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DIGNITà AUTONOME DI PROSTITUZIONE: intervista al regista LUCIANO MELCHIONNA

 

Erano anni che speravo di vedere “Dignità Autonome di Prostituzione”. Naturalmente impossibilitata dai miei impegni teatrali vincolati al territorio di mia 12342437_1038493162839759_2325476106540328987_ncompetenza, visto che Dignità in Veneto pare che non interessi, per motivi a me oscuri, ho sempre sperato in riprese napoletane almeno durante le feste natalizie, visto che tutte le edizioni passate e messe in scena nella mia adorata Napoli capitavano in periodi a me non confacenti. È mia abitudine partire per Napoli con in piedi almeno 3 trattative per interviste considerato che, fermandomi pochi giorni, tra voli spostati o cancellati, traffico natalizio, pasquale o pasquettale , impegni famigliari, gatti appresso ecc, statisticamente ne porto a casa una, o due se va bene. Questa volta sono partita senza niente, se non la “voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade” (cit.) partenopee e fare il pieno di vitalità, positività e passionalità che SOLO questa città sa regalare, dato che avevo completamente spento il cervello per problemi personali. L’unico pensiero diventa arrivare in aeroporto e prendere l’ aereo per Napoli, perché mò bbasta. Ma contavo le ore proprio. Quindi mentre preparo valigie per umani e gatti, mi sono dimenticata di tutto, tranne che di salire su quell’aereo, che avrei raggiunto dopo un’ora di calvario con camionisti nevrastenici che clacsonavano e facevano il pelo in una nebbia che la tagliavi col black & deker tipo teste finte di Modigliani buttate nei fossi. Finchè non mi RENDO CONTO che al Bellini di magma_coverNapoli, un teatro che da parecchi anni sta facendo delle scelte editoriali e di comunicazione esemplari, da teatro inglese, è in scena Dignità Autonome di Prostituzione. In più c’è anche Her, nome d’arte di Erma Pia Castriota, artista straordinaria che seguo dai tempi in cui suonava con i Nidi d’Arac e che avevo conosciuto di persona alla Mostra del Cinema di Venezia, alla presentazione del magnifico film al quale aveva preso parte: “Mater Natura” di Massimo Andrei, con Enzo Moscato,mater natura Maria Pia Calzone, Vladimir Luxuria, Luca Ward, Gino Curcione e altri. Insomma Dignità non potevo perderlo, per nessun motivo: ormai ho maturato un’esperienza che mi permette di intuire da poche sfumature se uno spettacolo merita o meno e da quello che avevo visto e sentito negli anni, ero convinta che fosse uno spettacolo IMPERDIBILE e che sicuramente sarebbe valsa la pena parlarne con i protagonisti. Infatti. È come se fosse un doppio spettacolo, uno spettacolo nello spettacolo, uno spettacolo matrioska. C’è la parte frontale che procede per tutta la sera, con i musicisti che suonano, e attori “liberi” che, come delle entraîneuses,  intrattengono il pubblico sparso per la sala chiacchierando o ballando. Poi ci sono “le stanzette”, in questo caso luoghi del teatro vari, anche normalmente preclusi al pubblico, in cui si esibisce ogni attore, al quale viene dato come soprannome da prostituta un nome che attiri l’attenzione o lo stesso titolo del monologo che deve recitare davanti a poche persone. Lì si scatena veramente una magia. Certi nomi sono un vero e proprio McGuffin hitchockiano, un pretesto per parlare di qualcosa che apparentemente non c’entra nulla, suscitando nello spettatore un crescente effetto sorpresa. Non è nemmeno uno spettacolo, è davvero un format teatrale che mi piacerebbe vedere in luoghi completamente diversi da un teatro. Io l’ho visto per due sere di fila ( dà dipendenza, dovrebbero organizzare degli abbonamenti per più repliche) e ho assistito, in tutto, a 6 monologhi: “La dama del fiume”, interpretato da Her, scritto da Giovanna Pigneri e diretto da Luciano Melchionna, “Un’altra” interpretato da Carmen Pommella, “Lo Scugnizzo” da Luciano Giugliano, “Militar gay” da Sandro Stefanini, “La ritrattista” da Irene Grasso, “Il neomelodico” da Renato De Simone. Questi monologhi sono scritti e diretti dal geniale regista e drammaturgo Luciano Melchionna, che sono finalmente riuscita a intervistare.

