Michele Sciancalepore è uno dei più rinomati giornalisti di teatro. Conduce dal 2007 una bellissima trasmissione, “Retroscena- i segreti del teatro”, sulla rete Tv2000. Il suo programma, in pochi anni, è diventato punto di riferimento non solo per tutti gli addetti ai lavori ma anche per tutte quelle persone che hanno piacere a guardare un programma di cultura e di approfondimento interessante, ben confezionato e molto garbato. La peculiarità del programma è l’intervista e l’indagine dei processi creativi, il dialogo con gli artisti e la condivisione del loro punto di vista riguardo al loro lavoro e al rapporto tra arte e società, grazie a numerosi spunti di riflessione. Le sue sono interviste di notevole qualità perché con grazia e cultura mai ostentata, mettendo gli artisti a proprio agio, riesce ad aprire un canale di comunicazione autentica non solo con i protagonisti che ospita, ma anche tra intervistato e pubblico che usufruisce del programma. Il conduttore, inoltre, ha in uscita due documentari: uno, scritto con Debora Pietrobono, e del quale è autore e regista è “Ricercare- viaggio nella scena contemporanea italiana”, l’altro si chiama “La via dei Masnadieri- Libertà o morte!” di cui invece è autore e regista.
Ho intervistato Michele Sciancalepore per indagare ulteriormente il rapporto tra evento teatrale e linguaggio televisivo e il modo con cui il pubblico percepisce i segni teatrali in televisione. Riguardo a “Retroscena”, tiene a sottolineare che: “ “Retroscena” è nato ed è stato voluto dalla fiducia e dalla scommessa del direttore di Tv2000, Dino Boffo, e di una tv come questa della Conferenza Episcopale Italiana, che punta molto e investe sulla cultura e che crede proprio su questo ambito con tutte le difficoltà che ci possono essere e che tu hai evidenziato nelle domande che mi hai fatto. È un’esperienza bellissima: avvicinando i più grandi artisti, ma anche i più giovani, anche lontani dal mondo cattolico o della Chiesa e anche con dei pregiudizi nei confronti di questo mondo, in realtà sono sempre usciti stupefatti e ammirati dallo spazio, dalla profondità, dalla professionalità e dalla libertà di confronto e di dialogo che hanno trovato qui e che non hanno trovato altrove.”
La tua è una delle trasmissioni di approfondimento sul teatro tra le più curate, forse la più curata, avete cominciato nel 2007: cosa ti ha portato ad avventurarti proprio in questo ambito ?
“L’ “Edipo re” di Sofocle: quando avevo 18 anni e facevo la maturità classica ho portato la tragedia sofoclea e mi sono innamorato del teatro. Non a caso Aristotele la definiva la tragedia perfetta e da lì è iniziato tutto il mio rapporto col teatro. Poi ho sviluppato una serie di interessi che andavano dalla passione per il teatro, alla letteratura e alla passione per il montaggio e per lo strumento televisivo. Quindi ho potuto convogliare queste esperienze, tra cui una parentesi attoriale, all’interno di un unico lavoro: portare il teatro in televisione. Il presupposto nel quale ho sempre creduto è che il teatro va visto a teatro, non può essere fruito in televisione, è qualcosa di fuorviante che crea degli equivoci che poi si pagano. In televisione devi sfruttare il mezzo televisivo e tutte le peculiarità di questo strumento. La particolarità di “Retroscena” è che si è portato il teatro in tv usando gli strumenti televisivi e questo lo si vede nei filmati ma anche da tutta la drammaturgia del programma e lo sviluppo, dove noi evochiamo e creiamo emozioni, approfondiamo, andiamo dietro le quinte, entriamo nell’animo degli artisti. Usiamo il montaggio delle emozioni attraverso i filmati, non cerchiamo minimamente di riprodurre qualcosa che si può vivere solo e soltanto unicamente a teatro, perché è un evento unico in cui c’è bisogno anche di un rapporto fisico tra platea e scena. Noi in questo equivoco non ci siamo mai caduti e questo è sicuramente il segno distintivo del programma.”
