA_4506_1.html]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>sabato scorso ho visto la pièce di teatro popolare &#8220;L&#8217;avaro in blues&#8221;, messo in scena dalla compagnia La piccionaia-i tradimenti. Per l&#8217;occasione ho intervistato la regista Ketti Grunchi per la domenicadivicenza.it.</p>
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<p>questo è l&#8217;articolo</p>
<p><a href="http://www.ladomenicadivicenza.it/a_ITA_4506_1.html" target="_blank">http://www.ladomenicadivicenza.it/a_ITA_4506_1.html</a></p>
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		<title>TEATRO E LINGUAGGI TELEVISIVI: INTERVISTA A MICHELE SCIANCALEPORE</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 16:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena De Dominicis</dc:creator>
				<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[teatro di narrazione]]></category>
		<category><![CDATA[teatro di ricerca]]></category>
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		<description><![CDATA[Michele Sciancalepore è uno dei più rinomati giornalisti di teatro. Conduce dal 2007 una bellissima trasmissione, “Retroscena- i segreti del teatro”, sulla rete Tv2000. Il suo programma, in pochi anni, è diventato punto di riferimento non solo per tutti gli addetti ai lavori ma anche per tutte quelle persone che hanno piacere a guardare un &#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Michele Sciancalepore è uno dei più rinomati giornalisti di teatro. Conduce dal 2007 una bellissima trasmissione, “Retroscena- i segreti del teatro”, sulla rete Tv2000. Il suo programma, in pochi anni, è diventato punto di riferimento non solo per tutti gli addetti ai lavori ma anche per tutte quelle persone che hanno piacere a guardare un programma di cultura e di approfondimento interessante, ben confezionato e molto garbato.  La peculiarità del programma è l’intervista e l’indagine dei processi creativi, il dialogo con gli artisti e la condivisione del loro punto di vista riguardo al loro lavoro e al rapporto tra arte e società, grazie a numerosi spunti di riflessione.  Le sue sono interviste di notevole qualità perché con grazia e cultura mai ostentata, mettendo gli artisti a proprio agio, riesce ad aprire un canale di comunicazione  autentica non solo con i protagonisti che ospita, ma anche tra intervistato e pubblico che usufruisce del programma.   Il conduttore, inoltre, ha in uscita due documentari: uno, scritto con Debora Pietrobono, e del quale è autore e regista è “Ricercare- viaggio nella scena contemporanea italiana”, l’altro si chiama “La via dei Masnadieri- Libertà o morte!” di cui invece è autore e regista.<br />
Ho intervistato Michele Sciancalepore per indagare ulteriormente il rapporto tra evento teatrale e linguaggio televisivo e il modo con cui il pubblico percepisce i segni teatrali in televisione. Riguardo a “Retroscena”, tiene a sottolineare che: “ <em>“Retroscena” è nato ed è stato voluto dalla fiducia e dalla scommessa del direttore di Tv2000, Dino Boffo, e di una tv come questa della Conferenza Episcopale Italiana, che punta molto e investe sulla cultura e che crede proprio su questo ambito con tutte le difficoltà che ci possono essere e che tu hai evidenziato nelle domande che mi hai fatto. È un’esperienza bellissima: avvicinando i più grandi artisti, ma anche i più giovani, anche lontani dal mondo cattolico o della Chiesa e anche con dei pregiudizi nei confronti di questo mondo, in realtà sono sempre usciti stupefatti e ammirati dallo spazio, dalla profondità, dalla professionalità e dalla libertà di confronto e di dialogo che hanno trovato qui e che non hanno trovato altrove.”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><strong>La tua è una delle trasmissioni di approfondimento sul teatro tra le più curate, forse la più curata, avete cominciato nel 2007: cosa ti ha portato ad avventurarti proprio in questo ambito ?</strong></p>
<p>“L’ “Edipo re” di Sofocle: quando avevo 18 anni e facevo la maturità classica ho portato la tragedia sofoclea e mi sono innamorato del teatro. Non a caso Aristotele la definiva la tragedia perfetta e da lì è iniziato tutto il mio rapporto col teatro. Poi ho sviluppato una serie di interessi che andavano dalla passione per il teatro, alla letteratura e alla passione per il montaggio e per lo strumento televisivo. Quindi ho potuto convogliare queste esperienze, tra cui una parentesi attoriale, all’interno di un unico lavoro: portare il teatro in televisione. Il presupposto nel quale ho sempre creduto è che il teatro va visto a teatro, non può essere fruito in televisione, è qualcosa di fuorviante che crea degli equivoci che poi si pagano. In televisione devi sfruttare il mezzo televisivo e tutte le peculiarità di questo strumento. La particolarità di “Retroscena” è che si è portato il teatro in tv usando gli strumenti televisivi e questo lo si vede nei filmati ma anche da tutta la drammaturgia del programma e lo sviluppo, dove noi evochiamo e creiamo emozioni, approfondiamo, andiamo  dietro le quinte, entriamo nell’animo degli artisti. Usiamo il montaggio delle emozioni attraverso i filmati, non cerchiamo minimamente di riprodurre qualcosa che si può vivere solo e soltanto unicamente a teatro, perché è un evento unico in cui c’è bisogno anche di un rapporto fisico tra platea e scena. Noi in questo equivoco non ci siamo mai caduti e questo è sicuramente il segno distintivo del programma.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In Italia sappiamo benissimo che non c’è una cultura del teatro così radicata come in Inghilterra o in Francia, eppure, nonostante la crisi, la gente ci va molto volentieri. Perché le istituzioni non riescono a puntare sul teatro, la danza e la cultura in genere, per creare indotto come avviene invece negli altri paesi?</strong></p>
<p>“La cultura del teatro passa attraverso l’istruzione base e nell’istruzione base non c’è spazio per la cultura teatrale; non consideriamo i saggi che fanno fare le maestre o i gruppi di attori che fanno i corsi di teatro, va bene e ben vengano queste iniziative. Il problema è che nelle scuole non c’è, ormai da anni, un’attenzione nei confronti di quella che è la letteratura teatrale, la cultura teatrale, la storia del teatro e la storia dello spettacolo, che è un’altra cosa rispetto alla storia del teatro e alla letteratura drammaturgica. È vero quello che dici tu, però è un fenomeno relativo all’impoverimento dell’istruzione in questi ultimi anni, o alla disattenzione nei confronti di questo settore. Poi c’è miopia, qui si allarga tutto il discorso su quella che è la ricerca teatrale, il rapporto tra le istituzioni, il teatro e la ricerca, che è un discorso più ampio del teatro stesso. Sostanzialmente c’è miopia e disinteresse voluto e mirato o è semplicemente ignoranza. Io ho fatto un documentario per Rai Cinema e tv2000 che si chiama “Ricercare- viaggio nella scena contemporanea italiana” dove proprio l’obiettivo è stato quello di capire qual è la ricerca nel teatro in Italia e che rapporto c’è con le istituzioni. La maggior parte delle personalità più rinomate nel campo della ricerca teatrale italiana parlavano, in realtà, di una vera e propria ignoranza che fa dei danni terribili, non di un piano mirato che volesse distruggere la cultura e il teatro in particolare. Io sono d’accordo solo in parte, nel senso che per me invece c’è anche volutamente  un disinteresse costruito quasi a tavolino. Sicuramente il teatro non è semplice e può fare paura, perché è l’unica delle arti rimaste in cui si crea un evento dal vivo mirato a scuotere le coscienze e a costringere al pensiero. Parlo naturalmente di un teatro che ovviamente non sia d’evasione e di divertimento tout court. A quel punto è chiaro che tutto ciò che fa pensare non è ben visto da chi vorrebbe un pensiero unico, del cittadino utente consumatore. Se devi consumare e far gioco a un certo tipo di economia, è meglio che tu non pensi: più stupido sei e più consumi e sei manipolabile. È vero che uno può dire: quanto il teatro può influenzare le coscienze, visti i numeri della gente che va a teatro piuttosto che di quella che guarda la televisione? È vero anche questo però è vero pure, come diceva Bergonzoni, che è chiaro che attraverso un minuto di televisione puoi raggiungere un milione di persone e in una tournèe poche migliaia nella migliore delle ipotesi, ma quello che succede nelle coscienze, nell’esperienza dal vivo teatrale, è qualcosa che può essere decisivo e definitivo rispetto a una fruizione passiva televisiva.