Questo spettacolo si disloca in più ambienti, come avviene da qualche anno anche negli allestimenti delle opere liriche. Qual è la problematica Luciano_Melchionna by Luca Brunettidi un’orchestrazione in una mise en scène diffusa e differenziata con così tanti attori?

Luciano Melchionna: “Parlo piano perché siamo circondati da stanzette dove le mie prostitute la danno… la pillola di piacere teatrale! La vera problematica è l’anzianità di Papi, che sta invecchiando a vista d’occhio!”

Che sei tu.

“E certo! Perché ti rendi conto, orchestrare tutto questo, dando sempre più “cibi” al mio pubblico, sempre più prostitute, perché ogni volta aggiungo, chiamo, li cambio, faccio tutto un inizio nuovo. La problematica, che è la sfida che io amo di più, è quella di arrivare in uno spazio, innamorarmene o meno, quindi dare l’ok per farlo 1914374_1049733041715771_702033787190598488_ndiventare un bordello e cominciare ad utilizzare ogni anfratto, dal bagnetto, al sottoscala, agli uffici, ovunque io infilo queste prostitute e creo queste stanzette dove loro possono dare, parliamo seriamente, la loro arte. Provo tutti questi monologhi, siamo a 40 in questa edizione però sono più di 250 artisti che hanno ruotato e che stanno continuando a ruotare. È una sfida meravigliosa, sfinente ma meravigliosa perché mi piace tantissimo l’idea di utilizzare gli spazi così come sono: la storia che ha quello spazietto, più la storia che voglio raccontare io, più il vissuto dell’attore creano, potete immaginare, un insieme di emozioni fortissime.”

Quando parli di Dignità Autonome di Prostituzione dici sempre che questo spettacolo serve anche a creare un luogo protetto per gli artisti, che non sono abbastanza valorizzati e rispettati dal sistema.

“È esattamente questo il punto: con Elisabetta Cianchini, con la quale abbiamo avuto l’idea poi lo spettacolo è il mio da 8 anni che me lo scrivo, me lo dirigo e me li scelgo ecc, l’idea l’abbiamo avuta insieme proprio per una provocazione bonaria, se vuoi, perché credo nei piccoli gesti che facciano pensare e riflettere; la provocazione è stata proprio questa: ci siamo guardati intorno e abbiamo visto tanti artisti per strada e abbiamo voluto dire che meritano una casa chiusa, protetta, meritano sostegno.”

Ma un confronto così diretto e intimo con il pubblico, senza nessun tipo di protezione per l’attore, non lo espone a un faccia a faccia quasi violento con l’assenza totale di quarta parete? Io ieri ho visto 4 monologhi: la “Un’altra”, HER che faceva “La dama del fiume”, “Lo scugnizzo” e “Il 1914838_10208240255947196_623751054645293816_nmilitar gay”. A parte “La dama del fiume” che racconta una cosa di tanti anni fa e il “Militar gay” che è un po’ più generazionale, “lo Scugnizzo” racconta una storia che anche uno che non conosce i “3 giorni” può capire: ci si dimentica che noi pubblico ci stiamo confrontando con un testo, gli crediamo, piangono davvero! Non solo: viene voglia di fargli delle domande perché sembra proprio che stiano raccontando una storia propria.

“Quello che hai detto è esattamente il punto: la cosa meravigliosa che si scatena dentro le stanze. Quando tu mi dici: non sono esposti? Certo che sono molto più esposti però in questo modo anche il pubblico è più esposto, in qualche modo attivato. Io amo gli spettatori attivi, quando tu mi dici: vien voglia di fargli delle domande o di consolarlo o di asciugargli le lacrime…”

Sì! Eccome!