In Italia sappiamo benissimo che non c’è una cultura del teatro così radicata come in Inghilterra o in Francia, eppure, nonostante la crisi, la gente ci va molto volentieri. Perché le istituzioni non riescono a puntare sul teatro, la danza e la cultura in genere, per creare indotto come avviene invece negli altri paesi?
“La cultura del teatro passa attraverso l’istruzione base e nell’istruzione base non c’è spazio per la cultura teatrale; non consideriamo i saggi che fanno fare le maestre o i gruppi di attori che fanno i corsi di teatro, va bene e ben vengano queste iniziative. Il problema è che nelle scuole non c’è, ormai da anni, un’attenzione nei confronti di quella che è la letteratura teatrale, la cultura teatrale, la storia del teatro e la storia dello spettacolo, che è un’altra cosa rispetto alla storia del teatro e alla letteratura drammaturgica. È vero quello che dici tu, però è un fenomeno relativo all’impoverimento dell’istruzione in questi ultimi anni, o alla disattenzione nei confronti di questo settore. Poi c’è miopia, qui si allarga tutto il discorso su quella che è la ricerca teatrale, il rapporto tra le istituzioni, il teatro e la ricerca, che è un discorso più ampio del teatro stesso. Sostanzialmente c’è miopia e disinteresse voluto e mirato o è semplicemente ignoranza. Io ho fatto un documentario per Rai Cinema e tv2000 che si chiama “Ricercare- viaggio nella scena contemporanea italiana” dove proprio l’obiettivo è stato quello di capire qual è la ricerca nel teatro in Italia e che rapporto c’è con le istituzioni. La maggior parte delle personalità più rinomate nel campo della ricerca teatrale italiana parlavano, in realtà, di una vera e propria ignoranza che fa dei danni terribili, non di un piano mirato che volesse distruggere la cultura e il teatro in particolare. Io sono d’accordo solo in parte, nel senso che per me invece c’è anche volutamente un disinteresse costruito quasi a tavolino. Sicuramente il teatro non è semplice e può fare paura, perché è l’unica delle arti rimaste in cui si crea un evento dal vivo mirato a scuotere le coscienze e a costringere al pensiero. Parlo naturalmente di un teatro che ovviamente non sia d’evasione e di divertimento tout court. A quel punto è chiaro che tutto ciò che fa pensare non è ben visto da chi vorrebbe un pensiero unico, del cittadino utente consumatore. Se devi consumare e far gioco a un certo tipo di economia, è meglio che tu non pensi: più stupido sei e più consumi e sei manipolabile. È vero che uno può dire: quanto il teatro può influenzare le coscienze, visti i numeri della gente che va a teatro piuttosto che di quella che guarda la televisione? È vero anche questo però è vero pure, come diceva Bergonzoni, che è chiaro che attraverso un minuto di televisione puoi raggiungere un milione di persone e in una tournèe poche migliaia nella migliore delle ipotesi, ma quello che succede nelle coscienze, nell’esperienza dal vivo teatrale, è qualcosa che può essere decisivo e definitivo rispetto a una fruizione passiva televisiva.”
Negli anni ’50, ‘60 e ’70, in televisione c’era moltissimo teatro: gli sceneggiati erano tratti da grandi romanzi o anche da opere in versi, penso all’ “Adelchi” con Gabriele Lavia, per esempio. Anche nei varietà tipo “Mille luci”, “Studio uno”, ma anche le prime edizioni di “Fantastico”, il pubblico poteva ammirare il talento di attori teatrali e danzatori classici di altissima scuola. Oggi, invece, quando capita che un artista in tv utilizzi espedienti linguistici di tipo teatrale, come giochi di parole particolarmente articolati o il paradosso scenico, spesso non viene capito a pieno. Perché il pubblico di massa, pur essendo più informato, è diventato più insensibile a certi stimoli al punto, a volte, di non riconoscerli?