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Negli anni ’50, ‘60 e ’70, in televisione c’era moltissimo teatro</strong><strong>: gli sceneggiati erano tratti da grandi romanzi o anche da opere in versi, penso all’ “Adelchi” con Gabriele Lavia, per esempio.  Anche nei varietà tipo “Mille luci”, “Studio uno”, ma anche le prime edizioni di “Fantastico”, il pubblico poteva ammirare il talento di attori teatrali e danzatori classici di altissima scuola. Oggi, invece, quando capita che un artista in tv utilizzi espedienti linguistici di tipo teatrale, come giochi di parole particolarmente articolati o il paradosso scenico, spesso non viene capito a pieno.  Perché  il pubblico di massa, pur essendo più informato,</strong><strong> è diventato più insensi</strong><strong>bile a c</strong><strong>erti stimoli al punto, a volte, di non riconoscerli?</strong></p>
<p>“Perché se non vai a scuola, non hai gli strumenti per decodificare i messaggi. Io ho dei seri dubbi sul fatto che il pubblico di prima fosse meno istruito. Se c’è stato un imbarbarimento del linguaggio, della cultura e dell’istruzione, è ovvio che questo porta a un’insensibilità, a un’incomprensione, a  un rifiuto di qualcosa che non si riesce più a capire: se ti manca l’alfabeto, per te, quei segni sono astrusi, non ti dicono nulla e non ti portano emozioni; mentre le lettere, lo scritto, il nero su bianco, nascondono una profondità di sapere, di emozioni e di vita che però bisogna saper leggere. Il  fatto che oggi ci sia una maggiore conoscenza tecnica, non vuol dire che ci sia una maggiore cultura o una maggiore istruzione. Io sono profondamente convinto che le persone, non la gente o il pubblico, ma gli individui, vadano istruiti, educati e guidati. Questo avveniva molto di più prima, rispetto agli ultimi decenni, è un dato di fatto purtroppo.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quando ho intervistato <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ladomenicadivicenza.it/a_ITA_3195_1.html" target="_blank">Moni Ovadia</a></span>, mi ha citato il critico Harold Bloom, il quale diceva che non sapeva se Dio aveva inventato Shakespeare ma che sicuramente Shakespeare aveva inventato noi. Il teatro esiste da ben prima del cattolicesimo e scrivere teatro e recitare vuol dire indagare nei lati più oscuri e inconfessabili dell’animo umano, per farlo ci vuole un occhio assolutamente distaccato. Secondo te che rapporto c’è tra arte scenica e fede o comunque spiritualità?</strong></p>
<p>“Un rapporto profondo, indissolubile, imprescindibile, arcaico e ancestrale. Il teatro è nato dall’esigenza profonda dell’uomo di rapportarsi con la divinità, con lo spirito e con Dio. Basta leggersi un po’ di libri:  si capisce il rapporto che è nato con Dioniso. Ernesto De Martino, grande antropologo, dice che il teatro nasce nel momento in cui l’uomo si interroga su se stesso e cioè nel momento in cui fa uso del belletto, perché si rappresenta  e questo  vuol dire che prende coscienza della propria esistenza, per poi sollevare una serie di domande sul perché esistiamo e dove andiamo a finire. Il teatro si è potuto sviluppare nella sua forma drammatica, e quindi dialettica, nel momento in cui ha cominciato a porre delle domande, domande anche a ciò che era altrove al di sopra di sé. Il rapporto tra teatro e spiritualità è proprio insito nella natura stessa del teatro: al di là della posizione laica che uno può avere o che gli artisti possono avere, tutti gli artisti che portano avanti un percorso di ricerca tout court, sanno benissimo che non possono prescindere da questa che è la natura intrinseca del teatro.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sempre rimanendo nell’ambito dell’Italia: se ci pensiamo ci son</strong><strong>o delle zone in cui esiste una cultura del teatro, penso a città come Napoli, o Milano col teatro canzone, o anche Genova con Govi, eccetera. Come mai queste realtà rimangono circoscritte alla cultura autoctona?</strong></p>
<p>“Perché c’è un altro equivoco che porta a pensare che, nel sistema teatrale, nei cartelloni ufficiali, non possano entrare determinate cose e per cui bisogna fruirne in maniera confinata a un certo luogo, non solo inteso come spazio, ma come fascia, ed è un gravissimo errore perché andrebbero fatte circuitare e promosse. Soprattutto, bisognerebbe abbattere delle barriere tra ciò che si pensa sia tradizione e ciò che invece è ricerca, una barriera che non ha senso di esistere perché anche la tradizione è, in realtà, un tradire qualcosa di tramandato: è nell’etimologia stessa della parola che è contenuto questo aspetto. Quindi questo è un motivo, un’altra miopia tipicamente italiana.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Recentemente, a Vicenza, abbiamo visto <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.artisceniche.com/2011/prosa-intervista-a-emanuele-valenti-di-punta-corsara/" target="_blank">“Il signor de Peourceaugnac”</a></span> messo in scena dai ragazzi di Punta Corsara, dove vediamo una fortissima influenza della città sul sentire della gente attraverso l’interpretazione degli attori e dell’allestimento del regista Valenti. Esistono altri luoghi, non solo in Italia, dove c’è questo rapporto così stretto e quasi viscerale con la città, al punto che la città stessa diventa sia palcoscenico che personaggio, come succede appunto a Napoli? Come avvengono questo tipo di processi culturali secondo te?</strong><img style="float: right;" src="http://www.retroscena.tv2000.it/tv2000/allegati/393/michelechisiamo.jpg" alt="" width="417" height="273" /></p>
<p>“Avvengono grazie a delle persone illuminate, mosse da passione e fede in senso lato, che vanno la di là di un discorso di profitto, senza nulla togliere al profitto che ben venga sennò non si può portare avanti nulla. Poi  mi vengono in mente alcune situazioni di eccellenza che ci sono in Puglia, come il Koreja, il Kismet,  o altri eventi legati a festival in cui si crea questo legame fortissimo e identificativo con il territorio, come a Santarcagelo, Armonia festival in Toscana o al festival del Teatro a Corte, nelle corti sabaude a Torino. Però dietro a queste realtà, se vai a conoscere, ci sono una sorta di missionari.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La televisione e il teatro sono due linguaggi assolutamente diversi, principalmente perché la televisione impone un’immagine all’occhio dello spettatore, a teatro invece lo spettatore decide su cosa orientare la sua attenzione, anche in base alla sua cultura e alla sua sensibilità…</strong></p>
<p>“Si fa la sua regia.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Esattamente. In che modo la tv e le nuove tecnologie potrebbero aiutare il teatro?</strong></p>