“È uno scambio meraviglioso che all’attore in realtà lo ricarica.”

Ma non è un po’ sadico nei confronti del pubblico?

“Ma io non credo, sai, perché il pubblico esce da quelle stanzette in lacrime, viene fuori, gioca con noi però è l’unico spettacolo, ne sono certo di questo, in cui vengono da me, da “Papi” Melchionna, e chiedono dov’è che possono piangere ancora. Vuol dire che hanno capito che il divertimento non è necessariamente la risata: il divertimento sono le emozioni, capiscono la potenza catartica. È anche questo il tentativo che ho messo in atto: vorrei che smettessimo di girare intorno ai problemi, che li guardassimo in faccia per uscire purificati, se vuoi, per poter pensare finalmente di rimboccarci le maniche, perché quello che mi preoccupa moltissimo è che ci raccontano e ci raccontiamo tante balle quindi non siamo pronti a rimboccarci le maniche.”

Ci sono varie reazioni del pubblico: chi va dietro al testo, chi appunto è travolto completamente da questi attori fantastici e chi invece magari è un po’ meno avvezzo a un teatro interattivo. Una ragazza ieri diceva : “perché 734928_1049743015048107_1821856324895329473_nl’attrice mi guardava così?”, quindi anche l’attore deve gestirsi questa cosa. È un po’ un problema forse?

“No, anzi, ti dirò di più: la persona che ha chiesto perché l’attrice la guardasse così è sicuramente la persona che alla fine, per assurdo, è stata la più toccata e più felice di questo. Per esperienza lo dico, non per presunzione: ci sono anche persone che sono esplose a piangere e persone che hanno avuto un black-out, mi sono preoccupato moltissimo in quel momento, il giorno dopo mi hanno scritto una mail ringraziandomi per tutta la vita perché era da una vita che non sbloccavano questi nodi. Questa è la funzione del teatro, io ci credo tantissimo in tutto questo. Il sadismo, poi, alla fine, fa parte un po’ del gioco, se vuoi: anche salire su una navicella spaziale ruotata a 50 metri di altezza, in fondo, non è una cosa sadica e masochista? Io per esempio sono terrorizzato, andrebbero chiusi i luna park!”

Non ci salire!

“L’ho fatto per capire se ero un fifone o ero convinto: sono convinto! La gente ha bisogno di essere strattonata e ha bisogno di guardare negli occhi. La mia poetica è proprio questa: gli occhi. Ho scritto delle sigle di Dignità che si chiama “Occhi dentro gli occhi” ed è proprio dentro gli occhi che leggo le storie che poi racconto.”

Trattando dei temi importantissimi o di cronaca nera, scritti in un modo che veramente sospendi il giudizio. Per esempio “La dama del fiume”: sento due versioni diverse dello stesso evento così ho più elementi per giudicare e più ne senti meno riesci a giudicare. Esporre questi temi in maniera così diretta, così profonda e penetrante, a un pubblico così ristretto: di solito si dice che è meglio parlare a tanti, così sensibilizziamo. Perché vuoi sensibilizzare pochi invece che parlare a tanti?

“Mah, guarda, in realtà io credo tantissimo in quella mancanza di quarta parete, credo moltissimo nella vicinanza perché, come hai detto tu poco fa, gli attori sono incredibili, gli credi e sono delle storie vere. Sul palcoscenico la recitazione ha altri stilemi, altri canoni, è una recitazione teatrale e basta, quindi per assurdo se il mio attore, su un palcoscenico così a distanza, piangesse davvero, il pubblico lo sentirebbe finto, è una roba incredibile, mentre da vicino la recitazione che io vado ad attivare e sulla quale lavoro in questo spettacolo è un po’ una summa di tutte le mie esperienze. Io ho fatto sia teatro che cinema, mi piace da morire l’idea di usare determinati codici che sono teatrali perché il “cliente” dentro la stanza diventa spettatore. Non amo giocare sull’imbarazzo dello spettatore: lo spettatore deve fare lo spettatore e l’attore ritorna attore, però aggiungo un lavoro, sulla recitazione, cinematografico. Questo strano connubio, questo equilibrio difficilissimo, quando avviene, scatena delle emozioni e delle riflessioni molto molto forti.”