“Perché se non vai a scuola, non hai gli strumenti per decodificare i messaggi. Io ho dei seri dubbi sul fatto che il pubblico di prima fosse meno istruito. Se c’è stato un imbarbarimento del linguaggio, della cultura e dell’istruzione, è ovvio che questo porta a un’insensibilità, a un’incomprensione, a un rifiuto di qualcosa che non si riesce più a capire: se ti manca l’alfabeto, per te, quei segni sono astrusi, non ti dicono nulla e non ti portano emozioni; mentre le lettere, lo scritto, il nero su bianco, nascondono una profondità di sapere, di emozioni e di vita che però bisogna saper leggere. Il fatto che oggi ci sia una maggiore conoscenza tecnica, non vuol dire che ci sia una maggiore cultura o una maggiore istruzione. Io sono profondamente convinto che le persone, non la gente o il pubblico, ma gli individui, vadano istruiti, educati e guidati. Questo avveniva molto di più prima, rispetto agli ultimi decenni, è un dato di fatto purtroppo.”
Quando ho intervistato Moni Ovadia, mi ha citato il critico Harold Bloom, il quale diceva che non sapeva se Dio aveva inventato Shakespeare ma che sicuramente Shakespeare aveva inventato noi. Il teatro esiste da ben prima del cattolicesimo e scrivere teatro e recitare vuol dire indagare nei lati più oscuri e inconfessabili dell’animo umano, per farlo ci vuole un occhio assolutamente distaccato. Secondo te che rapporto c’è tra arte scenica e fede o comunque spiritualità?
“Un rapporto profondo, indissolubile, imprescindibile, arcaico e ancestrale. Il teatro è nato dall’esigenza profonda dell’uomo di rapportarsi con la divinità, con lo spirito e con Dio. Basta leggersi un po’ di libri: si capisce il rapporto che è nato con Dioniso. Ernesto De Martino, grande antropologo, dice che il teatro nasce nel momento in cui l’uomo si interroga su se stesso e cioè nel momento in cui fa uso del belletto, perché si rappresenta e questo vuol dire che prende coscienza della propria esistenza, per poi sollevare una serie di domande sul perché esistiamo e dove andiamo a finire. Il teatro si è potuto sviluppare nella sua forma drammatica, e quindi dialettica, nel momento in cui ha cominciato a porre delle domande, domande anche a ciò che era altrove al di sopra di sé. Il rapporto tra teatro e spiritualità è proprio insito nella natura stessa del teatro: al di là della posizione laica che uno può avere o che gli artisti possono avere, tutti gli artisti che portano avanti un percorso di ricerca tout court, sanno benissimo che non possono prescindere da questa che è la natura intrinseca del teatro.”
Sempre rimanendo nell’ambito dell’Italia: se ci pensiamo ci sono delle zone in cui esiste una cultura del teatro, penso a città come Napoli, o Milano col teatro canzone, o anche Genova con Govi, eccetera. Come mai queste realtà rimangono circoscritte alla cultura autoctona?
“Perché c’è un altro equivoco che porta a pensare che, nel sistema teatrale, nei cartelloni ufficiali, non possano entrare determinate cose e per cui bisogna fruirne in maniera confinata a un certo luogo, non solo inteso come spazio, ma come fascia, ed è un gravissimo errore perché andrebbero fatte circuitare e promosse. Soprattutto, bisognerebbe abbattere delle barriere tra ciò che si pensa sia tradizione e ciò che invece è ricerca, una barriera che non ha senso di esistere perché anche la tradizione è, in realtà, un tradire qualcosa di tramandato: è nell’etimologia stessa della parola che è contenuto questo aspetto. Quindi questo è un motivo, un’altra miopia tipicamente italiana.”