<p>“Il problema è a monte, come dicevo prima: se si crea una cultura teatrale e dello spettacolo finché il bambino è nella pancia della mamma, allora poi tutto avviene di conseguenza per cui anche la televisione, che è una forma di cultura, sarà in grado di accettare certe proposte e di preparare le persone affinché certe proposte vengano fruite attraverso il mezzo televisivo. Il problema è che per fare “Retroscena” o comunque per far passare il teatro in tv, bisogna “lavorarlo” attraverso degli strumenti televisivi. Questo presuppone una serie di professionalità: la televisione è un mestiere che è composto da varie professionalità diverse tra di loro che devono lavorare all’unisono e in sinergia. Ci deve essere una persona che ha conoscenza del teatro, e non solo della storia del teatro e della letteratura teatrale, ma anche del mondo dello spettacolo, che è un’altra cosa. Io quando ho cominciato a fare televisione venivo da una cultura teatrale molto radicata e profonda in me, ho cominciato a 18 anni poi ho portato avanti all’università gli studi sul teatro, ma per quanto frequentassi i teatri io avevo una conoscenza parziale del mondo dello spettacolo e me la sono dovuta costruire. Quindi, intanto ci vuole una persona che abbia questa passione e la passione per il mezzo televisivo, quindi per l’arte del montaggio, ma ci vuole un montatore bravo, ci vogliono gli operatori che facciano le riprese televisive, altro capitolo ENORME. Quando vado a fare le riprese, esco sempre con due o tre operatori di un service ben preciso che ho educato, nel senso che ho tirato fuori da loro la sensibilità su come fare le riprese, con tutte le difficoltà che ci sono quando si vanno a fare le riprese in teatro, devono stare in posti ben precisi. Noi siamo gli unici che quando andiamo a fare le riprese non ci muoviamo MAI finché lo spettacolo non finisce, mentre loro sono abituati che di solito l’operatore va lì, fa casino col treppiede, sta 10 minuti e poi se ne va facendo altrettanto casino e quindi poi si sviluppa una sorta di insofferenza verso questo tipo di atteggiamento.  Chiaro che quando andiamo  a seguire le prove e i processi creativi ci muoviamo con maggior libertà, ma anche lì devi sapere come muoverti e come entrare in sintonia e in sinergia con il lavoro di creazione che si sta facendo. Una delle caratteristiche di “Retroscena” è che facciamo i reportage sui processi creativi e sulle prove. In quel caso, quando seguiamo le prove, non si fa un lavoro semplicemente voyeuristico di piazzare le telecamere alla grande fratello, entriamo in sintonia e interagiamo con la realtà del processo creativo, intervistando ma anche affrontando insieme a loro le problematiche legate alla creazione e gli intoppi che si creano. È  un altro tipo di lavoro, ci sono una serie di figure che vanno preparate a tale proposito, ma per poterlo fare bisogna crederci e investire e poi vedere il risultato che si ottiene: io posso fare un programma bellissimo ma poi la gente magari non me lo guarda forse per pregiudizio, perché magari pensa che è la solita noia, quindi a priori non lo vede, ma deve avere gli strumenti per entrare dentro al programma. Certo, anche io devo trovare degli appeal, creare una serie di situazioni che catturano e attirano, sicuramente non bisogna fare un prodotto distante e di élite a priori, non creare questa distanza che fa sentire una persona non all’altezza di entrare nel gioco. Bisogna creare questi presupporti per avvicinare la gente al teatro attraverso la televisione.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il pubblico giovane:  vanno poco a teatro e poco ai concerti, solo nella danza c’è un ritorno grazie ai talent. Quali sono le problematiche e le possibili soluzioni, secondo te, per poter attirare e interessare i  giovani al teatro e allo spettacolo dal vivo in genere?  La mancanza di turnover generazionale potrebbe penalizzare i contenuti e l’offerta?</strong></p>
<p>“In tutti questi anni, dappertutto, vedo tanti giovani che vanno a teatro. Forse non sono gli abbonati, ma gli abbonati, si sa, riguardano una fascia generazionale ben precisa, i giovani è difficile che si abbonino, preferiscono seguire gli eventi, che ovviamente non è la natura del teatro, l’evento spettacolare, che può essere Supermagic o Benigni  o il musical. Sicuramente la mancanza di turnover può dare l’idea di un ambiente asfittico e in paralisi che non avvicina i giovani, questo è un limite contro il quale combattono anche alcuni stessi  artisti come Emma Dante o Celestini. In Germania troviamo direttori artistici di 30-35 anni, un’età in cui uno ha tanto da dire. In Italia se non sei oltre i 50 non puoi essere prefigurato per un ruolo come quello di una direzione artistica, questo sicuramente è un limite, senza nulla togliere al fatto che ci sono direttori artistici di 60-70 anni che hanno una grandissima sensibilità su tutto il fermento che c’è nelle grandi realtà teatrali, quindi non è manco un discorso di generazione. Avvicinarli vuol dire educarli fin da piccoli, quando sono spugne, io insisto molto perché ho insegnato 11 anni prima di fare il giornalista e ho visto un po’ il declino che c’è stato nell’istituzione scolastica e nella preparazione degli insegnanti: o trovavi quelli per cui l’insegnamento era uno stipendio che gli permetteva di fare altre cose, oppure trovavi i “missionari”. Sicuramente bisogna lavorare sull’istituzione scolastica, sull’istruzione dello spettacolo, l’analisi testuale proprio: c’è una miniera di vita pulsante dentro un testo teatrale e nella storia dello spettacolo, tutto sta a tirarla fuori. C’era Hugo Von Hofmannsthal, drammaturgo, che poneva la domanda: “dov’è nascosta la profondità?” E si rispondeva: “la risposta è in superficie”. Può sembrare paradossale, perché uno pensa che si debba scavare, ma dalla superficie già si vede la profondità. Per superficialità  intendeva che può essere le rughe di una persona, le sue espressioni, la sua faccia, ma anche un testo, una scrittura. Nella scrittura, in quella sua superficie, in realtà, è nascosta la profondità; bisogna saperla leggere.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>INFO</strong>:</p>
<p><a href="http://www.retroscena.tv2000.it/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">www.retroscena.tv2000.it</span></a></p>
<p><a href="http://www.youtube.com/retroscenasat2000?gl=IT&amp;hl=it" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">www.youtube.it/retroscenasat2000</span></a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>ROCK IN MOSTRA: AL P.A.N. DI NAPOLI  &#8220;ROCK!2&#8243;</title>
		<link>http://www.artisceniche.com/2012/rock-in-mostra-al-p-a-n-di-napoli-rock2/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 20:37:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena De Dominicis</dc:creator>
				<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[news e comunicati stampa]]></category>
		<category><![CDATA[rock, pop, hip hop, etnica, elettronica, house, lounge, jazz]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[napoli]]></category>
		<category><![CDATA[pan]]></category>
		<category><![CDATA[rock!2]]></category>

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		<description><![CDATA[ROCK!2 mostra/evento sul rock e i suoi linguaggi dal 14 gennaio al 26 febbraio 2012 al PAN – Palazzo delle Arti Napoli INGRESSO GRATUITO ROCK!2: la musica si mette di nuovo in mostra! Otto sezioni tematiche per raccontare oltre 50 anni di…rock Ben oltre 11.000 visitatori in poco meno di due mesi di programmazione (dal &#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ROCK!2<br />
mostra/evento sul rock e i suoi linguaggi<br />
dal 14 gennaio al 26 febbraio 2012<br />
al PAN – Palazzo delle Arti Napoli<br />
INGRESSO GRATUITO</p>
<p>ROCK!2: la musica si mette di nuovo in mostra!<br />