Nelle pilloline di teatro che ho visto io, l’omosessualità viene raccontata come un macigno-meccanismo, 12468210_10207971240229215_1370241114_nmostruoso, angosciante, che sovrasta le persone e le mastica, anche se queste persone vivono liberamente la loro omosessualità, penso a “Lo scugnizzo”: sono comunque vittime di convenzioni e dettami sociali che li spingono ad autocolpevolizzarsi, ad autocensurarsi, nonostante vivano una condizione di libertà.

“Mi piace la domanda che mi fai, mi sono interrogato a riguardo: io sono molto stanco, essendo omosessuale, di pensare all’omosessualità, alla diversità, anche solo di parlarne; sono stato di recente in giuria all’ Omovies, festival LGBT qui di Napoli, anche lì mi ha fatto molto strano dover parlare ancora di diversità eppure, credimi, è fondamentale: questo macigno non è, in realtà, un macigno che ha l’individuo.”

No, glielo creano gli altri

“Ed è ancora tanto così! Io ho fatto un film nel 2005, che si chiama “Gas”, che parla di omosessualità ma ne parla in un modo molto particolare, molto diverso: diciamo che l’omosessuale diventa cattivo come gli altri e fa qualcosa di terribile. Mi hanno detto che non può gasessere così, che ormai è cambiato: non è vero! Questa è un’altra balla che ci raccontiamo, signori! Esiste ancora molto forte l’omofobia, lo sappiamo tutti, siamo ancora in pericolo. Certo, abbiamo raggiunto un livello di libertà ( sia le donne, che gli omosessuali, che i “diversi”) meraviglioso ma è ancora troppo, troppo pericoloso e ancora tanta gente si diverte goliardicamente dentro quelle stanzette magari a ridere e scherzare. Io ci vado giù pesante perché entrano ridacchiando ed escono pensando che forse è proprio cretino stare lì e ridacchiare, che forse bisogna prendere un po’ in mano la situazione e le proprie coscienze.”

Infatti non si parla solo di omosessualità ma anche di donne sacrificate ai propri figli, aspettative, donne che forse li hanno anche uccisi i propri figli: le persone tornano a vedere questo spettacolo perché vogliono sentire altre storie; è una sensazione che abbiamo avuto anche noi.

“Tornano anche 15 volte di seguito.”

Ma si riesce ad avere una diffusione di questi temi? Forse col passaparola?

“Sì, bravissima. La cosa meravigliosa di questo spettacolo, ti ripeto non per presunzione ma perché lo vedo e lo vivo e ormai siamo entrati nel 9° anno, non è solo l’interazione tra gli attori e i “clienti”, ma l’interazione TRA i clienti: gli spettatori cominciano a parlare tra di loro, si raccontano, cominciano a dirsi: “vai a vedere quello”, “ho visto quello”, “mi è successo questo”, “ho sentito questo, tu cosa hai sentito?”. Cosa c’è di più bello? Dal primo giorno di repliche mi sono emozionato di fronte a tanta vitalità e tanto fermento. Basta raccontarci che il teatro sia punitivo! Là sopra noi incastrati nelle poltroncine, muti, in silenzio! Bisogna cominciare a ridare quell’energia, quel fermento, quella spettacolarità, quella magia, quella possibilità di raccontare delle storie e di far riflettere la gente, perché quando io vado a teatro, poi, spesso, torno a casa triste e svuotato. Io invece voglio che i miei spettatori si riempiano, perché restano tutti e alla fine c’è la festa della vita.”

Ecco, volevo chiederti: come mai un finale divertente, in 1919568_1049733461715729_171589745962570891_nleggerezza dopo questi temi tanto importanti e di cronaca nera? Sembra quasi un altro spettacolo!