Recentemente, a Vicenza, abbiamo visto “Il signor de Peourceaugnac” messo in scena dai ragazzi di Punta Corsara, dove vediamo una fortissima influenza della città sul sentire della gente attraverso l’interpretazione degli attori e dell’allestimento del regista Valenti. Esistono altri luoghi, non solo in Italia, dove c’è questo rapporto così stretto e quasi viscerale con la città, al punto che la città stessa diventa sia palcoscenico che personaggio, come succede appunto a Napoli? Come avvengono questo tipo di processi culturali secondo te?
“Avvengono grazie a delle persone illuminate, mosse da passione e fede in senso lato, che vanno la di là di un discorso di profitto, senza nulla togliere al profitto che ben venga sennò non si può portare avanti nulla. Poi mi vengono in mente alcune situazioni di eccellenza che ci sono in Puglia, come il Koreja, il Kismet, o altri eventi legati a festival in cui si crea questo legame fortissimo e identificativo con il territorio, come a Santarcagelo, Armonia festival in Toscana o al festival del Teatro a Corte, nelle corti sabaude a Torino. Però dietro a queste realtà, se vai a conoscere, ci sono una sorta di missionari.”
La televisione e il teatro sono due linguaggi assolutamente diversi, principalmente perché la televisione impone un’immagine all’occhio dello spettatore, a teatro invece lo spettatore decide su cosa orientare la sua attenzione, anche in base alla sua cultura e alla sua sensibilità…
“Si fa la sua regia.”
Esattamente. In che modo la tv e le nuove tecnologie potrebbero aiutare il teatro?
“Il problema è a monte, come dicevo prima: se si crea una cultura teatrale e dello spettacolo finché il bambino è nella pancia della mamma, allora poi tutto avviene di conseguenza per cui anche la televisione, che è una forma di cultura, sarà in grado di accettare certe proposte e di preparare le persone affinché certe proposte vengano fruite attraverso il mezzo televisivo. Il problema è che per fare “Retroscena” o comunque per far passare il teatro in tv, bisogna “lavorarlo” attraverso degli strumenti televisivi. Questo presuppone una serie di professionalità: la televisione è un mestiere che è composto da varie professionalità diverse tra di loro che devono lavorare all’unisono e in sinergia. Ci deve essere una persona che ha conoscenza del teatro, e non solo della storia del teatro e della letteratura teatrale, ma anche del mondo dello spettacolo, che è un’altra cosa. Io quando ho cominciato a fare televisione venivo da una cultura teatrale molto radicata e profonda in me, ho cominciato a 18 anni poi ho portato avanti all’università gli studi sul teatro, ma per quanto frequentassi i teatri io avevo una conoscenza parziale del mondo dello spettacolo e me la sono dovuta costruire. Quindi, intanto ci vuole una persona che abbia questa passione e la passione per il mezzo televisivo, quindi per l’arte del montaggio, ma ci vuole un montatore bravo, ci vogliono gli operatori che facciano le riprese televisive, altro capitolo ENORME. Quando vado a fare le riprese, esco sempre con due o tre operatori di un service ben preciso che ho educato, nel senso che ho tirato fuori da loro la sensibilità su come fare le riprese, con tutte le difficoltà che ci sono quando si vanno a fare le riprese in teatro, devono stare in posti ben precisi. Noi siamo gli unici che quando andiamo a fare le riprese non ci muoviamo MAI finché lo spettacolo non finisce, mentre loro sono abituati che di solito l’operatore va lì, fa casino col treppiede, sta 10 minuti e poi se ne va facendo altrettanto casino e quindi poi si sviluppa una sorta di insofferenza verso questo tipo di atteggiamento. Chiaro che quando andiamo a seguire le prove e i processi creativi ci muoviamo con maggior libertà, ma anche lì devi sapere come muoverti e come entrare in sintonia