Otto sezioni tematiche per raccontare oltre 50 anni di…rock</p>
<p>Ben oltre 11.000 visitatori in poco meno di due mesi di programmazione (dal 18 dicembre 2010 al 14 febbraio 2011); 6 appuntamenti tematici con più di 2.000 presenze; incontri con protagonisti della scena musicale internazionale e italiana [da Ian Paice dei Deep Purple a Chris Barron degli Spin Doctors, da Jono Manson dei Blues Travelers alla leggendaria prog-band Osanna con David Jackson, il sax dei Van Der Graaf Generator sino a Peppino Di Capri, Enzo Gragnaniello e molti altri]; oltre 20 itinerari guidati con scuole, accademie, licei d’arte, associazioni culturali e studenti universitari; proiezioni di documentari esclusivi; presentazioni di libri e live-set coinvolgenti.<br />
Questi i numeri della prima edizione di ROCK!, la mostra evento sul rock e i suoi linguaggi che &#8211; come recita una nota ufficiale del Palazzo delle Arti Napoli che l’ha ospitata &#8211; “ha fatto registrare una media quotidiana di visitatori tra le più alte mai registrate dal PAN”.<br />
Forte di queste cifre, il grande rock “si mette di nuovo in mostra”: ROCK!2 racconterà oltre 50 anni di musica, linguaggi, tecnologie e leggende. Ideatori e direttori culturali della mostra saranno ancora una volta Michelangelo Iossa (che ricopre anche il ruolo di coordinatore generale dell’intero progetto per l’Associazione Culturale “MFL comunicazione”) e Carmine Aymone, giornalisti, critici musicali e docenti di storia del rock.</p>
<p>Salutata con entusiasmo dal Comune di Napoli – Assessorato alla Cultura, la mostra si avvale nuovamente del Patrocinio del Consolato Generale degli Stati Uniti d’America a Napoli (che ha contribuito alla realizzazione dell’area tematica “Rock Anniversary USA”) e del Consolato Britannico di Napoli. Per questa seconda edizione della mostra &#8211; “vista l’importanza dell’evento” &#8211; è stato concesso anche il Patrocinio da parte del Consolato Generale della Repubblica Federale di Germania.<br />
Per la sua seconda edizione, la mostra sarà affiancata da due griffe storiche come GIBSON GUITAR e HARD ROCK CAFE. La mostra ROCK!2 e HARD ROCK CAFE INTERNATIONAL sostengono, infatti, WhyHunger e le attività di Yoko Ono Lennon per la campagna IMAGINE THERE’S NO HUNGER con l’obiettivo di raccogliere fondi contro la fame e la povertà infantile in numerose aree del pianeta.<br />
La mostra includerà migliaia di oggetti tra memorabilia, gadget, vinili, audiovisivi, fotografie, manifesti d’epoca, strumenti musicali (e molto altro) provenienti da alcune tra le più importanti collezioni private italiane ed europee. Come è ormai consuetudine, inoltre, ROCK!2  ospiterà un’ampia serie di workshop, presentazioni di libri, di CD, live, proiezioni, demo/clinic, incontri e appuntamenti tematici sulla storia e sull’evoluzione del rock, con ospiti e musicisti. Le rockstar più celebri e la musica che ha fatto la storia degli ultimi decenni in una full immersion totale per riassaporare il linguaggio che, più di ogni altro, ha cambiato il volto della musica popolare.<br />
Il Maestro Lello Esposito ha realizzato per la mostra due opere figurative intitolate ROCK!, che faranno parte dell’esposizione. Le opere scenografiche London Calling e Stars and Stripes sono di Silvia Chialli; i dipinti Vanitas Rocks I, Vanitas Rocks II e Rock The Rolling Stones sono dell’artista belga Sarah Van Hoe.<br />
Carmine Aymone e Michelangelo Iossa<br />
LE AREE TEMATICHE di ROCK!2</p>
<p>Rock Legends _ ampia macroarea all’interno della quale troverà spazio: A) una sezione dedicata al quarantesimo anniversario della nascita della line-up ufficiale e definitiva dei Queen; B) una sezione dedicata a David Bowie, ai Pink Floyd a 45 anni dall’uscita dei loro primi lavori discografici (1967 | 2012 = “David Bowie”, “The Piper at the Gates of Dawn”); C) una sezione dedicata alle opere dello studio Hipgnosis; D) una sezione dedicata ai Duran Duran a 30 anni dall’uscita del loro album/simbolo “Rio” che sarà visitata il 3 febbraio dal batterista della band inglese Roger Taylor. E) una sezione dedicata al rock tedesco: dai musicisti elettronico/cosmici (Klaus Schulze, Tangerine Dream, Ash Ra Tempel, Popol Vuh) alla musica industriale e ‘ambient’ (Kraftwerk, LA Dusseldorf, Cluster) sino al punk-rock di Nina Hagen e all’heavy metal di musicisti e band come gli Scorpions, gli UFO, Michael Schenker, Helloween, Gamma Ray…<br />
F) In anteprima nazionale la mostra ROCK!2 esporrà in questa area, il roll-up ufficiale delle Olimpiadi di Londra 2012, anticipate alle passate Olimpiadi di Pechino del 2008 con un live-set di Jimmy Page e che quasi certamente verranno inaugurate da Sir Paul McCartney. Dopo aver ospitato 2 volte, nel 1908 e nel 1948, le Olimpiadi, Londra batte ogni record e diventa la prima città ad ospitare tre olimpiadi estive. I giochi della XXX Olimpiade inizieranno il 27 luglio 2012 e termineranno il 12 agosto 2012.</p>
<p>Rock Anniversary USA [realizzata con il contributo del Consolato Generale degli Stati Uniti d’America a Napoli] _ gli anniversari più rilevanti della storia del rock statunitense al centro di una macroarea/chiave della mostra: dalla nascita del papà del blues Robert Johnson passando per quel giorno di ottobre del 1972 in cui Bruce ‘The Boss’ Springsteen entrò in sala di registrazione con la neonata E-Street Band per lavorare al suo primo album. E ancora: The Doors, Frank Zappa, la scena psichedelica californiana degli anni ‘60 con Jefferson Airplane, Grateful Dead…</p>
<p>The sound of music: storia ed evoluzione delle &#8216;macchine parlanti&#8217; _ una delle sezioni più amate della prima edizione di ROCK! torna con un percorso tematico ancor più ricco e articolato, a cura del dott. Raffaele Grieco: esposizione di apparecchi audio d’epoca e contemporanei; esposizione di gadget e oggettistica relativa a marchi e prodotti/audio; mostra di riviste Hi-Fi e materiale tecnico e pubblicitario dagli anni Settanta ai giorni nostri; ascolti guidati; cornici digitali con foto, video e musica per artista; fogli-guida…<br />
La sezione sarà arricchita dalla presenza del VRT – Vinyl Restoration Team coordinato dal dott. Venanzio D’Agostino: ROCK! ospiterà in esclusiva l’innovativa workstation Cedar Cambridge che permetterà di scoprire ogni segreto legato al restauro dei primissimi 78, 33 e 45 giri di rock’n’roll!</p>
<p>NapLes Paul: 60 anni di Storia della ‘Gibson LesPaul’ _ sezione dedicata a una delle chitarre-simbolo della storia del rock, a 60 anni dalla sua nascita, realizzata in collaborazione con Gibson Guitar  (www.gibson.com, www.twitter.com/gibsonitalia, facebook.com/gibsonitaly) e con Centro Chitarre Napoli di Cristiano Ceruti (www.centrochitarre.com). La chitarra Les Paul è fondamentale per tutto il rock moderno: realizzata da Gibson, la sua ‘solid body’ è stata il modello-base di un’intera generazione di chitarre. Alcuni dei più grandi chitarristi hanno suonato con la Gibson Les Paul: da Carlos Santana a Jimmy Page (Led Zeppelin), da Paul McCartney a The Edge (U2), da Slash (Guns&#8217;n'Roses) a Bob Marley, da Neil Young a Steve Jones (Sex Pistols)…<br />
La mostra ROCK!2 celebra questo meraviglioso “oggetto” e il suo creatore Lester William Polfus alias Les Paul – con un’ampia esposizione di modelli, schede illustrative e un demo/clinic &#8211; che insieme hanno contribuito a scrivere alcune delle pagine più importanti del grande libro della musica popolare contemporanea.<br />