“ Sei attenta! È un piacere averti come cliente-spettatrice! Quella è una scelta precisa, prima perché io inizio sempre da uno sguardo a quel che accade intorno a noi. L’inizio dello spettacolo ha sempre un significato preciso, per me anche forte. Avrai capito che questo inizio, per esempio, con questa meraviglia “A nnomme ‘e Dio” , una canzone meravigliosa e poco conosciuta di Enzo Avitabile di cui mi sono 1915928_1049743755048033_2667193218891671752_ninnamorato ascoltandola per caso su Youtube, piangendo; quando provo brivido o piango o rido o provo emozioni devo assolutamente tradurlo in spettacolo. Quindi all’inizio lancio dei segnali, il mio sguardo sulla realtà, dopodiché si entra nelle stanze si prendono, metaforicamente ovviamente, schiaffi, pugni e sberle. Si esce fuori e c’è sempre qualcuno che ti intrattiene, c’è sempre musica è sempre “coccolante”, se vuoi. Dopo tanto, come un po’nella vita, c’è sempre l’attimino in cui c’è felicità, in cui ci si fa una carezza, ci vuole. Soprattutto ci vuole anche l’altro mio sguardo, che esce fuori dalla mia lucidità nel guardare la realtà. Mi costa fatica, eh: parlare di verità e farlo in modo così vero è faticosissimo, ha i suoi contro, come dire, però ti regala la possibilità di apprezzare la vita. Questo io dico in questo finale: viva la vita!”

Questa drammaturgia è diversa da altri tipi di interattività: io ho fatto l’ “Edipo re” del Teatro del Lemming , per un solo spettatore bendato; si è protetti, chiaramente. Qui è già più gestibile per lo spettatore, poi adesso va di moda il teatro in casa: ci sono delle forme che avvicinano lo spettatore all’attore. Pensi di spingerti oltre oppure pensi di mantenere così?

“Tu hai visto 4 performance e lo vedi al 9° anno, io sono passato attraverso di tutto, anche la stanza sensoriale, dove venivano bendati uno o due spettatori e venivano agiti, cioè mossi nello spazio senza sapere assolutamente nulla, mossi dai sensi; così come ho fatto delle cose molto più forti e violente, se vuoi, sempre non a rischio. Io non faccio questo spettacolo per osare, lo faccio perché me lo detta il cuore e da un regista e autore tacciato di “regista sperimentale” queste parole suonano di una retorica e di una banalità tremende: ben venga la banalità quando è verità. Invento queste stanze che possono essere terribilmente inquietanti o rassicuranti solo ed esclusivamente perché dettate da un’esigenza e un sentire fortissimo.”

Lo spettacolo lo hai portato anche all’estero e in Nord Italia. Quali sono i filtri culturali che ti hanno permesso di capire che il pubblico magari aveva dei blocchi su certe cose, un altro pubblico magari sullo stesso testo delle reazioni diverse che magari ti hanno portato a fare dei cambiamenti o adattarlo per un tipo di pubblico piuttosto che un altro?

“Incredibile ma vero, questo codice, questa cifra, questo spettacolo ha funzionato nello stesso identico modo,ovviamente con qualche resistenza iniziale in più o in meno, sia qui, che più giù in Puglia, che nell’alta Italia a Torino o Milano, che a Tarragona. Il pubblico ha la stessa reazione: uno smarrimento iniziale che dura qualche minuto dopodiché si lanciano felici di piangere, di correre, ridere, conoscersi, riconoscersi, chiacchierare, giocare, essere accolti e trovare sempre qualcuno che in qualche modo ti chieda come stai, perché non ci guardiamo più negli occhi e non ci chiediamo come stiamo. C’è un pezzo che faceva Antonella Elia, lo ha fatto anche Paola Barale, due nomi che non ho ghettizzato, Dignità non ha bisogno di nomi, se vengono e hanno un’anima così speciale e mi chiedono di partecipare, fanno il provino, hanno la stessa paga di tutti gli altri, fanno lo stesso excursus, la gavetta da “maîtresse” a “prostitute” e aggiungono il loro valore. In questo testo io racconto di quanto una carezza, un gesto, una parola detta a uno sconosciuto anche in ospedale dove c’è un uomo che piange perché la mamma è andata dentro e non sa se la rivedrà, può essere scambiato per qualcos’altro, per un’invasione del proprio territorio. Io avevo un nonno meraviglioso che tutte le mattine si preparava perfettamente, scendeva e andava a salutare tutti dentro ai negozi. Io questa cosa ce l’ho e la faccio in ogni quartiere dove vado a vivere. Sono stato abbastanza in giro, ovunque mi piace ricrearmi quell’atmosfera e scappo dai luoghi dove sono tutti troppo incattiviti.”