e in sinergia con il lavoro di creazione che si sta facendo. Una delle caratteristiche di “Retroscena” è che facciamo i reportage sui processi creativi e sulle prove. In quel caso, quando seguiamo le prove, non si fa un lavoro semplicemente voyeuristico di piazzare le telecamere alla grande fratello, entriamo in sintonia e interagiamo con la realtà del processo creativo, intervistando ma anche affrontando insieme a loro le problematiche legate alla creazione e gli intoppi che si creano. È un altro tipo di lavoro, ci sono una serie di figure che vanno preparate a tale proposito, ma per poterlo fare bisogna crederci e investire e poi vedere il risultato che si ottiene: io posso fare un programma bellissimo ma poi la gente magari non me lo guarda forse per pregiudizio, perché magari pensa che è la solita noia, quindi a priori non lo vede, ma deve avere gli strumenti per entrare dentro al programma. Certo, anche io devo trovare degli appeal, creare una serie di situazioni che catturano e attirano, sicuramente non bisogna fare un prodotto distante e di élite a priori, non creare questa distanza che fa sentire una persona non all’altezza di entrare nel gioco. Bisogna creare questi presupporti per avvicinare la gente al teatro attraverso la televisione.”
Il pubblico giovane: vanno poco a teatro e poco ai concerti, solo nella danza c’è un ritorno grazie ai talent. Quali sono le problematiche e le possibili soluzioni, secondo te, per poter attirare e interessare i giovani al teatro e allo spettacolo dal vivo in genere? La mancanza di turnover generazionale potrebbe penalizzare i contenuti e l’offerta?
“In tutti questi anni, dappertutto, vedo tanti giovani che vanno a teatro. Forse non sono gli abbonati, ma gli abbonati, si sa, riguardano una fascia generazionale ben precisa, i giovani è difficile che si abbonino, preferiscono seguire gli eventi, che ovviamente non è la natura del teatro, l’evento spettacolare, che può essere Supermagic o Benigni o il musical. Sicuramente la mancanza di turnover può dare l’idea di un ambiente asfittico e in paralisi che non avvicina i giovani, questo è un limite contro il quale combattono anche alcuni stessi artisti come Emma Dante o Celestini. In Germania troviamo direttori artistici di 30-35 anni, un’età in cui uno ha tanto da dire. In Italia se non sei oltre i 50 non puoi essere prefigurato per un ruolo come quello di una direzione artistica, questo sicuramente è un limite, senza nulla togliere al fatto che ci sono direttori artistici di 60-70 anni che hanno una grandissima sensibilità su tutto il fermento che c’è nelle grandi realtà teatrali, quindi non è manco un discorso di generazione. Avvicinarli vuol dire educarli fin da piccoli, quando sono spugne, io insisto molto perché ho insegnato 11 anni prima di fare il giornalista e ho visto un po’ il declino che c’è stato nell’istituzione scolastica e nella preparazione degli insegnanti: o trovavi quelli per cui l’insegnamento era uno stipendio che gli permetteva di fare altre cose, oppure trovavi i “missionari”. Sicuramente bisogna lavorare sull’istituzione scolastica, sull’istruzione dello spettacolo, l’analisi testuale proprio: c’è una miniera di vita pulsante dentro un testo teatrale e nella storia dello spettacolo, tutto sta a tirarla fuori. C’era Hugo Von Hofmannsthal, drammaturgo, che poneva la domanda: “dov’è nascosta la profondità?” E si rispondeva: “la risposta è in superficie”. Può sembrare paradossale, perché uno pensa che si debba scavare, ma dalla superficie già si vede la profondità. Per superficialità intendeva che può essere le rughe di una persona, le sue espressioni, la sua faccia, ma anche un testo, una scrittura. Nella scrittura, in quella sua superficie, in realtà, è nascosta la profondità; bisogna saperla leggere.”
INFO:
www.youtube.it/retroscenasat2000