Napoli strizza l’occhio al Rock _ Il legame tra Napoli e la musica è uno dei rapporti più preziosi della città e della sua cultura. E il rapporto tra Napoli e il rock ne è un emblema. La versione più venduta &#8211; in termini di copie discografiche della canzone più famosa in tutto il mondo &#8211; ‘O Sole Mio di Eduardo Di Capua, Giovanni Capurro e Alfredo Mazzocchi è It’s now or never di Elvis Presley del 1960 (derivata da una precedente incisione dell’attore e cantante Tony Martin). La mostra in quest’area ospiterà, oltre agli ‘scatti’ dei più celebri concerti rock approdati negli anni in Campania, una sezione – curata dalla Fondazione Bideri – dedicata proprio a questa registrazione del Re del Rock e retrospettive sugli eroi del Sound ‘e Napoli: Edoardo Bennato, Enzo Avitabile, Tony Esposito, Tullio De Piscopo, Peppino Di Capri, Daniele Sepe, 99 Posse, Alan e Jenny Sorrenti, Saint Just, Osanna, Moby Dick, The Showmen…</p>
<p>PhotoRock _ a un anno dal successo dell’esclusiva mondiale della mostra su John &amp; Yoko [Montreal, 1969] di Bruno Vagnini, ROCK!2 dà spazio alle grandi mostre fotografiche legate al mondo del rock. Paul McCartney, Rolling Stones, Tom Waits, R.E.M., Aerosmith, Clash, Pink Floyd e molti altri, immortalati dagli scatti inediti di Pino Miraglia, Enzo Buono, Giuseppe D’Anna, Alberto Marolda, Nico Lioce e Raffaele De Simone.</p>
<p>Love Me Do 1962/2012 _area dedicata ai 50 anni di “Love Me Do” dei Beatles (1962 | 2012) che accoglierà il 24 gennaio 2012 l’arrivo di Pete Best, primo leggendario batterista dei Fab Four in esclusiva per l’Italia e per la mostra ROCK!;</p>
<p>Baby’s In Black _ inserita come seconda tappa esclusiva a poche settimane dalla sua esposizione a Roma, ROCK!2 ospita la mostra di tavole originali di Baby’s in Black – The Story of Astrid Kirchherr &amp; Stuart Sutcliffe, opera a fumetti (pubblicata recentemente dalla Black Velvet) del trentaduenne artista tedesco Arne Bellstorf. Le tavole raccontano la storia d’amore tra la fotografa e artista Astrid Kirchherr e il musicista e artista Stuart Sutcliffe ai tempi in cui quest’ultimo militava come bassista con i Beatles in diversi club di Amburgo. Con disegni essenziali in bianco e nero, il fumettista racconta l’incontro nel 1960 tra la Kirchherr e il bassista dei Beatles e il loro amore. All’epoca la Kirchherr  realizzò le prime foto professionali di quelli che sarebbero poi diventati i Fab Four con l’inconfondibile taglio di     capelli ‘a caschetto’. Quando i Beatles lasciarono la città, Sutcliffe rimase ad Amburgo. Ma la storia d’amore finì tragicamente: il musicista muore nel 1962, a soli 21 anni, di un’emorragia cerebrale. Con particolare empatia il fumetto si avvicina alla mitica storia d’amore dalla tragica fine, ambientata nella ribelle scena universitaria ma anche all’interno della cultura giovanile e della subcultura amburghese degli anni 1960.</p>
<p>Baby Rock… ogni sabato di febbraio [dalle ore 11.00 alle ore 12.00] i protagonisti saranno i bambini di età compresa dai 4 ai 9 anni (in gruppo di massimo venti, accompagnati dai genitori la cui presenza in loco è obbligatoria), che potranno “giocare” con l’arte e il rock!</p>
<p>ROCK!2!<br />
mostra/evento sul rock e i suoi linguaggi</p>
<p>Dal 14 gennaio 2012 al 26 febbraio 2012<br />
PAN | Palazzo delle Arti Napoli<br />
Via dei Mille, 60 | Napoli<br />
www.palazzoartinapoli.net</p>
<p>INGRESSO GRATUITO</p>
<p>COORDINAMENTO GENERALE<br />
MICHELANGELO IOSSA PER<br />
ASSOCIAZIONE CULTURALE MFL COMUNICAZIONE</p>
<p>DIREZIONE CULTURALE<br />
CARMINE AYMONE  | MICHELANGELO IOSSA</p>
<p>UFFICIO STAMPA<br />
ALESSANDRA DEL PRETE<br />
ALDELPRETE@GMAIL.COM<br />
349.1263282</p>
<p>ROCK!2<br />
calendario | appuntamenti</p>
<p>•    sabato 14 gennaio 2012 | h 10.30 | PAN – Palazzo delle Arti Napoli _ vernissage e conferenza stampa di presentazione ufficiale della seconda edizione della mostra ROCK! | aperitivo a cura di Vegezio [ristorazione collettiva &amp; catering]<br />
•    venerdì 20 gennaio 2012 | dalle ore 9.30 | PAN – Palazzo delle Arti Napoli | “L&#8217;altra Faccia della Voce” – laboratori pratici per lo sviluppo e il potenziamento della vocalità artistica | a cura di Centro della Voce – centro di logopedia e voce artistica<br />
•    sabato 21 gennaio 2012 | dalle ore 9.00 | PAN – Palazzo delle Arti Napoli | “L&#8217;altra Faccia della Voce” – laboratori pratici per lo sviluppo e il potenziamento della vocalità artistica | a cura di Centro della Voce – centro di logopedia e voce artistica<br />
•    martedì 24 gennaio 2012 | h 17.30 | PAN – Palazzo delle Arti Napoli | incontro con Pete Best, il primo leggendario batterista dei Beatles | evento in collaborazione con GEATECNO srl | aperitivo d’autore con Cantine Grotta del Sole – Campiflegrei, Cantine dell’Averno – Campiflegrei<br />
•    sabato 28 gennaio 2012 | h 17.30 | PAN – Palazzo delle Arti Napoli | presentazione del CD/compilation “Napoli strizza l&#8217;occhio al…ROCK!” [Suonidelsud] legato alla mostra | aperitivo d’autore con Cantine Grotta del Sole &#8211; Campiflegrei, Cantine dell’Averno – Campiflegrei<br />
•    mercoledì 1 febbraio 2012 | h 16.45 | PAN – Palazzo delle Arti Napoli | presentazione dei nuovi video dei Foja, degli April Fools, di Roberto Giangrande, di Pino Ciccarelli – Concerto Musicale Speranza, dei Radical Kitsch, degli ‘A67 con Joe Sarnataro, degli Ansiria, dei JFK &amp; La sua Bella Bionda. Dalle ore 18.00 showcase e presentazione ufficiale del nuovo album di Fabrizio Fedele “Ashes 1989 &#8211; Part I” [Materia Principale] e presentazione del video “Lullaby”, tratto dall’album di Fedele<br />
•    giovedì 2 febbraio 2012 | h 16.45 | PAN – Palazzo delle Arti Napoli | Zappa Day – pomeriggio dedicato al compositore di Baltimora con Giampaolo Carlini, Daghi Rondinini e Marco Francini<br />
•    venerdì 3 febbraio 2012 | h 17.30 | PAN – Palazzo delle Arti Napoli | incontro con Roger Taylor, batterista dei Duran Duran [che in serata sarà protagonista di un dj-set al Joia di Sant’Antimo (NA)] | aperitivo d’autore con Cantine Grotta del Sole &#8211; Campiflegrei, Cantine dell’Averno – Campiflegrei<br />
•    venerdì 10 febbraio 2012 | h 17.30 | PAN – Palazzo delle Arti Napoli | Gibson Guitars demo-clinic “Dealer Product Specialist” con Claudio Adamo, per celebrare i sessant’anni della Les Paul, una delle chitarre-simbolo della storia del rock | aperitivo d’autore con Cantine Grotta del Sole &#8211; Campiflegrei, Cantine dell’Averno – Campiflegrei<br />
•    giovedì 16 febbraio 2012 | h 17.30 | PAN – Palazzo delle Arti Napoli | Tributo ai Queen con la band dei Queen of Bulsara<br />
•    lunedì 20 febbraio 2012 | dalle ore 20.00 alle ore 23.30 | PAN – Palazzo delle Arti Napoli | Carnevale Rock &amp; Aperitivo | evento realizzato in collaborazione con MagicSolution e con Vegezio [ristorazione collettiva &amp; catering]<br />
•    giovedì 23 febbraio 2012 | h 17.30 | PAN – Palazzo delle Arti Napoli | Black History Month 2012 | Un lungo pomeriggio di musica per celebrare il suono ‘black’ nato negli USA | Incontro con il Console Generale degli Stati Uniti a Napoli Donald L. Moore | Live-set con la Black Market Band featuring Salvatore Guantario | aperitivo d’autore con  Cantine Grotta del Sole &#8211; Campiflegrei, Cantine dell’Averno – Campiflegrei<br />
•    sabato 25 febbraio 2012 | h 17.30 | PAN – Palazzo delle Arti Napoli – Rosso Rock 7 Arte e Musica performance degli Osanna &amp; David Jackson + special guest</p>
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		<title>PROSA: INTERVISTA AD ANNAMARIA GUARNIERI</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 22:20:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena De Dominicis</dc:creator>
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		<category><![CDATA[teatro di narrazione]]></category>