Ci sono alcuni richiami all’Espressionismo.10171819_1049735435048865_5567961199106689697_n

“L’espressionismo è una cifra che mi si riconosce sempre e mi ci riconosco pure io.”

C’è “Cabaret” di Bob Fosse e poi la marcia degli artisti che reclamano dignità.

Momo

“Quella è scritta da me e HER. anche la canzone “Non ricordo”, ci tengo, quella di Momo, l’abbiamo scritta io e Momo, dedicata ai malati di Alzheimer.”

I costumi sono completamente lisi e “mangiati”.

“Meravigliosa costumista mia, Milla.”

Trucco sfatto: li fai quasi sembrare dei fantasmi gotici.580391_1049733258382416_1313760364556977389_n

“Io amo le tue osservazioni, le amo! Esattamente quello!”

Poi dal punto di vista musicale c’è musica delle radici con reinterpretazioni contemporanee.

“Non troppo contemporanee: non vengo mai troppo nel presente altrimenti diventa un jukebox e sinceramente non me ne può fregà de meno.”

Ci sono classici italiani e non solo: c’è un’atmosfera unica. Secondo te, un teatro con un’idea come questa, può far germinare un nuovo genere?

“Mah, ti dirò, sono diversi anni che si dice che Dignità Autonome di Prostituzione ha cambiato e sta cambiando il teatro. Ti dico delle cose che non ho mai detto: tempo fa, stavo con degli amici, mi ha fermato un cartomante per strada, io gli dicevo che non ci credevo e che era inutile, lui ha voluto a tutti i costi, è stata una cosa veramente surreale, mi ha guardato le carte, ha indovinato che facevo spettacolo e la cosa straordinaria è che mi ha detto, qualche anno fa: “Tu cambierai le sorti del teatro e dello spettacolo.” Quando ho sentito dire questo di Dignità mi sono ricordato di quell’uomo e mi son detto che allora il paranormale esiste! Io ne vado ovviamente molto fiero però fondamentalmente, ripeto, non era questa la mia intenzione e non è mia intenzione fare effetti speciali. La mia intenzione è raccontare la vita attraverso questo privilegio meraviglioso che ho del teatro e del cinema, a modo mio.”tecla silvestrini

Che poi sono tantissimi: i ragazzi, le realtà, più sono e più fanno sistema, poi di tutte le età, hai avuto anche attori anziani.

“Sì, ho avuto anche attori di 70 anni: ho perso Tecla Silvestrini, una delle più grandi attrici italiane, non valorizzate dall’Italia ma, credetemi, una delle più grandi ed è un duro colpo la sua scomparsa.”

alcune delle canzoni, tutte eseguite dal vivo,  che si possono sentire nello spettacolo, tra cui anche “Non ricordo” citata nell’intervista e dedicata ai malati di Alzheimer

 “A nnomme ‘e Dio”, la canzone di Enzo Avitabile che apre lo spettacolo

 Momo esegue “la spazzatura”  al Premio Tenco con Her

“Mein Herr” da Cabaret di Bob Fosse ( musiche di John Kander)

“Cos’è” da “Nightmare before Christmas” di Tim Burton, nella versione italiana cantata da Renato Zero, musiche di Danny Elfman ( storico score composer  di Tim Burton che, tra tante cose, è anche autore della sigla dei Simpson e di Desperate housewives)

 il tema di Amarcord di Fellini scritto da Nino Rota



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