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<p>Per la  rassegna collaterale “Luoghi del contemporaneo” della stagione di prosa del Teatro Comunale di Vicenza, Annamaria Guarnieri ha interpretato  Eleonora Duse in uno splendido monologo di un’ora. La pièce si intitola “Eleonora, ultima notte a Pittsburgh” e racconta di come sarebbero potute essere state le ultime ore della Duse, attraverso un flusso di ricordi che rimbalzano tra di loro: il rapporto con la figlia, le prime recite, i successi internazionali, D’Annunzio, il “Giulietta e Romeo” a soli 14 anni all’Arena di Verona con il costume cucito in casa e le rose fresche appuntate da lei stessa, Asolo (dove poi ha voluto essere seppellita). Un personaggio storico e incredibile, di cui non esiste documentazione della sua attività di attrice se non per  un film, “Cenere”, tra l’altro inevitabilmente muto visto che il primo film parlato è del ’27 (“Il cantante di jazz”). La Duse infatti morì, appunto a Pittsburgh, il 21 aprile del 1924. Era nata a Vigevano il 3 ottobre del 1858. Ho parlato di questo grande personaggio con Annamaria Guarnieri, strepitosa interprete della pièce.</p>
<p><strong>Della Duse non c’è documentazione audiovisiva, a parte il film “Cenere” che però è muto. Il tulle all’inizio la svela: c’è ancora molto da svelare della Duse secondo lei?</strong></p>
<p>“Mah secondo me come artista no: era divina e non si discute. Come donna io credo che sia molto idealizzata perché era una donna capace di durezze, di tradimenti, di essere manageriale e di essere costretta a trascurare una figlia per seguire il suo destino. Una donna malinconica, per quanto risulta dagli scritti, raramente di buon umore e una grande e divinissima attrice, quindi come tutti i grandi sono sempre personaggi controversi.”</p>
<p><strong>La Duse ha vissuto un periodo straordinario, ha avuto una vita intensissima: fino ad alcuni anni fa personaggi così facevano la storia della cultura di un Paese. Oggi un bravo talento forse si esprime meglio nello sfruttamento delle strategie di marketing e dei linguaggi mediatici. Il valore del talento e dei contenuti è cambiato?</strong></p>
<p>“No, quello non può cambiare, c’è solo forse molta più generosità da parte dei media nell’accordare grandi fenomeni. Le grandi eccellenze ci sono, la Duse era un’enorme eccellenza italiana nel mondo. Le nostre eccellenze oggi ci sono: Totti, Jovanotti, Rita Levi Montalcini, le punte di diamante esistono sempre. Nel teatro oggi ci sono tanti ottimi attori e attrici; forse quell’eccezione non c’è più.”</p>
<p><strong>Anche quell’allure che aveva lei?</strong></p>
<p>“Beh i tempi sono proprio cambiati, Quella non c’è più per nessuno: io prendo le mie cose e vado via per conto mio; ma non credo che la Duse avesse una vita molto diversa da quella che hanno gli attori oggi, difatti se ne lamentava parecchio: una nomade, una zingara. Infatti si divertiva a dare fastidio agli albergatori, una certa giocosità del suo carattere che a me non dispiace.”</p>
<p><strong>Ci sono dei testi e degli autori che sia lei che la Duse avete interpretato. Cosa rappresenta il tempo  per un attore che si confronta con un testo ma anche con la vita di un predecessore così illustre?</strong></p>
<p>“Quello non esiste, il problema, tanto non si sa come recitava “Casa di bambola” o Giulietta. Ci siamo noi oggi, con i nostri mezzi. Premesso che io che faccio la Duse, io sono messaggera, racconto la sua ultima giornata in un albergo dove lei ripassa.”</p>
<p><strong>Sia la parte che la vita.</strong></p>
<p>“Eh si.”</p>
<p><strong>Per un attore immagino che sia molto arricchente interpretare un personaggio di notevole peso culturale. Può essere che il pubblico si immedesimi un po’ meno nel personaggio e nella storia raccontata, proprio perché la gente comune non fa quella vita e non fa parte di quell’ambiente?</strong></p>
<p>“No, direi il contrario perché prevale la favola, il c’era una volta.”</p>
<p><strong>Nella pièce si ricorda moltissimo il passato però si ripercorre anche la vita di un’artista…</strong></p>
<p>“Quello è un argomento che abbiamo molto trascurato. Lei è stata una donna che avuto grandi frequentazioni, grandi amicizie, imprenditrice di se stessa; è stata una promotrice della sua professione e della sua arte e quella è una cosa che è stata trascurata perché non è che in un racconto di questo tipo ci si può mettere a dire: “io ho conosciuto Chaplin”. Cita di straforo Griffith.”</p>
<p><strong>Ripercorre al passato vuol dire in qualche modo spiegarne l’avvenire: il modo in cui quest’attrice si è sviluppata, si descrive anche un po’il lascito di questa persona.</strong></p>
<p>“No perché non si sa nulla di lei, non esiste, nessuno l’ha sentita, si conosce la sua vita.”</p>
<p><strong>Però è ancora molto presente e se ne parla ancora.</strong></p>
<p>“Perché è stata un’eccellenza, un’eccezione, è stata una divina, come Sarah Bernhardt</p>
<p><strong>In cosa si differenziavano la Bernhardt e la Duse?</strong></p>
<p>“Che la Bernhardt era ebrea, pazza e simpaticissima, la Duse una rompiscatole. Bravissime tutte e due, avevano uno stile completamente diverso: la grandezza della Duse stava nella verità, nella semplicità, nella sua particolarità, si muoveva in scena con un’estrema naturalezza e originalità. La Bernhardt era una pazza, eccentrica, originale.”</p>
<p><strong>Come è cambiato il modo di vivere l’arte e in scena per le donne? Sembra quasi che all’epoca le grandi artiste venissero  appellate come muse e che il termine artista fosse riservato un po’ agli uomini.</strong></p>
<p>“Certamente nel caso della Duse, non c’è stato nessun attore uomo che abbia eguagliato la sua fama e grandezza nel mondo; attori stupendi ma nessuno come lei, lei è stata unica.”</p>
<p><strong>Nella pièce lei dice: “quanti tramonti persi perché bisognava andare a teatro, ho sempre visto solo camerini e camere d’albergo”. L’artista totalmente immerso nella sua cifra espressiva, che rapporto ha con la realtà che deve rappresentare al pubblico e in cui il pubblico si deve riconoscere?</strong></p>
<p>Al pubblico racconta altro, racconta una realtà trasfigurata, la favola tragica, comica, romantica, racconta qualcosa di diverso dalla vita normale. Poi lei si lamenta perché naturalmente l’atroce vita di un attore è una vita di sacrificio: non puoi andare al cinema quando vuoi, quando tutti se ne vanno a cena, tu devi andare in teatro a truccarti e prepararti perché è il tuo lavoro, perché appartieni all’immaginario del pubblico. È una scelta e siccome poterlo fare bene è anche un dono, bisogna solo essere grati e lamentarsi poco.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>tournée </strong>( INFO:<span style="text-decoration: underline;"> <a href="http://www.teatrofrancoparenti.it/" target="_blank">http://www.teatrofrancoparenti.it/ )</a></span></p>
<p><strong>24-gen     PADOVA      Teatro MPX<br />
25-gen     ASOLO     Teatro Duse<br />
26-gen     Verona       Teatro Camploy<br />
27-gen     Mestre      Teatro Toniolo<br />
28-gen     Lastra a Signa       Teatro delle Arti<br />
31-gen     Parigi     Istituto Italiano di Cultura</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>PROSA: INTERVISTA AD ANTONIO SALINES</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 15:54:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena De Dominicis</dc:creator>
				<category><![CDATA[teatro popolare]]></category>
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		<category><![CDATA[antonio salines]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>La settimana scorsa, al Teatro Comunale di Vicenza, è andata in scena la commedia di Goldoni “La bottega del caffè”. Uno spettacolo classico che ha visto come protagonista il celebre attore Antonio Salines nei panni di Don Marzio, il maldicente della città, quello che sa tutto di tutti senza, in realtà, conoscere i fatti. Una commedia ben equilibrata grazie anche all’interpretazione degli attori e dove i protagonisti maschili spiccano per antipatia e disprezzo per le donne, pur rimanendo ben inseriti in un contesto sociale e psicologico caratteristico della commedia degli equivoci. Ho incontrato Antonio Salines, col quale ho parlato della commedia, del suo rapporto con Carmelo Bene e Vittorio Gassman, di come sia cambiato il rapporto tra teatro e televisione e teatro e pubblico.</p>
<p><strong>In questo spettacolo vediamo che la scelta dell’allestimento segue un rigore filologico notevole. Trattandosi di una commedia molto attuale, secondo lei si potrebbe rendere ugualmente bene anche in abiti moderni?</strong></p>
<p>&#8220;È stato fatto un adattamento teatrale da uno dei registi più moderni della nostra epoca, Fassbinder, rispettando  molto Goldoni e facendolo in costume, mettendogli un linguaggio più contemporaneo. A volte non occorre cambiare il costume: se rispetto Goldoni l’abito moderno non è che aggiunga attualità. Fassbinder aveva fatto un’edizione molto più cattiva se vogliamo, rendendola attuale, però scenografia e costumi erano del’700; sembra un po’ quello che ha fatto Fellini nel “Casanova”:  ha rispettato il ‘700 con un linguaggio filmico moderno.”</p>
<p><strong>La recitazione  è fedele a i canoni dell’epoca, può spiegarci in cosa differisce dalle tecniche utilizzate oggi?</strong></p>
<p>“È come una partitura musicale: mettersi davanti a uno spartito di Mozart, rispettando le note di Mozart, diventa di un attualità sconvolgente. Noi siamo strumento, come un violino una tromba o un flauto o un arpa, basta rispettare quel linguaggio lì e siamo moderni.  Io sono uno che ha cominciato con Carmelo Bene, siamo usciti dall’accademia insieme, conosco  tutto del teatro d’avanguardia e lui diceva che quelli che erano venuti dopo erano tutti suoi aborti, per dire che erano tutti delle copie sbagliate di quello che aveva fatto lui. Anche quando facciamo l’avanguardia bisogna stare attenti: c’è avanguardia e avanguardia; sono dell’idea che bisogna rispettare il classico così com’è. Quando un attore, un regista è moderno dentro di sé, viene fuori il testo attuale, come in questa edizione.”</p>
<p><strong>Lo spettacolo è molto divertente ma vediamo che i personaggi maschili sono prevalentemente  molto maschilisti: questa caratteristica che li rende un po’antipatici come si equilibra con la leggerezza della commedia?</strong></p>
<p>“Ecco, questo è un aspetto molto interessante: c’è stato un “Riccardo III”, famoso, fatto da Laurence Olivier, al cinema e prima in teatro. Lui aveva fatto il personaggio molto cattivo e violento, poi un suo amico, il regista Richardson, gli disse che non serviva che lui lo facesse così e lui cambiò la messa in scena facendolo diventare simpatico. Questa domanda me la sono posta anche io, perché un personaggio che parla male degli altri è negativo; però questo aspetto non dava leggerezza e divertimento al testo. Dopo la prima recita ho cambiato il personaggio: deve essere uno che dice cose cattive ma che deve essere simpatico ed è rimasto un personaggio vincente. Era sbagliato farlo cattivo perché se fai Goldoni e non fai divertire…”</p>
<p><strong>Anche perché la sua è proprio la chiacchiera “da baretto”.</strong></p>
<p>“Esatto, e poi è un personaggio che vive della vita egli altri, è come ne “Il bugiardo”, sempre di Goldoni: si alimenta di questo, quindi diventa anche affascinante il personaggio, in questo senso qui. Se fai soltanto l’aspetto negativo ti freghi te come attore e anche tutta l’opera, perché la gente non ride più.”</p>
<p><strong>Vediamo che i personaggi provengono da regioni diverse, eppure non assumono dei comportamenti che li rendono riconoscibili come veneto, piemontese, napoletano o siciliano.  Questa commedia potrebbe essere ambientata ovunque.</strong></p>
<p>“Sì è vero, secondo me è un pretesto , il mio personaggio è napoletano, ma il linguaggio è un italiano molto preciso.”</p>
<p><strong>Sì ma non è che c’è uno studio sugli atteggiamenti  o tratti caratteriali “etnoriferiti” .</strong></p>
<p>“No assolutamente. Non per niente, tornando a Fassbinder, l’aveva affascinato talmente questa commedia che non aveva pensato più a Venezia né a niente, aveva pensato di renderla così com’era;  non c’è bisogno di identificare le regioni d’Italia.”</p>
<p><strong>Lei ha lavorato molto sia con Gassman che con Carmelo Bene, col quale ha fondato una delle prime compagnie di teatro autogestite.  È inevitabile che le chieda come fu lavorare con loro, visto che avevano un approccio così diverso nei confronti del teatro.</strong></p>
<p>“Io e Carmelo ci siamo laureati insieme all’Accademia di Arte Drammatica. Siamo usciti e abbiamo formato questa compagnia, col “Caligola”, che fu strepitoso ed ebbe la “benedizione” di Rossellini, che fu uno dei primi che ha creduto in Carmelo Bene anche senza averlo visto come attore, soltanto parlandogli. I diritti erano ancora di Camus, e non li dava a nessuno, allora Carmelo per averli si mise sotto l’albergo Danieli di Venezia e aspettò 3 giorni che Camus gli desse audizione. Finalmente, pioveva, lui bagnato di pioggia, Camus si impietosì e lo fece salire. Lui gli spiegò che voleva fare il “Caligola” con un gruppo di giovani e Camus  rimase talmente affascinato da Carmelo che gli diede i diritti. Con Carmelo abbiamo passato tanti anni insieme anche se io mi sono scritturato con Gassman. Poi il “Caligola” lo abbiamo ripreso, quindi sono sempre rimasto molto in contatto con lui e abbiamo avuto proprio delle avventure: lo abbiamo ripreso a Genova senza una lira, ci sono dei racconti che non finiscono più. Però è stata un’esperienza bellissima. Per questo io capisco questi ragazzi giovani che fanno l’avanguardia, perché sono scafato ormai, so benissimo cos’è il teatro vero d’avanguardia. È un teatro anche sofferto, è un teatro che deve far piangere perché come lo faceva Carmelo è un teatro straziante. Oggi vai a vedere il teatro d’avanguardia e rimani freddo e impassibile, ti chiedi che cos’hai visto e quindi non ha un’anima.  Io dico sempre, come diceva tra l’altro Flaiano, l’avanguardia oggi deve essere vendibile, deve arrivare, se non capisci niente vuol dire che non è avanguardia, non è niente. Poi  è stata un’esperienza che mi è servita come attore per dare anche delle mie interpretazioni  personali ai personaggi. Con Gassman è stato un grandissimo maestro perché mi ha insegnato tutto per quanto riguarda la tecnica, stare in scena, avere la padronanza del palcoscenico, siamo stati molto amici anche con lui. Ho avuto due esempi: Carmelo aveva l’età mia ma Gassman che era più vecchio di me, per me è stato il mio maestro.”</p>
<p><strong> Avevano due approcci completamente diversi. Ogni tanto vado a rivedermi il canto di Ulisse e Diomede: mentre Gassman dava corpo agli spiriti, Bene dava corpo al suono delle parole e creava le immagini; quando recita la parte delle Colonne d&#8217;Ercole, uno sente proprio i rumori dell’acqua, della barca.</strong></p>
<p>“Sisì, ma lui era un maestro in questo senso. Lui diceva: “Quando si fanno queste cose bisogna leggerle, io sono lo strumento e la mia voce deve essere uno strumento al servizio della parola e della poesia”. Ma anche Gassman era strepitoso, quindi anche io ho imparato.”</p>
<p><strong>Quello che chiedo a tutti quelli che li hanno conosciuti: è vero che tra loro due non si sopportavano?</strong></p>
<p>“No no, anzi, quello è un errore: Gassman e Carmelo Bene erano due che si intendevano.”</p>
<p><strong>Visto che prima le chiedevo dell’evoluzione delle tecniche recitative nel corso del tempo:  spesso chi era considerato un bravo attore negli anni passati, penso ad attori come Cary Grant o James Stewart, lo è considerato anche oggi. Un attore giovane ritenuto bravo oggi, sarebbe stato valutato allo stesso modo anche in epoche passate?</strong></p>
<p>“Oggi ne parlavo proprio con i giovani di questa compagnia che sono andati in Lituania a vedere dei saggi  di attori che lavorano nelle accademie dalla mattina alla sera, sanno recitare ballare. Mi hanno detto che sono rimasti stupiti dalla preparazione. Purtroppo questa preparazione negli attori oggi non c’è, sia nel cinema che nel teatro: quando ho fatto l’accademia d’arte drammatica negli anni ‘60, di lì poi abbiamo cominciato. Si è andata perduta anche questa scuola da cui sono nati i Gassman, Manfredi, Mastroianni. Questa scuola qui si è tutta persa ed è andata allo sfacelo, forse l’unica scuola un po’ è quella di Genova. Le scuole di recitazione non sono più all’altezza di quando le abbiamo fatte noi, purtroppo. Negli altri paesi esiste questo livello di scuola che porta gli attori a fare delle cose strepitose, in Italia purtroppo no, se uno fa delle cose è perché gli vengono così, perché ha un talento naturale.”</p>
<p><strong>Lei ha fatto molto cinema, fiction  eccetera.  Molto spesso il pubblico che conosce un attore al cinema o soprattutto nelle fiction, andandolo a vedere a teatro ne percepisce la bravura in modo molto maggiore che non negli altri due ambiti. Questo  succede perché è un problema di confezione del prodotto oppure perché sono mezzi espressivi diversi che convogliano verso il pubblico segnali differenti o anche perché c’è una sorta di distinzione tra chi va al cinema, chi guarda la tv e chi viene a teatro?</strong></p>
<p>Ci sono dei fenomeni: la gente va perché uno è diventato un divo televisivo o del cinema ma ai miei tempi non succedeva.  Io ho fatto i Karamazov, che fu strepitoso con Carlo Simoni, Corrado Pani, ero allo Stabile di Milano a fare la “Betia” di Ruzante e poi ho fatto con Chereau il “Toller” ed ero uscito dalle cose televisive. Avevo un successo che non potevo camminare per strada, ma la gente non veniva a teatro per vedere Salines che veniva dalla televisione ma per vedere QUEL TESTO lì. Quindi è cambiato in un modo impressionante il pubblico. In Inghilterra la Kidman ha fatto un lavoro che ha avuto un successo enorme, poi certo la Kidman è una diva eccezionale, ma la gente va per vedere il testo, oggi non si capisce più…”</p>
<p><strong>Ma secondo lei questo è colpa della televisione? Perché c’è sempre questa polemica che il teatro non dovrebbe stare in televisione eccetera, però quando c’era la prosa in tv la gente era più alfabetizzata a livello teatrale, resta il fatto comunque che il pubblico della prosa è generalmente più preparato di quello televisivo.</strong></p>
<p>“Senz’altro, però il pubblico della prosa oltre che prendere gli abbonati prende anche la gente che va perché c’è il richiamo del nome ma non essendoci una vera identità teatrale come negli altri paesi, purtroppo dobbiamo farci trascinare. Noi stavamo, tutti i giorni, 20 giorni a studiare la parte e poi facevamo la ripresa in 4 giorni, anche le dirette.”</p>
<p><strong>Ma oggi il pubblico oggi è più informato, ha la possibilità di fruire di queste cose e invece quando il pubblico aveva meno informazione, non solo le guardava, ma le apprezzava. Perché c’è questo paradosso?</strong></p>
<p>“Eh perché c’è tanta offerta di tutto, e c’è tanta confusione tra grandi fratelli e varietà. Avendo una nazione dove non c’è una cultura del teatro, da Goldoni, a parte Pirandello e Eduardo, si è sentito un vuoto totale. Se oggi si decidesse di dire che il teatro chiude, la gente non farebbe le rivolte, in Inghilterra sì.”</p>
<p><strong>Lei è figlio del compositore Enrico Salines. Che rapporto c’è tra lo studio di una pièce, di un personaggio e la musica come pensiero astratto?</strong></p>
<p>“Io ho utilizzato le musiche di mio padre nel film su “Zio Vania”, che è un film uscito nelle sale e che è un’opera teatrale filmata, un po’ come facevamo ai nostri tempi, che ha avuto molto successo in vari festival come Spoleto. È un’opera teatrale che non può avere la visibilità di un film normale, ma sono molto contento di averla realizzata. Credo che la musica per il cinema sia fondamentale e ora ho in mente di fare una cosa sempre musicale che si chiama “Armonia immortale” su due musicisti che diventano vampiri.  io penso chela musica sia tutt’uno con il personaggio,  quando recito penso sempre a un partitura musicale, non c’è molta differenza tra noi e questo. Io amo molto la musica anche perché sono stato abituato fin da piccolo alla sinfonica e all’operistica, mio padre ha composto anche delle opere liriche. Questo film che voglio fare si basa tutto sulla musica: sono due giovani musicisti che prendono ispirazione da una vampira perché è immortale quindi questa musica deve rimanere immortale. È un’ allegoria ispirata al racconto “il vampiro” di Polidori.&#8221;</p>
<p><strong>tournée</strong> ( info <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.teatrocarcano.com/" target="_blank">www.teatrocarcano.com</a></span>)</p>
<p><strong>21 gennaio 2012 ore 21.00 e 22 gennaio 2012 ore 16.00</strong><em> &#8211; NOVARA</em> &#8211; <a href="http://www.fondazioneteatrococcia.it/">TEATRO COCCIA</a><strong><br />
25 gennaio 2012 ore 20.45</strong><em> &#8211; PALMANOVA</em> &#8211; <a href="http://www.ertfvg.it/">TEATRO GUSTAVO MODENA</a><strong><br />
dal 27 gennaio 2012 al 5 febbraio 2012 ore 20.30</strong><em> &#8211; TRIESTE</em> &#8211; <a href="http://www.contrada.it/">TEATRO ORAZIO BOBBIO</a><strong><br />
21 febbraio 2012 ore 21.00</strong><em> &#8211; VARESE </em>- <a href="http://www.teatrodivarese.it/">TEATRO DI VARESE</a><strong><br />
22 e 23 febbraio 2012 ore 21.00</strong><em> &#8211; BRUGHERIO </em>- <a href="http://www.sangiuseppeonline.it/">CINEMA TEATRO SAN GIUSEPPE</a><strong><br />
25 febbraio 2012 ore 21.00</strong><em> &#8211; LAMEZIA TERME</em> &#8211; <a href="http://www.teatroalamezia.it/">TEATRO POLITEAMA</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>DEEP PURPLE: INTERVISTA A IAN PAICE (VIDEO)</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 15:54:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena De Dominicis</dc:creator>
				<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[rock, pop, hip hop, etnica, elettronica, house, lounge, jazz]]></category>
		<category><![CDATA[deep purple]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Il 28 novembre lo storico batterista dei Deep Purple si è esibito in un concerto insieme alla cover band ufficiale Forever Deep e al chitarrista Tolo Marton, al teatro Astra di Schio. Il concerto è stato organizzato da Schiolife. in occasione dello spettacolo ho incontrato gli artisti per delle interviste a video realizzate da &#8230;]]></description>
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<p>Il 28 novembre lo storico batterista dei Deep Purple si è esibito in un concerto insieme alla cover band ufficiale Forever Deep e al chitarrista Tolo Marton, al teatro Astra di Schio. Il concerto è stato organizzato da <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.schiolife.com/" target="_blank">Schiolife</a></span>. in occasione dello spettacolo ho incontrato gli artisti per delle interviste a video realizzate da<span style="text-decoration: underline;"> <a href="http://www.artisceniche.com/2011/foto-e-musica-intervista-a-luigi-de-frenza-e-patrizia-laquidara/" target="_blank">Luigi De Frenza</a></span>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>questa è quella con Ian Paice ( le altre saranno disponibili prossimamente)</p>
<p>&nbsp;</p>
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